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3 aprile 2026

Il Mahler tridimensionale di Paavo Järvi: la Prima Sinfonia con la Tonhalle di Zurigo

 Coniugare inventiva, freschezza, suprema qualità strumentale e profondità di dettaglio è un’impresa assai più ardua di quanto possa sembrare, anche in un autore che guida per mano l’interprete con dovizia di indicazioni e che è ormai pane quotidiano per qualsiasi grande orchestra internazionale. Eppure in questa Prima sinfonia di Gustav Mahler – la terza incisa da Paavo Järvi nel ciclo in corso di realizzazione con la Tonhalle-Orchester di Zurigo dopo le numero 5 e 2 – il miracolo riesce, ponendosi come una voce originale in un catalogo ormai sterminato.

Copertina del CD della Sinfonia n. 1 di Gustav Mahler diretta da Paavo Järvi con la Tonhalle-Orchester Zürich
Mahler: Sinfonia n. 1 - Paavo Järvi e la Tonhalle-Orchester Zürich 

   Se certa eccentricità negli stacchi dei tempi e nella loro gestione interna potrebbe comportare – e in altre registrazioni firmate da Järvi ha comportato – una frammentazione dell’arco narrativo, qui tutto scorre fluidamente, ogni scelta non solo è consequenziale, ma concorre a mantenere alta la tensione. C’è un’orchestra ora vellutata, ora tellurica, con archi morbidissimi e ottoni lucenti, che azzanna nervosamente gli incisi più impetuosi lasciando emergere in filigrana gli echi bucolici o popolareschi, come reminiscenze o perturbazioni di un pensiero musicale.

   È un Mahler fluente in cui ciascun contrasto di scrittura non è frattura timbrico-sonora ma tridimensionalità dinamico-espressiva, sia nei moti turbolenti, su tutti quelli del quarto movimento, sia nei grandi afflati melodici. Ma soprattutto questo disco è un paradigma di come dovrebbe essere prodotta una registrazione dal punto di vista tecnico per nitidezza della ripresa, chiarezza del suono, trasparenza della concertazione e ampiezza di campo.

Paolo Locatelli

2 aprile 2026

Mahler, la Quinta Sinfonia con Paavo Järvi e Tonhalle-Orchester Zürich

   Con questa nuova uscita si consolida ulteriormente la posizione di Paavo Järvi come artista di punta nel catalogo sinfonico di Alpha, dopo le integrali di Mendelssohn e Tchaikovsky e quella in fieri dedicata alla produzione bruckneriana. Si apre dunque anche il capitolo mahleriano con una Quinta registrata a Zurigo tra il gennaio e il febbraio del 2024 che rispecchia i tratti salienti delle esperienze discografiche recenti del maestro, caratterizzate innanzitutto da una chiarezza di dizione e di balancing quasi laboratoristica, da scarti e transizioni sempre calibrati ma mai vertiginosi, insomma da una sorta di limpidezza di approccio tipica del grandissimo esecutore che non rivendica alcun diritto di porre se stesso al di sopra del dettato.

   

Copertina del CD Alpha Classics: Gustav Mahler Symphony No. 5, Paavo Järvi e Tonhalle-Orchester Zürich

Gustav Mahler: Symphony No. 5 | Paavo Järvi, Tonhalle-Orchester Zürich (Alpha Classics, 2024).

   Registrazioni fredde? Sì e no. Certo, manca l’impeto trascinante e selvaggio degli approdi più indomiti o quello tetro e pessimistico di altri, ma non di meno il tocco di Järvi lascia che siano i tanti spunti insiti nella musica ad emergere da sé, con una leggerissima azione di nudging agita principalmente attraverso una minuziosa esposizione del dettaglio e, soprattutto, con un’orchestra, la Tonhalle-Orchester, che sotto la sua guida ha raggiunto un livello di virtuosismo e di nitore che regge i confronti più arditi. Anche se talvolta si avverte un certo vacillare dell’unitarietà a favore della frammentarietà, o per meglio dire, traspare un sentore di discontinuità, l’occhio analitico di Järvi riesce a scovare e pennellare con delicatezza ammaliante taluni piccoli incisi (la ripresa della marcia funebre nel secondo movimento ad esempio) come ad animare di fremiti inattesi qualche gesto musicale improvviso. 

