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19 novembre 2014

Purpur meets clarinotts

Se c'è un merito che va riconosciuto alla direzione artistica del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone, questo è senz'altro l'originalità della programmazione. Certo la singolarità delle scelte rischia spesso, se non di contrastare con le aspettative del grande pubblico, di non invogliare i meno curiosi a spingersi a teatro per scoprire repertori poco frequentati, sia che si tratti di opere di estrazione barocca o di musica cameristica del Novecento.

La serata Purpur meets clarinotts ne è un esempio: un terzetto di clarinetti (purtroppo ridotto dalla contingenza a duetto) con un programma specifico incentrato sullo strumento. Protagonisti gli Ottensamer, The Clarinotts appunto, famiglia di clarinettisti che affiancano l'attività solistica a quella di parti prime nelle filarmoniche berlinese e viennese. A far loro da degna spalla l'Orchestra Purpur, affidabile compagine giovanile composta da musicisti provenienti da tutta Europa.

Come accennato, il previsto terzetto di clarinettisti, causa indisposizione del giovane Andreas (stella della scuderia Deutsche Grammophon) è divenuto un duo, con Ernst e Daniel Ottensamer, rispettivamente padre e figlio, a dividersi la scena. Al di là di qualche modifica alla scaletta, con il Concerto per clarinetto e corno di bassetto in Fa minore di Felix Mendelssohn Bartholdy inserito in sostituzione della prevista parafrasi dal Rigoletto di Verdi, la defezione non ha compromesso la riuscita del concerto.

Apriva la serata la Sinfonia n. 1 in re maggiore, Hob:I:1 di Franz Joseph Haydn. L'orchestra, diretta con gusto e brillantezza da Rudolf Piehlmayer, si disimpegnava senza difficoltà, con precisione e leggerezza. Le minime pecche sono quelle tipiche delle orchestre giovanili: qualche ruvidità nei timbri e talune imprecisioni nei singoli, niente che inficiasse la riuscita complessiva.

Con il celebre Concerto per clarinetto in la maggiore, K 622 di Wolfgang Amadeus Mozart saliva sul palco Daniel Ottensamer, giovane prima parte dei Wiener Philharmoniker, protagonista e trionfatore della serata. Al di là della perfezione tecnica il clarinettista esibiva un suono di stupefacente morbidezza e bellezza ed una sensibilità musicale altrettanto raffinata; la ricchezza di colori e la ricercatezza del fraseggio restituivano la partitura in tutto il suo fascino.

Per la seconda frazione di concerto, Ernst Ottensamer, anch'egli solista dei filarmonici viennesi, affiancava il figlio nel Concerto per due clarinetti e orchestra, op. 35 di František Krommer. Se Daniel confermava l'ottima impressione offerta in Mozart, Ernst si collocava un passo indietro a causa di un suono meno ammaliante, eccessivamente chiaro e secco, ed una musicalità più rigida. Discorso non dissimile per il brano in chiusura, il Concerto in fa minore per clarinetto e corno di bassetto, op.113 di Felix Mendelssohn Bartholdy che, opportunamente adattato per coppia di clarinetti, chiariva ulteriormente le differenze qualitative tra i due solisti.

L'Orchestra Purpur accompagnava con garbo e precisione, grazie alla guida agile e fresca di Piehlmayer, capace di sorvegliare gli equilibri ed infondere tensione e coerenza alle partiture.

A fine concerto buona accoglienza del pubblico in sala con lunghi applausi, massimamente ad indirizzo degli Ottensamer.

6 aprile 2014

Orlando Paladino a Gorizia

È sempre triste vedere un teatro deserto, soprattutto quando il palcoscenico ospita uno spettacolo degno di ben altra considerazione. L'Orlando Paladino di Joseph Haydn andato in scena al Teatro Verdi di Gorizia il 5 aprile scorso, in un clima spettrale, avrebbe meritato l'attenzione e il plauso di un pubblico molto più consistente delle poche decine di appassionati che hanno deciso di trascorrere il sabato sera all'opera.

Già ad un primo colpo d'occhio si intuisce che il budget della produzione è esiguo: il palcoscenico accoglie nella metà sinistra l'orchestra mentre il “dramma eroicomico”prende vita accanto. La scenografia è esigua, costituita da sole cassette di legno colorate che verranno continuamente spostate, accatastate, impilate, sormontate, persino indossate dagli artisti sulla scena, così da costruire un ambiente in costante mutamento. I cantanti, quando non direttamente coinvolti dall'azione, rimangono sul palco in qualità di mimi, diventando all'occorrenza creature della foresta, serpenti o destrieri da cavalcare.

Gli abiti sono semplicissimi, stereotipati come nei giochi dei bambini, la recitazione spigliata e curatissima, non c'è un attimo di tregua o immobilismo, non c'è noia. Alcune trovate sono leggermente forzate, talvolta l'effetto comico è cercato ad ogni costo anche quando non sarebbe necessario, tuttavia è davvero poca cosa alla luce del risultato complessivo e della difficoltà di risolvere con coerenza e senza cedimenti di tensione un'opera dalla trama tanto scombinata.

Merito del regista Vincent van den Elshout, capace di infondere vivacità e freschezza di idee allo spettacolo, ma anche dei solisti, ammirevoli nell'unire ad una preparazione musicale all'altezza della situazione, doti sceniche tutt'altro che comuni.

