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8 aprile 2026

Eduard van Beinum: l'eredità nelle registrazioni Decca e Philips

   Nato ad Arnhem, a sud-est di Amsterdam, nel 1901, Eduard van Beinum vide la propria carriera di direttore decollare a partire dagli anni '30, quando iniziò ad affiancare il più anziano Willem Mengelberg, allora a capo dell’Orchestra del Concertgebouw. Dopo il 1945, l’età avanzata e i rapporti controversi di Mengelberg con il nazismo agevolarono una sua repentina uscita dalla scena musicale che comportò la responsabilizzazione del suo subalterno. Più o meno nello stesso periodo van Beinum aveva assunto anche il controllo della London Philharmonic, che tuttavia dovette abbandonare, forse per il peggiorare delle sue condizioni di salute, forse per un feeling non perfetto con l’ambiente britannico, già nel 1950.


Cofanetto Eduard van Beinum Complete Recordings Decca & Philips 44 CD con ritratto del direttore d'orchestra
Complete Recordings on Decca & Philips - Box 43+1 CD


    È grossomodo nell'intervallo di tempo compreso tra la fine della guerra e il 1959, anno della sua morte, che Eduard van Beinum ha realizzato il gran numero di registrazioni per Decca e Philips che oggi sono raccolte in un cofanetto dedicato da 44 CD. Le incisioni più antiche sono ascrivibili all’etichetta londinese e furono in gran parte predisposte da Culshaw, mentre la collaborazione con Philips iniziò solo nel 1954. Vi prendono parte pressoché esclusivamente le due orchestre sopracitate, impegnate in un repertorio decisamente canonico che da Bach (Suite orchestrali), si spinge fino a Debussy, Mahler, Pijper e Britten, ma orbita prevalentemente intorno al Sette-Ottocento mitteleuropeo, da Mozart e Haydn a Beethoven, Schubert, Mendelssohn, Brahms e Bruckner. 

   Non vi compaiono cicli sinfonici completi, ad eccezione di quello brahmsiano, ma sinfonie “sciolte”, in alcuni casi registrate a più riprese, e una serie di concerti per strumento solista, oltre ad ouvertures, poemi sinfonici, qualche balletto e lavori di altra natura. Al netto della qualità alterna delle registrazioni, che sono comunque nella maggior parte dei casi tra il buono e l'eccellente e vanno migliorando col passare degli anni, quel che colpisce è il tocco leggero e l’approccio allergico alla retorica e alla magniloquenza di van Beinum, nonché la sua musicalità schietta.

di Paolo Locatelli

7 aprile 2026

Schumann: le Sinfonie dirette da Jan Willem de Vriend

   Caso curioso quello di Jan Willem de Vriend, direttore la cui carriera non si può dire che si sia sviluppata nei giri di prima importanza, eppure capace di firmare in anni recenti una serie di registrazioni del grande repertorio ottocentesco di assoluta originalità, a partire dall’integrale schubertiana di qualche tempo fa. Traiettoria per altro comune a molti musicisti che hanno mosso i primi passi nel repertorio antico o barocco, salvo poi appropriarsi un poco alla volta della produzione più tarda, maneggiandola con il retaggio di una cultura strumentale ed esecutiva eterodossa rispetto alla tradizione. 

   Ne sono un caso paradigmatico questi due dischi, pubblicati separatamente in rapida successione, che racchiudono le quattro sinfonie di Schumann, distribuite a due a due in ordine di numerazione. Quel che si ascolta è uno Schumann sgrassato rispetto alle consuetudini e memore dell’esperienza filologica, innanzitutto nell’incedere incalzante e nella frammentazione nervosa del legato, ma altresì dipanato con personalità non solo nella scelta dei tempi, ma anche nei rapporti tra gli stessi. Ne scaturiscono impasti talora ruvidi che non compiaceranno chi prediliga sonorità più edonistiche, prospettiva che certo non manca nelle tante alternative offerte dalla sterminata discografia sinfonica schumanniana.