Paolo Locatelli

14 dicembre 2023

Robert Trevino dirige la Terza Sinfonia di Mahler

   Pare consolidarsi sempre più il rapporto tra il Teatro La Fenice e Robert Trevino, che dopo un paio di ospitate negli anni scorsi, evidentemente andate a segno, è stato invitato per l’inaugurazione della stagione sinfonica. Occasione doppiamente gustosa dato che il menù proponeva quel mastodonte inafferrabile e piuttosto raro che è la Sinfonia n. 3 in re minore di Gustav Mahler, un’opera ideale, nella sua maestosità, per dare lustro ai complessi di casa.



Robert Trevino Terza Sinfonia di Mahler
foto Teatro La Fenice

   Di fronte alla creatività mahleriana, soprattutto quando è frastagliata e pervasa da un afflato universalistico come nella Terza, l'interprete si trova di fronte a due estremi, che possono essere conciliati con diversi gradi di coerenza. Da un lato può cercare di addolcire i tratti, mirando a una lettura organica che, a fronte di un minor rischio di frammentarietà, richiede un'ampiezza di respiro e spalle forti per scongiurare cali di tensione e certa monotonia. Dall'altro lato c'è l'opzione di sbalzare i contrasti, enucleando e cesellando cellula per cellula il materiale musicale adoperato dal compositore, con il pericolo tuttavia di incartarsi nella fluidità d’assemblamento.

   Il Mahler di Trevino sta a metà strada tra i due poli opposti. È inquieto e incalzante, pervaso da un’irruenza tempestosa, ma non eccessivamente lambiccato. È un Mahler che si infiamma nei passaggi più estroversi e si ripiega - va detto, con un po’ di maniera - allorché la dinamica si fa più soffusa e i tempi si dilatano. Insomma Trevino non è il genere di direttore che asseconda placidamente lo sviluppo orizzontale della sinfonia, modulandone le piccole ondulazioni di percorso per definire un’ampia parabola, ma piuttosto lo spinge in costanti impennate verticali, secondo un andamento quasi sinusoidale. Scelta che si rivela tutt’altro che sprovveduta, dal momento che esige un minore sostegno narrativo e un più limitato lavoro “di fino”, a fronte di un’elevata sollecitazione del virtuosismo “svelto” nei passaggi più accesi, che per altro la bacchetta tiene sempre in saldo controllo.

   Trevino non dà spiegoni, non ha pruriti iperanalitici, ma racconta la sinfonia come fosse un testo teatrale, senza scansare gli spigoli ma nemmeno avvitandosi su sé stesso nella ricerca maniacale del particolare a scapito della visione d'insieme. È per altro un direttore molto “gestuale”, la cui mimica e il cui movimento determinano fortemente la risposta dell’orchestra, ma che dimostra altresì di saper ben concertare, con equilibri interni sempre ben soppesati a dispetto dell’affollamento del palcoscenico, persino sovradimensionato per le dimensioni della sala.

   L’Orchestra della Fenice nell'occasione dà prova di una resistenza da maratoneta e di qualità rimarchevole soprattutto negli archi, che si dimostrano straordinariamente duttili e morbidi nonché capaci di esprimere un legato di sezione d’alta scuola, mentre inciampa in qualche pasticcio disseminato tra i tantissimi fiati. Peccati veniali nei quasi cento minuti lungo cui si espande la Sinfonia.

   Nel complesso di un’esecuzione pregevole le poche riserve riguardano alcuni particolari stridenti, come la marcatura jazzistica di certi portamenti nell’accompagnamento al Lied, per altro meravigliosamente colorato dalla grande Sara Mingardo. Non è una questione stilistica, quanto pragmatica: se determinate idee una volta messe in pratica “suonano male”, nel senso che proprio non vengono, sarebbe saggio accomodarle verso soluzioni più caute.