Rafael Vazquez Sanchis, tenore, era un Orlando convincente per vocalità e presenza, molto ironico nel giocare con un fisico dall'aspetto tutt'altro che eroico. Piaceva Dorothée Lorthiois, Angelica dalla bellezza quasi adolescenziale, che, pur in possesso di voce dal timbro peculiare, sapeva svettare con luminosità nel registro acuto.

Cozmin Sime offriva la propria voce, di bel colore e ben emessa, ad un Rodomonte privato di ogni dimensione eroica o regale. Il Medoro di Christo Kechris aveva voce anonima ed ottime intenzioni purtroppo non sempre sostenute da un controllo tecnico all'altezza. Sophie Goldrick riscontrava non poche difficoltà nel risolvere una parte, quella di Alcina, troppo grave per la sua vocalità. Molto buona la prova di Olga Siemienczuk, Eurilla di timbro gradevole e solida musicalità. Alberto Sousa (Pasquale/Licone), cantante dalla tecnica sicuramente agguerrita, sapeva padroneggiare l'impervia estensione richiesta dal doppio ruolo senza cedimenti. Impressionava Daniel Borowski, basso dallo strumento importante, impegnato con ottimi risultati nella pur piccola parte di Caronte.

L'Orchestra Purpur, diretta da Michael Fendre, a dispetto di alcune ruvidezze timbriche ed imprecisioni imputabili alla giovanissima età dei musicisti, esibiva ottima coesione e compattezza. Il direttore sapeva infondere buon ritmo alla narrazione puntando su una concertazione vigorosa, bruciante nella scansione ritmica e molto curata nelle sfumature dinamiche.

A fine esibizione, in un clima quasi surreale, lo sparuto pubblico salutava la compagnia con calorosi (e meritatissimi) applausi.

Orlando Paladino di Haydn a Gorizia

È sempre molto triste vedere un teatro deserto, soprattutto quando il palcoscenico ospita uno spettacolo degno di ben altra considerazione. L'Orlando Paladino di Joseph Haydn andato in scena al Teatro Verdi di Gorizia il 5 aprile scorso, in un clima spettrale, avrebbe meritato l'attenzione e il plauso di un pubblico molto più consistente delle poche decine di appassionati che hanno deciso di trascorrere il sabato sera all'opera.
Già ad un primo colpo d'occhio si intuisce che il budget della produzione è esiguo: il palcoscenico accoglie nella metà sinistra l'orchestra mentre il “dramma eroicomico”prende vita accanto. La scenografia è esigua, costituita da sole cassette di legno colorate che verranno continuamente spostate, accatastate, impilate, sormontate, persino indossate dagli artisti sulla scena, così da costruire un ambiente in costante mutamento. I cantanti, quando non direttamente coinvolti dall'azione, rimangono sul palco in qualità di mimi, diventando all'occorrenza creature della foresta, serpenti o destrieri da cavalcare.

Orlando Paladino di Haydn a Gorizia

Gli abiti sono semplicissimi, stereotipati come nei giochi dei bambini, la recitazione spigliata e curatissima, non c'è un attimo di tregua o immobilismo, non c'è noia. Alcune trovate sono leggermente forzate, talvolta l'effetto comico è cercato ad ogni costo anche quando non sarebbe necessario, tuttavia è davvero poca cosa alla luce del risultato complessivo e della difficoltà di risolvere con coerenza e senza cedimenti di tensione un'opera dalla trama tanto scombinata.

Merito del regista Vincent van den Elshout, capace di infondere vivacità e freschezza di idee allo spettacolo, ma anche dei solisti, ammirevoli nell'unire ad una preparazione musicale all'altezza della situazione, doti sceniche tutt'altro che comuni.

Rafael Vazquez Sanchis, tenore, era un Orlando convincente per vocalità e presenza, molto ironico nel giocare con un fisico dall'aspetto tutt'altro che eroico. Piaceva Dorothée Lorthiois, Angelica dalla bellezza quasi adolescenziale, che, pur in possesso di voce dal timbro peculiare, sapeva svettare con luminosità nel registro acuto.
Cozmin Sime offriva la propria voce, di bel colore e ben emessa, ad un Rodomonte privato di ogni dimensione eroica o regale. Il Medoro di Christo Kechris aveva voce anonima ed ottime intenzioni purtroppo non sempre sostenute da un controllo tecnico all'altezza. Sophie Goldrick riscontrava non poche difficoltà nel risolvere una parte, quella di Alcina, troppo grave per la sua vocalità. Molto buona la prova di Olga Siemienczuk, Eurilla di timbro gradevole e solida musicalità. Alberto Sousa (Pasquale/Licone), cantante dalla tecnica sicuramente agguerrita, sapeva padroneggiare l'impervia estensione richiesta dal doppio ruolo senza cedimenti. Impressionava Daniel Borowski, basso dallo strumento importante, impegnato con ottimi risultati nella pur piccola parte di Caronte.
L'Orchestra Purpur, diretta da Michael Fendre, a dispetto di alcune ruvidezze timbriche ed imprecisioni imputabili alla giovanissima età dei musicisti, esibiva ottima coesione e compattezza. Il direttore sapeva infondere buon ritmo alla narrazione puntando su una concertazione vigorosa, bruciante nella scansione ritmica e molto curata nelle sfumature dinamiche.

A fine esibizione, in un clima quasi surreale, lo sparuto pubblico salutava la compagnia con calorosi (e meritatissimi) applausi.