Copertina dell'album delle Sinfonie 1 e 2 di Schumann dirette da Jan Willem de Vriend con la Stavanger Symphony Orchestra
Jan Willem de Vriend, Schumann Symphonies 1 & 2

   Il dimensionamento degli archi e un buon lavoro di missaggio assicurano inoltre una particolare attenzione per le voci di legni e ottoni, che emergono con equilibrio anche laddove l’orchestrazione di Schumann porrebbe alcuni sbilanciamenti di base. La grana grossa del suono degli strumenti, cui non è richiesta particolare morbidezza, tradisce una certa concitazione nei passaggi più accesi, in cui emergono senza filtri gli spigoli aguzzi dell’orchestra, una notevole Stavanger Symphony Orchestra, formazione che per scelta programmatica a partire dagli anni 90 ha deciso di affiancare al direttore principale canonico uno specialista della musica antica per curare con tutti i crismi quel ramo del repertorio. 

di Paolo Locatelli

Copertina dell'album delle Sinfonie 3 e 4 di Schumann dirette da Jan Willem de Vriend con la Stavanger Symphony Orchestra
Jan Willem de Vriend, Schumann Symphonies 3 & 4


4 aprile 2026

Ferenc Fricsay, il pioniere del suono moderno tra Budapest e Berlino


   Ferenc Fricsay nacque a Budapest da Berta e Richard Fricsay il 9 agosto del 1914. Richard era un musicista che dalla Boemia si era spostato nella grande città sul finire del secolo in cerca di lavoro, e qui si era costruito una buona reputazione come direttore di banda. Fu lui a instradare il figlio alla musica, dapprima iscrivendolo a un corso di pianoforte, quindi, quando Ferenc ebbe ben chiara l’idea di diventare a sua volta direttore, costringendolo a studiare uno strumento per ogni sezione dell’orchestra. Iniziò dal violino, quindi venne il clarinetto, poi il trombone e infine le percussioni. Solo così, pensava Richard, il figlio avrebbe saputo dove mettere le mani una volta che si sarebbe trovato di fronte a un’orchestra vera. Gli sviluppi sembrano dargli ragione. All’Accademia Liszt di Budapest affrontò infine la direzione vera e propria, parallelamente alla composizione, che apprese da tre numi dalle personalità complementari: il saggio Zoltán Kodály, l’appassionato Ernő Dohnányi e l’austero Béla Bartók. In quegli anni all’Accademia passavano molti dei più importanti maestri in attività, da Kleiber senior a Klemperer, da Mengelberg a Furtwängler fino a Bruno Walter, modelli che il giovane Fricsay poté osservare al lavoro da vicino, in prova e poi in concerto.

il direttore d'orchestra Ferenc Fricsay
Ferenc Fricsay


Gli inizi

   Una volta diplomatosi, nel ‘33, venne ingaggiato dalla Filarmonica di Seghedino, dove ebbe modo di farsi le ossa prima di tornare a Budapest, nella doppia veste di direttore principale del teatro d’opera e della filarmonica della città. Kodály, che Fricsay riconosceva come un padre spirituale, ne ricordava impressionato quegli inizi di carriera, sia per come fosse riuscito a esaltare l’arido sostrato culturale della periferica Seghedino, innalzando vertiginosamente in pochi mesi il livello di un’orchestra raccogliticcia, sia per la carica innovativa con cui aveva stravolto l’inerzia dell’opera di Budapest, soprattutto nel repertorio italiano.

   La consacrazione definitiva avvenne nel 1947, quando dovette sostituire in corsa l’indisposto Otto Klemperer a Salisburgo per la prima di Dantons Tod di Gottfried von Einem. Il successo fu tale che l’Opera di Vienna lo mise sotto contratto per una serie di sessanta recite, che alla lunga lo sfiancarono. Non era tipo da salire sul podio senza prove, fosse pure per l’aurea routine della Staatsoper: per lui la musica era una fede e la performance una celebrazione religiosa, non un mestiere.

   Più dell’incipriata Vienna, pareva adatta al suo temperamento la Berlino del 1948. Una città in ginocchio, distrutta dalle bombe e dalle spartizioni dei vincitori, con una gloriosa tradizione musicale sepolta sotto le macerie della guerra, quando non pesantemente compromessa dalla lunga mano della propaganda di regime. Un rinnovatore colto e ossessivo, devoto ai grandi del passato ma affamato di futuro era l’uomo giusto per defibrillare quella storia alla luce di una sensibilità nuova.

Il successo in Germania

   Proprio in quell’anno gli vennero affidate le chiavi della Städtische Oper (oggi Deutsche Oper), dove esordì con un Don Carlos di cui fortunatamente rimane traccia, prima del doppio debutto sul podio dei Berliner Philharmoniker e con l’orchestra che più di ogni altra ha legato il proprio destino a Ferenc Fricsay, quella della RIAS, fondata dalle forze di liberazione americane l’anno precedente che sarebbe divenuta poi Radio-Symphonie-Orchester Berlin nel ‘56 e infine, nel 1993, Deutsches Symphonie-Orchester Berlin, nome con cui opera tuttora sotto la guida di Robin Ticciati. Alla testa della RIAS Fricsay ripeté, in grande, il miracolo di Seghedino. Con cultura del lavoro e perfezionismo maniacale costruì da zero una macchina perfetta che in pochi anni raggiunse livelli di virtuosismo degni delle formazioni europee più blasonate.