   È molto positivo il contributo delle voci femminili del Coro della Fenice e dei Piccoli Cantori Veneziani, preparati rispettivamente da Alfonso Caiani e Diana D’Alessio, nel quinto tempo.

Successo caldo ma frettoloso a fine performance.

13 novembre 2017

La Quinta di Mahler secondo Myung-Whun Chung alla Fenice

L’Adagietto può spiegare per sommi capi dove risieda l’arte stregonesca di Myung-Whun Chung. Per undici minuti il suono scorre, si espande e si assottiglia, attraversa una miriade di sfumature senza mai spezzarsi. Tutto sembra svilupparsi in un’unica, infinita arcata, in un solo respiro.

È questo il suo Mahler: un prodigio di fluidità, di legato, di continuità e morbidezza. Dalla fanfara della tromba – l’ottimo Piergiuseppe Doldi – che apre la Marcia funebre fino a quella chiusa parossistica e furibonda tutto appare consequenziale, non c’è una frattura, non c’è un’idea che stoni o sembri vagamente forzata. Insomma, ancor prima che una grande lettura, quella di Chung è una lezione di concertazione in cui la cura quasi edonistica per la qualità del suono, per gli equilibri e per l’omogeneità dell’amalgama sono il punto di partenza su cui costruire il resto.


L’interpretazione diventa poi un affare di colori e articolazione, di dettagli. Chung non ostenta, non rimarca l’effetto né ipertrofizza – non ha quella propensione di certa tradizione mitteleuropea per un Mahler titanico e magniloquente - ma piuttosto ripulisce, scava, e infine, giunto all’osso, pennella. Ci sono così passaggi dalla delicatezza cameristica – la sezione centrale dello Scherzo ha una tinta lunare – ma anche risvolti demoniaci, minacciosi (certi strappi degli archi gravi fanno tremare i muri), senza mai rinunciare alla cantabilità e, soprattutto, senza alcuna traccia di meccanicità o di artificio.

Non che il discorso si riduca a un approccio esclusivamente lirico o ascetico alla Sinfonia, tutt’altro. Se c’è da scatenare l’orchestra Chung non si tira certo indietro e neppure quando si tratta si infiammare la musica, con i professori d’orchestra che in certi momenti vengono spremuti da un gesto che chiede intensità e passione, o che addensa il turgore del suono quasi scavandoci dentro con le mani. Il risultato è straordinario per ricchezza di colori, di dinamiche e di soluzioni espressive ma soprattutto per vitalità e plasticità dello sviluppo.

I violoncelli che ora borbottano, ora scalpitano nervosi, ora cantano, i violini centrano con la stessa apparente semplicità una calda pastosità, ove sollecitata, o una leggerezza straniante (nel delicatissimo inizio dell’Adagietto), gli ottoni scintillano ma sanno anche rendersi morbidi e delicati. Persino le percussioni trovano un carattere timbrico peculiare, con il timpano della brava Barbara Tomasin che pare quasi mormorare allorché riprende, in pianissimo, il tema della tromba nel primo movimento.

Insomma se il concerto esita in un successo i meriti vanno equamente condivisi con l’Orchestra del Teatro La Fenice che si presenta in forma smagliante e risponde, per precisione e soprattutto per qualità timbrica, al meglio delle proprie possibilità. Qualche minuscola sbavatura, più del collettivo che dei singoli, ci scappa ma è poca cosa, tanto più se si considera il fatto che Mahler non è pane quotidiano da queste parti, e sarebbe bello lo diventasse visto che il potenziale per suonarlo come si deve c’è tutto.

Si comporta assai bene anche Konstantin Becker, corno obbligato, che pur senza imporsi per estroversione garantisce solidità, precisione e anche bel suono (l’attacco del Rondo-Finale, ad esempio, è pregevolissimo).

Teatro strapieno e trionfo sacrosanto.

