17 aprile 2026

Louis Lortie e Hossein Pishkar a Pordenone: la recensione

   È una coppia curiosa quella formata da Louis Lortie e Hossein Pishkar, protagonisti dell'ultimo appuntamento della stagione musicale del Teatro Verdi di Pordenone. Il primo col pianismo maturo di chi ha raggiunto una propria dimensione e non ha nulla da dimostrare: brillante e asciutto, non rigido ma ritmicamente quadrato, non austero ma nemmeno disposto a concedere spazio a effettismi o compiacimenti. Hossein Pishkar invece è giovane, non alle prime armi ma con un futuro tutto da scrivere, ed è in quella fase in cui qualche punta di compiacimento è non solo lecita, ma necessaria, così come è quasi incoercibile la tentazione di far vedere quanto si è bravi. Però bravo Pishkar lo è per davvero. Ha un gesto coreografico e flessuoso ma, a differenza di tanti giovani col gesto coreografico e flessuoso, non è fine a se stesso: si traduce in effetto musicale e trasmette all'orchestra una tensione immediata.


   Un'energia che si percepisce e si ascolta già dall'attacco del Concerto per pianoforte n. 20 in re minore, K 466 di Wolfgang Amadeus Mozart, che si dipana poi finemente lavorato nelle articolazioni, negli equilibri, anche in certi ammiccamenti tipici di chi ricerca la bellezza e anche di ingraziarsi l’ascoltatore. Tranello a cui è invece immune Louis Lortie con le sue mani possenti ma delicate, capaci di infondere carezze ma non disposte a regalarne di superflue. Elegante, pulitissimo, fluido ma senza quella liquidità da virtuoso piacione.

   Le belle promesse avanzate in Mozart sono mantenute in un’Italiana di Mendelssohn tesa e plastica, limpida nei dialoghi interni e, cosa tutt’altro che banale in un pezzo così inflazionato, persino in grado di stupire in certi passaggi, che poi è quel che si chiede a un interprete chiamato ad affrontare un capolavoro sentito e risentito. Non che ci sia nel modo di Pishkar il desiderio di strabiliare a ogni costo, ma certe accelerazioni – nel finale del primo movimento e in chiusura del Saltarello –, certi gesti musicali improvvisi, scatenano quel brivido che lo spettatore spera sempre di sentire quando va a teatro.

   Positiva la prova dell’Orchestra da Camera di Mantova, che è nitida e reattiva, pur con qualche sbavatura nella grana del suono.

Successo molto caloroso sia dopo la prima parte, sia a fine concerto.

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