   Le sue ambizioni andavano però ben oltre la qualità esecutiva dei concerti, ma includevano anche una visione ad ampio raggio della vita culturale della città. L’orchestra doveva guardare alla musica contemporanea con la stessa serietà che riservava al grande repertorio e aprirsi alle possibilità offerte dai nuovi media. Sul finire degli anni ‘40 infatti Fricsay strinse un contratto con la Deutsche Grammophon che nel decennio a venire lo portò in sala d’incisione con una frequenza da superstar. La Nona di Beethoven incisa nel 1958 con i Berliner fu la prima registrazione stereofonica dell’etichetta tedesca e rimane tutt’oggi una pietra miliare nella storia della discografia. Tuttavia la produzione di Fricsay non si limitò ai classici come Brahms, Liszt o Verdi, riletti con un’inedita freschezza, ma espanse gli orizzonti del mercato affrontando compositori che fino ad allora l’industria del disco aveva ignorato o lambito appena, dai suoi maestri Bartók e Kodály al suddetto Einem, fino a Martin, Hartmann, Glière, Falla, Henze, Hindemith e così via.

   Nella sua traiettoria, in sala come dal vivo, Fricsay fu anche un pioniere nel rinnovamento dello stile esecutivo, come testimonia meglio di ogni altro esempio il suo Mozart, che sembra in anticipo di decenni sul gusto comune, quasi presagisse le conquiste filologiche che verranno. Egli lo amava e soprattutto lo capiva nel profondo. Lo considerava “uno dei più grandi uomini mai apparsi sulla Terra” e ne sposava la natura fortemente positiva: Mozart era, secondo lui, “l’ottimista per excellence, l’unico in cui si sente, anche nei momenti più tragici e dolenti, un luccichio dell’oro, un sentimento di gioia”, tratti a suo dire assenti nei grandi che verranno dopo, Beethoven compreso, la cui scrittura dialettica non lascia mai intravedere “un sorriso spensierato, un cenno di conforto”. Questa ambiguità, o meglio questa compresenza di opposti affetti, di contraddizioni, sono vivide nel lascito discografico di Fricsay, sorprendentemente svincolato dall’austerità seriosa o dal furore luciferino dei suoi contemporanei più celebri. L’asciuttezza e il rigore para-toscaniniani in Fricsay si ammorbidivano nella flessuosità di una gestione delle linee e dell’agogica sempre imprevedibile ed elastica.

   La sua parabola fu troncata brutalmente da un cancro dello stomaco nel febbraio del 1963, che gli impedì di salire sul podio durante tutto l’anno precedente. Diede l’ultimo concerto nell’inverno del 1961.


Le registrazioni DG del direttore d'orchestra ungherese Ferenc Fricsay
Ferenc Fricsay, Complete Recordings on Deutsche Grammophon



Ferenc Fricsay - Complete Recordings on Deutsche Grammophon

   Sarebbe scorretto sostenere che oggi Ferenc Fricsay sia un musicista dimenticato, se non altro perché Deutsche Grammophon ciclicamente ripropone in diverse soluzioni la sua intera produzione discografica, ma non è nemmeno entrato nel mito come probabilmente avrebbe meritato, forse perché la sua parabola durò relativamente poco, interrotta anzitempo da una malattia che lo stroncò a soli 48 anni, forse perché la sua firma è grossomodo legata a un'orchestra non di prima fascia. Eppure, a cavallo tra il secondo dopoguerra e il 1961, anno del ritiro, fu un protagonista assoluto della scena musicale europea - soprattutto berlinese - e del nascente mercato del disco. Basti ricordare che la stessa DG gli affidò la prima incisione stereo della sua storia, una Nona sinfonia di Beethoven suonata dai Berliner Philharmoniker. C'è ovviamente anche questa tappa nel box “Ferenc Fricsay - Complete Recordings on DG”, che raduna in 86 CD e un DVD l'intero catalogo realizzato dal direttore ungherese per l'etichetta gialla tra il 1949, anno in cui debuttò in sala di registrazione con la Quinta di Čajkovskij, e il 1961. Nella gran parte dei titoli tuttavia lo affianca un’altra orchestra, la sua, quella nata nel 1947 come “RIAS Symphony Orchestra” per intrattenere le forze di occupazione statunitensi e divenuta poi, sotto la guida di Fricsay, una perfetta macchina musicale che, pur senza aver i galloni o la qualità timbrica dei cugini filarmonici, in pochi anni imparò a destreggiarsi anche nel repertorio contemporaneo più spericolato. 