20 settembre 2016

Leticia Moreno e Gianluigi Gelmetti inaugurano la stagione sinfonica del Verdi

C’è la bella Leticia Moreno – scuderia Deutsche Grammophon, ne sentiremo parlare a lungo – ad aprire la stagione sinfonica del Verdi di Trieste. Violinista dal gusto sofisticato, plateale forse nell’approccio “teatrale” allo strumento ma non nella sostanza. Le sue carte vincenti (Concerto in mi minore per violino e orchestra op. 64 di Mendelssohn) sono infatti la pulizia della linea, il bel legato e un delicato lirismo che non viene mai eccessivamente inzuccherato, anzi, che pare infuso di una tensione sottile, a tratti quasi nervosa. Il suono è piccolo ma estremamente caldo, le dinamiche non impressionano per varietà eppure sono dosate con buonsenso, per servire la musica piuttosto che impressionare il pubblico.

Prima di lei l’apertura di concerto è affidata al Lied mit Chor da Ein Sommernachtstraum op. 61 dello stesso Felix Mendelssohn-Bartholdy, brano per coro femminile (quello del Verdi, sempre ben preparato da Fulvio Fogliazza) e soprani: le brave Elisa Verzier e Lucrezia Drei.



Ciò detto, il ruolo di assoluti protagonisti del concerto va riconosciuto all’orchestra di casa e al Maestro Gianluigi Gelmetti che, se in Mendelssohn si limitano a un galante accompagnamento, nel Mahler della Quinta sinfonia in do diesis minore danno prova di grande virtuosismo e affiatamento.
L’Orchestra del Verdi suona splendidamente, con notevole compattezza e qualità di suono, e altrettanto bene sa prestarsi alle richieste del direttore, il quale dimostra di conoscere la materia e di avere un’idea ben definita sul taglio da dare all’opera.

Gelmetti non stempera quel lato abnorme e mostruoso, persino grottesco, che in Mahler c’è, ma lo fa senza scivolare nella retorica o in un’eccessiva seriosità, né si abbandona a languori e struggimenti dove è facile cedere al lirismo più esteriore, come nell’Adagietto. Il direttore punta piuttosto verso una tragicità poderosa e serrata di forte impatto. Pochi fronzoli ma tanta sostanza, sia nella precisione strumentale, sia nella tenuta dello sviluppo.
C’è tanto suono insomma, soprattutto nella Marcia funebre e nel Rondo, ma sempre equilibrato e sotto controllo, anche nei fortissimi a pieno organico. Il terzo movimento è poi giustamente Nicht zu schnell (non troppo veloce), come prescritto e come di rado si ascolta. Solo le prime battute dell’Adagietto tradiscono qualche imperfezione di intonazione e struttura, per il resto tutto quadra e riesce con onore.
Benissimo ottoni e legni, archi sugli scudi per colore e varietà di dinamiche. Davvero una prova da incorniciare per l’orchestra triestina.

Successo pieno e meritatissimo.

Jordan, Gerhaher e la Gustav Mahler Jugendorchester a Pordenone

Dimenticatevi il Mahler mistico, trascendente, se non in distacco dal mondo almeno in ascensione, della Nona come l’abbiamo spesso o quasi sempre conosciuta. Per Philippe Jordan la Sinfonia n. 9 in re maggiore è faccenda umana, di terra e sangue, di passioni e tormenti devastanti. Una lotta titanica o metafora di una vita che combatte, soffre, si dà fino allo stremo delle forze e, inesorabilmente, si spegne nel grande Adagio finale. Davvero una Nona così non la si era ancora ascoltata, un prodigio di tensione e calore, a tratti persino ustionante, violenta ma densa di una poesia e di una verità rarissime. Né mancano momenti di dolcezza o di malinconico abbandono in uno sviluppo che è narrativo, avvincente.




Tutto ciò non sarebbe minimamente pensabile se di fronte a un maestro di tali personalità interpretativa e carisma non ci fosse uno strumento del livello della Gustav Mahler Jugendorchester la quale è sì, di fatto, una compagine giovanile, ma non fosse per la debordante presenza di bellezza e gioventù schierata sul palco, nessuno potrebbe sospettarlo.

