Al termine del concerto che ha sancito il celebratissimo ritorno di Riccardo Muti al Teatro La Fenice, a quattro anni di distanza dall’ultima apparizione, ci sono due considerazioni da fare. La prima. Muti incarna ormai una sorta di grande sopravvissuto, l’ultimo alfiere di una storia interpretativa gloriosa ma in via di dissoluzione, riconducibile grossomodo alla tradizione mitteleuropea, almeno se si circoscrive l’osservazione al repertorio proposto. Una civiltà che negli ultimi decenni è mutata in qualcosa di diverso, così com’è cambiato quel che il pubblico si aspetta.
Muti si rifà a un ideale sonoro in cui densità e “corpo” non sono sacrificabili, neanche nei pianissimi, ma che pur non fraintende il peso specifico col fracasso. È insomma, la sua, una concezione del suono e della narrazione in cui la potenza non è mai svincolata da una cura per la bellezza e, nonostante le dimensioni, in cui domina una chiarezza della concertazione che pur non vira mai verso la trasparenza estrema.
La seconda è che, piaccia o meno Muti, piaccia o meno la sua idea di musica, quel che si ammira e ascolta è indubbiamente una grande personalità. Lo è per la forza con cui esprime la sua visione, trascinandosi dietro l'orchestra, per l'energia che infonde nella pagina, lo è per la compiutezza e la coerenza di quanto fa sentire.
E si badi, benché simile, l'approccio al Mozart del Concerto per flauto n. 2 in re maggiore KV 314 e al doppio Beethoven (Coriolano e Settima sinfonia) in programma non è il medesimo, ma è in entrambi i casi chiaramente caratterizzato e deciso. Viennesissimo il primo, con organico dimezzato, lussureggiante ma levigato, elegante e plastico eppure “di polso”, rifinito senza spigoli né increspature. D'altronde da quel mondo arriva anche il solista, Karl-Heinz Schütz, primo flauto dei Wiener Philharmoniker, che ha perizia strumentale estrema, “voce” di velluto e una qualità tecnico-espressiva ideale per accostarsi a una simile visione.
Il Beethoven di Muti è invece autenticamente romantico. Possente, titanico, struggente, fortemente sbalzato e a tratti persino violento. Lo aiuta a esprimere un suono tanto poderoso un organico assai ampio, ma l’impeto che riesce a trarre dall’orchestra non è solo questione di volume, ma di nettezza, di controllo, di capacità di tradurre un gesto che ormai si è fatto economicissimo in espressione musicale. E chiaramente di istruzioni ai musicisti che li spingono ad accentuare le differenze timbriche tra sezioni (impressionante l’ingresso di ogni voce nell’Allegretto), a marcare certe articolazioni, a spingere gli sbalzi dinamici: il fortissimo improvviso nella prima proposta del Trio è tellurico.
Quella di cui si racconta non è un’esecuzione perfetta, perché un Beethoven siffatto è comunque distante da quel che si è soliti ascoltare oggi e perché la pur buonissima Orchestra Cherubini è diligente e responsiva ma non ineccepibile. Però, a dispetto di qualche sbavatura degli archi, ha un’indiscutibile qualità: si dà generosa e sfrenata come solo le orchestre giovanili sanno essere.
Resta da dire dei due bis - anzi tre, con quello del flautista - perché, per una volta, il post scriptum aggiunge davvero qualcosa alla storia: la Sinfonia di Nabucco e quella di Norma, diretta per la prima volta proprio a Venezia negli anni Sessanta, a termine di un corso tenuto da Franco Ferrara. Due esecuzioni sanguigne e brucianti che fanno capire vividamente perché in molti, ormai diversi anni fa, abbiano riconosciuto in Riccardo Muti un interprete di riferimento di questo repertorio.
Pubblico indisciplinato ma decisamente entusiasta.

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