   Scorrere l'elenco delle decine di registrazioni firmate da Fricsay dà la misura del suo eclettismo e della voracità, doti ideali per conquistare una Berlino che non vedeva l'ora di rinascere e proiettarsi nel futuro dopo gli anni di retroguardia culturale della dittatura. Fricsay non palesava la sua capacità visionaria di precorrere i tempi solo nelle scelte, ma anche nell'approccio stesso alla musica, in cui infondeva un'elettricità leggera e danzante, per certi versi irridente al cospetto della grande tradizione tedesca. Lo testimonia il suo Mozart che si articola con una levità fanciullesca, compreso quello operistico che pur lascia scorgere qualche ruga nel gusto polveroso degli interpreti vocali. Vale per il suo Beethoven, così impetuoso e asciutto, o ancora per il fuoco vivo che arde nel suo Dvořák. Certo, non tutte le incisioni sono perfette, infatti lo stesso direttore decise di tornare su alcune di esse a distanza di anni per ridefinire la propria interpretazione. Tuttavia le opere riprese, come la Sinfonia dal Nuovo Mondo, la Patetica o il Requiem di Verdi, più che perfezionate danno l'impressione di uscire ripensate, non necessariamente in meglio ma in una direzione parimenti intrigante. Se le prime incisioni sono serrate a ardenti, tale è la tensione narrativa che le percorre, le riedizioni paiono più tragiche e meditate, come screziate di un dolore meno violento ma più profondo. È alterna ma sempre soddisfacente la qualità audio, che dopo le prime realizzazioni mono va migliorando anno dopo anno. La raccolta è accompagnata da un libretto che, oltre a fornire le specifiche di ogni singolo disco, propone una serie di documentazioni critiche e biografiche, in inglese e tedesco, tra cui due testimonianze dei suoi partner artistici Yehudi Menuhin e Dietrich Fischer-Dieskau, che con Fricsay fece il suo debutto all'opera come Marchese di Posa nel 1948.

di Paolo Locatelli

3 aprile 2026

Il Mahler tridimensionale di Paavo Järvi: la Prima Sinfonia con la Tonhalle di Zurigo

 Coniugare inventiva, freschezza, suprema qualità strumentale e profondità di dettaglio è un’impresa assai più ardua di quanto possa sembrare, anche in un autore che guida per mano l’interprete con dovizia di indicazioni e che è ormai pane quotidiano per qualsiasi grande orchestra internazionale. Eppure in questa Prima sinfonia di Gustav Mahler – la terza incisa da Paavo Järvi nel ciclo in corso di realizzazione con la Tonhalle-Orchester di Zurigo dopo le numero 5 e 2 – il miracolo riesce, ponendosi come una voce originale in un catalogo ormai sterminato.

Copertina del CD della Sinfonia n. 1 di Gustav Mahler diretta da Paavo Järvi con la Tonhalle-Orchester Zürich
Mahler: Sinfonia n. 1 - Paavo Järvi e la Tonhalle-Orchester Zürich 

   Se certa eccentricità negli stacchi dei tempi e nella loro gestione interna potrebbe comportare – e in altre registrazioni firmate da Järvi ha comportato – una frammentazione dell’arco narrativo, qui tutto scorre fluidamente, ogni scelta non solo è consequenziale, ma concorre a mantenere alta la tensione. C’è un’orchestra ora vellutata, ora tellurica, con archi morbidissimi e ottoni lucenti, che azzanna nervosamente gli incisi più impetuosi lasciando emergere in filigrana gli echi bucolici o popolareschi, come reminiscenze o perturbazioni di un pensiero musicale.

   È un Mahler fluente in cui ciascun contrasto di scrittura non è frattura timbrico-sonora ma tridimensionalità dinamico-espressiva, sia nei moti turbolenti, su tutti quelli del quarto movimento, sia nei grandi afflati melodici. Ma soprattutto questo disco è un paradigma di come dovrebbe essere prodotta una registrazione dal punto di vista tecnico per nitidezza della ripresa, chiarezza del suono, trasparenza della concertazione e ampiezza di campo.

Paolo Locatelli