Un’orchestra che non è solamente prodigiosa (ma prodigiosa davvero!) sul piano tecnico e qualitativo, ma è ancor più guidata da un entusiasmo – e forse da giovanile incoscienza - che la spoglia di ogni prudenza, così da offrirsi al podio con generosità e coraggio da lasciare a bocca aperta. Tali sono la ricchezza di dinamiche (quei pianissimi eterei), gli scarti brucianti, l’articolazione rivelatrice che Jordan disegna, che a tratti si ha davvero l’impressione di assistere a mirabolanti peripezie sul vuoto, senza rete di protezione. Eppure non c’è passaggio che metta in difficoltà questi musicisti e anche i passi più indiavolati (su tutti un Rondo-Burleske vorticoso che si stringe battuta dopo battuta) riescono con un virtuosismo disarmante.

Non di meno, a dispetto delle dimensioni mastodontiche dell’organico, la Gustav Mahler Jugendorchester è capace di raffinatezze cameristiche, di sussurrare, ma anche di scatenarsi in ondate di suono talmente scintillante e compatto da far tremare le pareti della piccola sala del Verdi. Il suono è poi di straordinaria ricchezza, pastoso ma sempre morbido, i timbri hanno calore e densità stupefacenti (cosa sono quell’ingresso dei secondi violini nel primo movimento o l’attacco degli archi nell’Adagio!).

Non bastasse l’estremo capolavoro di Mahler, che già da solo farebbe serata, nel programma del concerto inaugurale della stagione del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone rientra anche Das Abschied da Das Lied von der Erde, primo capitolo della “trilogia dell’addio al mondo” e perfetto preludio a quanto finora raccontato.

Rispetto al fuoco della sinfonia qui c’è un Jordan tutto vapori e trasparenze, capace di tessere un cuscino di velluto per sostenere il meraviglioso artista che è Christian Gerhaher. Il baritono assapora ogni parola, la colora, fino a quegli ewig bisbigliati, sempre più piano. La voce è un miracolo di duttilità, il timbro rimane sempre carezzevole anche nelle aperture più audaci, quasi al limite del parlato, l’emissione a tratti pare rinunciare all’impostazione senza che questo comporti stimbrature o disomogeneità tra i registri.

Quando a fine concerto si spegne nel silenzio quel Re bemolle impalpabile e minuscolo degli archi, il teatro piomba in un silenzio eterno, commosso. Jordan posa la bacchetta e il pubblico esplode. 

Trionfo oceanico che si placa solo quando il maestro congeda l’orchestra. 

30 giugno 2015

A Udine arriva la San Francisco Symphony Youth Orchestra

È un Mahler preso estremamente sul serio quello di Donato Cabrera: titanico, magniloquente, che si adagia in contemplazione quando le dinamiche si fanno leggere e i tempi sono distesi e s'infiamma nelle esplosioni orchestrali. Un Mahler celebrativo e pomposo che vola altissimo nelle intenzioni ma che, in fin dei conti, riesce a scavare poco a fondo nella poetica del compositore austriaco.


La lettura della Sinfonia n.5 in do diesis minore che il maestro americano porta al Teatro Nuovo Giovanni da Udine alla guida della San Francisco Symphony Youth Orchestra, orchestra giovanile non priva di qualità, si rivela un piacevole ascolto ma, con molta probabilità, non avrà incidenza alcuna sulla storia dell'interpretazione. È ormai molto difficile rinunciare, in Mahler, accanto alla grandiosità più esteriore dell'impianto, alle più sottili implicazioni, all'ironia, alle venature malinconiche, al coraggio di spingersi, in certi momenti, oltre i limiti del grottesco. D'altronde già Freud osservò quanto nella mente di Mahler, e quindi nella sua musica, tragedia e frivolo divertimento fossero inestricabilmente connessi. Cabrera si ferma all'esaltazione della macchina grandiosa costruita dal compositore, ricercando (e in gran parte dei casi ottenendo) un suono scintillante e luminoso e sublimando le pagine più liriche e distese con un sentimentalismo quasi ingenuo; l'Adagetto ad esempio, staccato con una lentezza tale da mettere in seria difficoltà i violoncelli, è assaporato con tale svenevolezza da risultare, in fin dei conti, stucchevole. Funzionano decisamente meglio la Parte I ed il Rondo-Finale cui, tutto sommato, giova la vibrante estroversione, molto “americana”, infusa dal podio.

