Spesso nella vita degli artisti c’è un momento chiave in cui la fortuna fa cadere ogni tessera al posto giusto. Per Christoph von Dohnányi accadde nei primi anni ‘50, quando lavorava come maestro ripetitore all’Opera di Francoforte e gli fu chiesto di sostituire all’ultimo minuto il titolare che aveva dato forfait per un balletto in cui erano in programma Daphnis et Chloé e Il principe di legno. Ebbene, salì sul podio e diresse tutto senza spartito, guadagnandosi il plauso di pubblico e critica, che lo elogiò come un talento prodigioso, e l’attenzione degli addetti ai lavori. Non sapevano che in realtà il giovane direttore intratteneva una relazione con la prima ballerina e che, avendola accompagnata al pianoforte per settimane, conosceva la pagina a memoria.
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Gli inizi
Dohnányi era entrato nello staff del teatro come assistente di Georg Solti dopo aver studiato pianoforte, composizione e direzione d’orchestra tra l’Hochschule für Musik und Theater di Monaco e gli Stati Uniti, prima in Florida con il nonno Ernő von Dohnányi, poi a Tanglewood, in una fase di fascinazione per il carismatico Leonard Bernstein.
La musica era entrata nella sua vita molto prima, nella Berlino degli anni ‘30, dove seguiva prove e concerti dei Philharmoniker di Furtwängler ogni volta che poteva. Nato nel 1929, l’anno in cui alla Kroll Opera si incrociavano Walter, Kleiber, Klemperer e Toscanini, ebbe l’infanzia segnata dalla feroce repressione che il nazismo operò sulla sua famiglia: il padre Hans e lo zio, il teologo e dissidente Dietrich Bonhoeffer, furono giustiziati dai nazisti nell'aprile del 1945, negli ultimi colpi di coda di un regime ormai al collasso.
Oscurato nella fase giovanile della carriera dalla sagoma ingombrante degli omologhi più anziani, Dohnányi si è imposto come il prototipo del direttore universale di stampo tedesco, in grado di dominare il repertorio sinfonico come quello operistico. Apparteneva a una generazione, quella dei Sawallisch, dei Tennstedt e dei Masur, per i quali la gavetta era la regola. Quando Ferenc Fricsay, dopo il debutto sfolgorante, gli offerse un posto da kapellmeister a Monaco, Dohnányi declinò l’invito, non sentendosi ancora pronto per una tale responsabilità.
L'orchestra di Cleveland
Non entrò dunque nello star system da primattore, ma in punta di piedi, guadagnandosi i galloni nei teatri di provincia, tra Lubecca, Kassel e Colonia, prima di approdare a Francoforte e Amburgo. Nei primi anni ‘80 gli arrivò l’occasione della vita: la direzione musicale dell’Orchestra di Cleveland, un tempo assurta alla gloria mondiale grazie al lavoro di Georg Szell e a una fervida attività discografica, ma all’epoca appannata da un decennio infelice segnato dai contrasti con Lorin Maazel.
Quest’orbita a spirale rispetto ai centri di massa del grande mondo musicale differì, o almeno rese più radi, anche i contatti tra Dohnányi e la sala di registrazione, che per i primi decenni di carriera furono sporadici. Vi sono episodi storicamente fondamentali, come la prima incisione dell’opera di Henze Der Junge Lord, che il direttore aveva tenuto a battesimo, il fortunato ciclo delle sinfonie di Mendelssohn con i Wiener Philharmoniker o le opere di Alban Berg, Wozzeck e Lulu, registrate con la seconda moglie, il soprano Anja Silja. Però la gran parte del suo catalogo vide la luce solo più tardi.
Il sodalizio con l’orchestra americana e il proposito di allargarne il repertorio sia verso la contemporaneità sinfonica, sia verso il mondo dell’opera, portarono a un ingresso in pompa magna del maestro tedesco nel mercato del disco, soprattutto in America, dove fu il volto di un piano di consolidamento dell’immagine dell’orchestra fortemente sponsorizzato dall’etichetta londinese, che investì anche nell’ammodernamento del palco della Severance Hall di Cleveland per renderne l’acustica più adatta alle riprese audio.
In studio di registrazione
Progetto che si riverberò anche in Europa, dove il maestro continuò a coltivare un rapporto privilegiato con gli amati Wiener, il nome che torna con più alta frequenza nel cofanetto delle registrazioni complete di Decca intitolato Vienna, che a onor del vero si concede anche qualche excursus fuori rotta, toccando Amsterdam, in zona Concertgebouw, Bamberga, Berlino e Monaco. E poi ovviamente ci sono i Symphoniker viennesi, protagonisti ad esempio della registrazione delle Ouvertures di Beethoven effettuata nel 1959 da un Christoph von Dohnányi appena trentenne ma già straordinariamente maturo. Delle quattro complessive, Leonore 3 e Fidelio, nonostante il tempo passato, non erano ancora state pubblicate. Il cofanetto restituisce in 31 CD e un DVD - con una Salome dal Covent Garden - un ritratto completo del maestro, accostando al repertorio sinfonico anche diverse opere complete (oltre a quelle già citate, Fidelio e Der fliegende Holländer).
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| Christoph von Dohnányi, Vienna - The Complete Decca Recordings |
Tuttavia il suo rapporto col disco non fu mai inteso alla celebrazione del culto di se stesso, o alla ricerca narcisistica del suono ammaliante. Lo considerava piuttosto come la fotografia di un momento passeggero, un pezzo d’archivio, ma anche uno strumento di autovalutazione e di preservazione degli standard performativi di una grande orchestra: un’occasione in più di approfondimento e autocritica. Anche per questa visione austera è spesso stato tacciato di avere un approccio all'interpretazione musicale trattenuto, se non clinico. Accusa in parte fondata che ben inquadrava il suo metodo di studio della partitura e di lavoro con l’orchestra, guidato dal rispetto per il testo e basato sulla correzione minuziosa di equilibri interni e dell’esecuzione strumentale, frutto di un orecchio sopraffino e di una tecnica di gestione delle prove che aveva pochi eguali.


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