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4 dicembre 2017

Il Libro della Scienza della Musica

Partendo dalla definizione di Leonard Bernstein secondo cui la musica cosiddetta “classica” andrebbe più correttamente chiamata “esatta”, poiché strettamente vincolata ad un testo che la definisce in modo stringente, si incontrerebbe qualche difficoltà ad incasellare in questo ambito la produzione ottomana e mediorientale, che tuttavia classica lo è nei fatti. Per evitare di inciampare nel pozzo della terminologia, è sufficiente attenersi al buon vecchio adagio secondo cui esistono solo due tipi di musica: quella buona e quella cattiva. La musica che Jordi Savall ha portato al Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone non è solo buona, anzi ottima, ma è musica fondamentale, ancestrale, è un condensato di civiltà.





Si parla di una tradizione secolare che è sopravvissuta grazie alla trasmissione orale e pratica, spesso, o a specifici codici di scrittura. Certo per noi, che siamo abituati ad associare la musica “colta” non solo ad una stretta relazione con il testo scritto – che negli ultimi decenni con l’evolversi degli studi filologici si è ulteriormente rinsaldata – ma anche ad un’identità autorale ben definita e storicamente inquadrata, può essere complicato avvicinarsi con la medesima disposizione intellettuale a un’arte senza padre e senza Vangelo, che ha resistito al tempo solo perché qualcuno l’ha insegnata a qualcun altro. Non solo: sovente in questo genere di espressione musicale, a differenza del repertorio classico per come lo conosciamo, viene lasciata grande libertà di manovra all’interprete, sia perché parte dell’esecuzione è basata sull’improvvisazione, sia perché alcune melodie sono talmente antiche che non si sa per quale strumento siano state concepite, non si sa dove, ed è pertanto impossibile stabilire quale sia il modo “corretto” di affrontarle.

Ci si chiede come sia possibile che il prodotto di culture tanto lontane, un prodotto per di più effimero e volatile come il suono, sia sopravvissuto inalterato generazione dopo generazione. La risposta che si è dato Savall è semplice ma convincente: perché le persone ne avevano bisogno, per ritrovare la pace e la serenità e soprattutto per rinnovare quotidianamente il legame con le proprie radici. Ed è proprio così. Ritrovarsi immersi in queste antiche melodie, così lontane dal nostro linguaggio eppure tanto vicine, pare un viaggio alla sorgente del Logos, un ritorno alla culla dell’umanità. È difficile afferrarne le ragioni ma si percepisce che questa tradizione è parte di noi e che di noi racconta qualcosa. Tali litanie circolari e liquide, per l’assenza di una scala temperata, riescono a pennellare – è davvero il caso di dirlo – il suono con un ventaglio di sfumature e cromatismi sorprendente. Inoltre reggono su un ritmo costituito da tempi composti e complessi, quasi tribali, che mutano continuamente senza lasciarsi afferrare.

Non è un caso in fondo che l’interesse per la tradizione del vicino Oriente abbia travolto molti dei più importanti compositori europei del XX secolo e che ancora oggi trovi adepti un po’ in tutti i campi, dal neoimpressionismo alla musica leggera, sia esso interpretato in chiave misticheggiante o New Age, sia con il rigore dello studioso, come nel caso appunto di Savall.

Il quale Savall parte da un testo, Il Libro della Scienza della Musica, scritto da Dimitrie Cantemir agli inizi del Settecento. Cantemir fu un filosofo, letterato, storico, musicologo,compositore, linguista ed etnografo, insomma un umanista a tutto tondo, ma fu anche ottimo interprete del tanbur (una sorta di liuto orientale le cui origini si perdono nella notte dei tempi) che dedicò parte delle sue energie allo studio e alla codificazione della musica colta ottomana, quella che si poteva ascoltare nella corte di Istanbul nei decenni a cavallo tra diciassettesimo e diciottesimo secolo. Figlio di un nobile moldavo, com’era costume dell’epoca il giovane Dimitrie fu inviato alla corte ottomana in qualità di ostaggio – la Moldavia era soggetta al dominio ottomano e queste erano le usanze – dove poté ricevere un’istruzione completa, entrando a contatto con tutte le culture che si incrociavano nella capitale dell’impero. Il palazzo del sultano Ahmed III, cui Cantemir dedicò il trattato, era infatti un centro di straordinaria varietà e tolleranza, che raccoglieva e mescolava conoscenze e tradizioni islamiche, orientali ed europee. Anche la musica che vi si poteva ascoltare, considerata all’epoca per raffinatezza e complessità persino superiore alla contemporanea occidentale, affondava le proprie radici nel folclore ma anche nella stessa musica europea, grazie all’immigrazione in Turchia di vari gruppi etnici esuli.

Nel Libro della Scienza della Musica Cantemir raccolse 355 brani, di cui 9 composti di suo pugno, ideando un sistema di notazione musicale ad hoc. Il testo raccoglie fondamentalmente dei makam, cioè delle melodie arabe strettamente codificate (sia per la composizione che per l’esecuzione), che tuttavia nella “prassi esecutiva” devono essere precedute da dei taksim, cioè dei “preludi” basati sull’improvvisazione.

Così si spiega la scelta di accostare alla musica “di corte” ottomana quella proveniente dalle tradizioni popolari circostanti, quindi sefardite, armene e greche, tramandate spesso, come si diceva, oralmente, e poi raccolte talvolta in testi specifici, com’è il caso del Voskeporik in cui il musicologo armeno Nigoghos Tahmizian ha fissato parte della storia delle sue terre.