L'orchestra, a dispetto dell'anagrafe dei musicisti, risponde molto bene, benissimo per quanto riguarda gli archi, mentre gli ottoni pasticciano in più di una occasione.

Non solo Mahler nel programma dell'orchestra statunitense: la prima parte di concerto, dopo una Pavane per orchestra in fa diesis minore op. 50 di Fauré non indimenticabile, vede protagonista il bravo Sergey Khachatryan impegnato nel Concerto in sol minore op.26 per violino e orchestra di Max Bruch. Il violinista è ottimo virtuoso dello strumento ed abile fraseggiatore, controlla prodigiosamente le dinamiche (tutte le sfumature dei piani e pianissimi sono assai suggestive) mentre è meno vario e fantasioso in fatto di colori. L'orchestra lo sostiene correttamente pur eccedendo in pesantezza nei momenti di maggiore concitazione.

A fine concerto accoglienza festosa del pubblico in sala, premiato da due bis.

10 giugno 2015

Chung dirige la Staatskapelle Dresden

Ci voleva un'ottima ragione per convincermi a rinunciare alla finale di Champions League, che poi non è andata neppure benissimo. Ebbene una ragione l'ho trovata: a Udine Myung whun-Chung dirigeva la Staatskapelle Dresden, non serve aggiungere altro. Non è stato difficile decidere dove andare e, a conti fatti, la scelta è stata vincente.

La Staatskapelle Dresden è la classica orchestra di cui si sente dire che potrebbe permettersi di suonare senza direttore mantenendo comunque altissimo il valore dell'esecuzione; tali sono la perfezione strumentale e la qualità del suono espresse, che probabilmente è vero. Se però un maestro sul podio c'è, ed ha la classe e lo spessore di Myung-Whun Chung, l'esito del concerto appare quasi scontato. Nonostante già in partenza le aspettative per la prova dell'orchestra di Dresda al Teatro Nuovo Giovanni da Udine fossero molto alte, quello che si è ascoltato ha superato le più rosee previsioni. Avranno sicuramente giovato l'affiatamento che lega il direttore coreano all'orchestra, di cui è Direttore Ospite Principale o il fatto che il concerto, dopo tre repliche alla Semperoper ed una al Musikverein, fosse rodato alla perfezione, fatto sta che è molto raro ascoltare, soprattutto in Italia, un'esibizione sinfonica di tale pregio esecutivo e compiutezza.

Myung-Whun Chung si conferma, ad ogni ascolto, musicista tra i più interessanti in circolazione. Il direttore pare aver raggiunto la maturità artistica di chi scava nella musica ricercandovi l'essenziale, scansando qualsiasi cedimento alla retorica. Lo dimostrano la fluidità e la mobilità ritmica che sa trarre dall'orchestra, la rinuncia ad ogni enfasi o sottolineatura, il gesto minimale e pulito: la musica che ne scaturisce pare illuminata da pennellate, sgorga con tale naturalezza da lasciare incantati.

Brillantissima l'esecuzione della Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 36 di Beethoven dove l'organico ridotto, se, com'è giusto che sia, alleggerisce il peso orchestrale, nulla sacrifica in pienezza e splendore del suono. Ogni inciso è timbricamente differenziato, i violini primi esibiscono un colore completamente diverso dai secondi, i legni sfoggiano una pastosità rara a sentirsi. L'introduzione felpata e misteriosa pare richiamare le atmosfere del Franco Cacciatore di Weber, poi, via via, la sinfonia prende vita, culminando in un Allegro molto tellurico negli accenti e nella vivacità dei tempi adottati, acceso da scarti dinamici brucianti.

