30 ottobre 2025

Pordenone, Alexander Lonquich negli ultimi concerti per pianoforte di Beethoven

   L'organico ristretto della Münchener Kammerorchester e la disintermediazione di un direttore vero e proprio rendono gli ultimi concerti per pianoforte di Beethoven proposti da Alexander Lonquich al Teatro Verdi di Pordenone, in occasione dell’appuntamento inaugurale della stagione musicale, forse eterodossi rispetto alla tradizione che è andata imponendosi nel corso degli ultimi due secoli, ma non di meno illuminanti.

Alexander Lonquich e Münchener Kammerorchester concerti di Beethoven
foto di repertorio

   Innanzitutto per via del fatto che l'esiguo affollamento del palco consente una trasparenza e una finezza delle dinamiche nel dialogo col solista altrimenti inimmaginabili, ma soprattutto perché l'idea musicale sorge direttamente dal pianoforte e l'accompagnamento - definizione obbrobriosa se si parla di Beethoven ma buona per capirsi - sembra germogliargli intorno assecondandone l’idea musicale.

   Un’idea che regge su articolazioni ben marcate e che per limpidezza e concezione del suono rimanda chiaramente al modello mozartiano, a partire dall’impostazione pre-romantica dello strumentalismo. Scelta cui concorrono la natura dell’ensemble (si pensi agli ottoni naturali in orchestra), quanto l’approccio alla tastiera di Lonquich. Il quale non indulge nella ricerca di una possanza del suono propriamente “pianistica”: la sensazione piuttosto è che il solista pensi al suo strumento, un Fazioli gran coda, come fosse un fortepiano, meno avvolgente ed “espansivo” ma più leggero e ficcante.

   Se gli ottimi musicisti della Münchener Kammerorchester producono sonorità che bilanciano densità e nitore, ancor più personale e meditato è quanto proposto da Lonquich, capace di imprimere ogni singola nota con chiarezza di dizione e di rifinire una pulizia che non scade nella meccanicità. Eppure, a dispetto del rigore, riesce a veicolare una delicatissima flessibilità dello sviluppo orizzontale e altresì a differenziare il carattere dei due, seppur vicini, concerti proposti: più guizzante e netto il Quarto, più maestoso e proiettato al futuro l’Imperatore. Una distanza che diviene siderale nel momento in cui viene offerto come bis l’ultimo movimento del Primo concerto per pianoforte e orchestra, di concezione ancora autenticamente settecentesca. Bis cui fanno seguito due bagatelle, sempre di Beethoven.

Successo molto caloroso a fine concerto.

Paolo Locatelli

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