Come detto si tratta di un repertorio di grande complessità tecnica, che pure sembra un gioco da ragazzi nelle mani degli artisti dell’Hespèrion XXI “Istanbul”, un ensemble già noto al pubblico pordenonese, composto da strumentisti di provenienza e formazione delle più eterogenee.

Haïg Sarikouyoumdjian (armeno) al duduk, una sorta di oboe dal suono ovattato ma ampio, dipinge la musica come un incantatore di serpenti. Pedro Estevan è un mago delle percussioni, non solo per il senso del ritmo ma soprattutto per i colori che riesce a trarre dai suo strumenti.

Hakan Güngör suona prodigiosamente il kanun, che ricorda un'arpa orizzontale, mentre Yurdal Tokcan, turco anch’esso, è un virtuoso dell’oud, un liuto a manico corto senza senza tasti, cosa che consente di pennellare la musica anche in intervalli più ristretti del canonico semitono.

Nedyalko Nedyalkov, bulgaro, maneggia il kaval, un flauto cromatico dal timbro flebile e “ventoso”. Il polistrumentista greco Dimitri Psonis si divide tra il saz turco, un cordofono a manico lungo, e il santoor, uno strumento antichissimo, probabilmente di origini mesopotamiche, che produce un suono tramite le percussione, con delle leggerissime bacchette, di corde disposte orizzontalmente.

E infine c’è lui Jordi Savall, viola d’arco e lyra. Seduto all’estrema sinistra del palco, quasi in disparte senza alcuna posa divistica, non solo suona da padreterno ma capisce anche quando è il momento di spiegare alla platea le ragioni del concerto, riuscendo a portarlo immediatamente dalla sua parte. E in tal senso il pubblico pordenonese è una spugna: sia forse per la giovinezza del teatro, sia per la mentalità della città, nella sala del Verdi si giudica sempre e solo dopo avere ascoltato e si affronta ogni cosa senza preconcetti e con una curiosità verginale. Poco importa se qualche applauso rimane inceppato o parte anzitempo, questo è l’atteggiamento giusto.

Dopo due ore ininterrotte di (bellissima) musica è trionfo.

15 gennaio 2015

Jordi Savall al Verdi di Pordenone

Quello che Jordi Savall ha fatto in cinquant'anni di carriera va ben oltre l'archeologia musicale, oltre la filologia e la ricerca di una prassi esecutiva basata sulla storia e sulle fonti. Certo lo studio meticoloso, l'approfondimento tecnico ci sono e sono cardini imprescindibili per l'attività del musicista spagnolo, ma sarebbe ingenuo ridurre i suoi meriti alla riproposizione di un repertorio sconosciuto o all'eccentricità delle scelte. Lo dimostrano il consenso che da decenni accompagna ogni sua iniziativa, concertistica o discografica, come il pubblico eterogeneo che trascende i limiti degli appassionati alla cosiddetta “musica classica”.


Così è stato per il concerto al Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone del 10 gennaio: teatro praticamente esaurito, spettatori di ogni età e successo oceanico con pubblico in piedi, entusiasta e commosso, come succede di rado.

Savall, negli anni, è stato capace di convincere il mondo che un repertorio sconosciuto e remoto non solo meritasse attenzione, ma che avesse qualcosa da condividere con la sensibilità contemporanea. Le ragioni appaiono evidenti: la musica antica cui Savall ha dedicato buona parte della propria attività ha palesi ascendenze popolari e custodisce in sé le radici della musica moderna. La semplicità armonica e ritmica di questo repertorio, in buona misura costruito da un accompagnamento percussivo e rigido, in genere un giro di accordi, su cui si erge una voce solista (la viola da gamba o il violoncello di Savall), anticipa la struttura di molta musica leggera. Queste considerazioni da sole non giustificano tuttavia il successo planetario di Savall, né basta la sua preparazione musicale a spiegarlo, essendo la perizia e lo studio presupposti necessari ma non sufficienti per diventare grandi artisti: Savall è un grande artista perché riesce ad infondere nella musica che esegue una vitalità travolgente senza ridurre l'esecuzione ad accademia o ad un esercizio di filologia.

I musicisti dell'Ensemble Hesperion XXI – pur soffrendo la grandezza della sala del Verdi, in cui il suono degli strumenti antichi non riusciva ad imporsi con facilità – si dimostravano degni interlocutori del più noto maestro. Xavier Diaz-Latorre domava tiorba e chitarra con un tocco delicatissimo. Energica l'arpa barocca spagnola di Andrew Laurence King come le percussioni, sfumatissime nelle dinamiche, di David Mayoral. Completavano l'organico l'inappuntabile Luca Guglielmi (organo e clavicembalo) e il violone di Xavier Puertas.

Di Jordi Savall, direttore, violoncello e viola da gamba, abbiamo già accennato: oltre all'indiscutibile magistero tecnico e alla meticolosa attenzione per l'equilibrio ritmico e dinamico con le altre voci orchestrali, il musicista riusciva ad accendere la musica trasfondendovi il proprio carisma. Colpivano in modo particolare la musicalità delle esecuzioni e la cura per fraseggio e contrappunto, in grado di raggiungere quella spontaneità e quella naturalezza che solo anni di esperienza, uniti ad un talento invidiabile, possono consentire.

I brani proposti, sconosciuti ai più, spaziavano grossomodo lungo due secoli di repertorio (tra il 1500 e il primo 700), raccogliendo compositori di origini e sensibilità diverse, pezzi anonimi ed improvvisazioni. Chiudeva il concerto, come bis, una toccante ninna nanna che Savall ha voluto dedicare alle vittime della redazione di Charlie Hebdo.