Nella Sinfonia n. 4 in sol maggiore "La vita celestiale" di Gustav Mahler Chung sa trovare un equilibrio squisito tra la minuziosità dell'analisi armonica e contrappuntistica della partitura e la fluidità dello svolgimento. L'assoluta trasparenza della trama orchestrale non solo lascia scorgere ogni singola nota del più recondito inciso, ma ciò che più colpisce è la caleidoscopica ricchezza di tinte cui ogni strumento è sollecitato. A momenti si ha l'impressione che i musicisti sul palco si moltiplichino, tale è la gamma di colori che riescono ad esprimere. Non che il lavoro del maestro si limiti ad un esercizio di vivisezione della partitura, tutt'altro: l'interpretazione di Chung vive di sottilissime inflessioni ritmiche che, senza indugiare in rallentandi o accelerazioni eclatanti, infondono alla musica una vitalità pulsante. Non c'è un momento in cui la partitura risulti solfeggiata o rigidamente scandita, tutto scorre senza cedimenti o forzature, in un fluire continuo. La trasparenza della concertazione ha inoltre il merito di sottrarre la musica mahleriana all'enfasi elefantiaca di cui spesso cade vittima, portando la sinfonia ad una dimensione che forse è eccessivo definire intimistica ma che senz'altro è caratterizzata da una mirabile attenzione al dettaglio ed agli equilibri. Convincente il soprano Sophie Karthäuser nel Lied che conclude la sinfonia.

Trionfale l'accoglienza del pubblico a fine concerto.

15 aprile 2015

Jeffrey Tate e la sua commovente Nona di Mahler

L'ipotesi esegetica più condivisa, inaugurata da Alban Berg e confermata in parte anche dalle testimonianze di Mahler e di chi gli fu vicino negli ultimi anni, identifica nella Nona Sinfonia un inno alla natura, alla morte, ineluttabile esito estremo di ogni vita umana, ed alla loro drammatica, insolubile, coesistenza. Evidentemente è difficile, durante un'esperienza di ascolto, scindere completamente il giudizio dalle influenze culturali, dai luoghi comuni e persino dall'autosuggestione, tuttavia è innegabile che la lettura della Nona di Mahler, portata al Teatro La Fenice da Jeffrey Tate, scavi nel profondo della partitura, scovandovi la forza più viva e primordiale, quella verità che per un artista è sempre l'orizzonte cui puntare. Pare che Tate riesca a cogliere pienamente questo dualismo tragico, l'opposizione tra una natura pulsante e vitale e la falce incombente della fine, nonché il disagio dell'essere umano nel mezzo, destinato, nonostante tutto, alla sconfitta.
Senza dubbio il Maestro avverte nella Nona Sinfonia una sofferenza lacerante, chiara sin dall'inizio del primo movimento, staccato con un tempo molto lento e con il canto malinconico degli archi – e quell'intervallo discendente di seconda che ricorre continuamente, mai meccanico né trascurato ma ogni volta ripreso con sfumature diverse – su cui si staglia, quasi in un processo dialettico, l'ombra della distruzione. Questo tema fondamentale permea la narrazione, ovviamente, nelle intenzioni del compositore stesso, tuttavia Tate lo enfatizza scegliendolo quale cardine della propria lettura. Lettura che esce quindi estremamente coerente e convincente, senza cali di tensione o debolezze nella tenuta.

Il secondo movimento Im Tempo eines gemachlichen Ländlers è caricato di una pesantezza esagerata, non certo nel suono quanto piuttosto nelle accentazioni, che ne esaspera il lato grottesco e volutamente volgare; se è vero che nei pannelli centrali della sinfonia Mahler intende rappresentare la civiltà umana nelle sue organizzazioni, indiscutibilmente Tate identifica in questa presenza una fatica, una goffaggine nettamente contrapposta alla fluidità dirompente con cui viene rappresentato l'elemento naturale (e che connota quindi i movimenti primo e quarto). Gli sforzi umani, ben dipinti nella struttura razionale e meccanica della musica, paiono grevi e sgraziati, incapaci di fondersi con il mondo che li ospita.

Allo stesso modo la costruzione contrappuntistica del Rondo-Burleske (terzo movimento) è quasi parodiata, calcando la mano sulla rigidità formale della scrittura – “Sehr trotzig” (molto ostinato) indica Mahler – al punto che l'anticipazione del tema portante dell'Adagio irrompe con una morbidezza che chiarisce ulteriormente l'entità della distanza tra artificiale e naturale.

Il dolorosissimo processo dialettico trova nell'Adagio finale non solo il culmine della tensione ma sorprendentemente una soluzione ottimistica: colori, fraseggi e dinamiche che Tate chiede all'orchestra disegnano un distacco sereno, un'ascensione beata, quasi anestetizzata, in progressivo allontanamento dalle asprezze della vita terrena. Si tratta di un'interpretazione profondamente religiosa che asseconda la scrittura e, probabilmente, le intenzioni del compositore stesso.

Molto bene si è comportata l'Orchestra del Teatro La Fenice, capace di ridurre al minimo le imperfezioni e di assecondare il podio in ogni suggestione; pregevole sia la qualità del suono prodotta dai professori d'orchestra, sia la varietà di dinamiche, particolarmente nel quarto movimento.
Entusiastica ma sbrigativa l'accoglienza del pubblico veneziano che ha concesso solamente una manciata di minuti di applausi, invero calorosi, a orchestra e direttore.

18 marzo 2013

Daniel Harding e la SRSO al Teatro Comunale di Pordenone

Ci sono eventi che, seppure indirettamente, intervengono in profondità nella storia della musica; l’omicidio di Gustavo III, Re di Svezia, avvenuto nel 1792 durante una festa in maschera ne è un esempio lampante. Verdi ne trasse un gran partito (direbbe il Barone di Trombonok) col suo Gustavo III che la censura fece poi diventare Un Ballo In Maschera mentre gloria minore ebbe Joseph Martin Kraus, compositore tedesco del diciottesimo secolo che a quel ballo partecipò e che volle, con la sua Symphonie funébre, celebrare il ricordo del sovrano.

La stessa sinfonia funebre in do minore di Joseph Martin Kraus apriva il concerto di Daniel Harding alla guida della Swedish Radio Symphony Orchestra al Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone, concerto di punta della stagione musicale del teatro.
Harding propone un Kraus delicato, crepuscolare, più malinconico che scopertamente tragico. Gli equilibri sono cameristici, il suono orchestrale di straordinaria morbidezza, quasi ovattato. Chi si attendesse tempi sostenuti e sonorità asciutte, caratteri distintivi del coevo Mozart di Harding, sarà rimasto sorpreso nel trovarsi di fronte ad una lettura intimistica e meditata, in cui si intravede un romanticismo presagito, se non nel turgore del suono, nel sentimento.



Se con Kraus, considerata l’importanza secondaria, non è difficile sorprendere, a ben altro tipo di confronti si presta il Mahler della Quinta sinfonia in do diesis minore, lavoro frequentato dalle più grandi personalità del podio, passate e contemporanee.
Il Mahler di Harding è irrequieto e mobilissimo, giocato sul contrasto tra l’apollinea perfezione del suono e la dionisiaca varietà agogica, in ciò assecondato da un’orchestra impeccabile per perfezione tecnica e pulizia. Il suono è luminoso, trasparente anche nei fortissimi, mai sfuocato negli impalpabili pianissimi. 

La Quinta esce dall’orchestra con fluidità e coerenza espositiva sorprendenti, in un febbrile crescendo di tensione che si stempera in un finale travolgente. La Marcia funebre è un dialogo più teso e meno drammatico rispetto a quanto si sia abituati ad ascoltare, in cui l’interazione tra le voci dell’orchestra e la gestione delle dinamiche sono il vero motore pulsante piuttosto che la peculiarità del colore; lo Scherzo è gestito tra pennellate impressionistiche e finezze contrappuntistiche sottolineate con garbo, senza scadere nel calligrafismo. Per il celebre Adagietto Harding sceglie un tempo sostenuto, puntando ad un’emotività epidermica piuttosto che al languore tristaniano di certa tradizione, così da risultare perfetto prologo ad un rondò esplosivo ed elastico nei tempi, ottimista nella sostanza.

A termine concerto direttore ed orchestra hanno regalavano ad un pubblico entusiasta un inatteso bis verdiano, il Preludio al primo atto del Ballo in Maschera, eseguito con l’eleganza e l’intensità cui solo una compagine sinfonica di primo livello guidata da un grande del podio può aspirare.