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1 aprile 2023

Ernani alla Fenice

   La sensazione che resta a termine dell'Ernani in scena al Teatro La Fenice è che ci fossero dei margini per fare qualcosa di meglio, soprattutto per quanto riguarda voci e buca. Chi non lascia particolari rimpianti è Andrea Bernard, regista, almeno se si parte dal presupposto che l’opera in questione sia, per struttura e intreccio, uno di quei perfidi tranelli in cui mettere le mani è estremamente pericoloso.

   Non che questo Ernani sia un capolavoro della messinscena, ma in fin dei conti la condotta didascalica e correttamente dipanata da tradizione due-punto-zero funziona. Bernard non si inventa niente di strano, o meglio, quasi niente. A esclusione del fantasma del padre del protagonista che si aggira per il palco reclamando vendetta e di qualche flashback in videoproiezione, il suo è il più classico degli Ernani. Non è dunque uno spettacolo da Oscar alla regia, ma potrebbe piuttosto candidarsi a un premio per la fotografia perché grazie alle belle scene di Alberto Beltrame - che richiamano le rovine di un castello - e a una organizzazione non particolarmente vivace ma ben misurata dei movimenti delle masse, il palco è quasi sempre un bel vedere. Ne esita una narrazione che procede grossomodo per immagini statiche in cui Bernard fa il possibile, ma non l'impossibile, con la recitazione dei singoli, che è sbozzata di mestiere. Il buon disegno luci di Marco Alba e i bei costumi di Elena Beccaro (solo una domanda: perché Giovanna ha gli occhiali da sole?) fanno gioco al bel colpo d’occhio complessivo.

Foto Silvestri

   Quanto all'esecuzione musicale, il limite fondamentale è una mancanza di varietà di fondo che si traduce in monotonia. Qui le voci ci sono, alla faccia di chi le crede estinte, ma non sono spinte al meglio delle rispettive possibilità. Piero Pretti ad esempio è un Ernani di eccellente musicalità e squillo e, pur non disponendo di un tonnellaggio soverchiante, sa proiettare ogni nota in qualsiasi zona della tessitura. Qua e là, sì, dà l’impressione che la parte gli vada un po' larga, ma il problema non è quello, quanto la monocromia di un canto che è quasi esclusivamente giocato tra mezzoforte e forte. La sintesi della prova del tenore potrebbe essere copiaincollata pari pari al resto del cast, ad eccezione di Michele Pertusi (Silva), che ormai possiede un mestiere e una idiomaticità tali da dominare il linguaggio verdiano in ogni suo segreto tecnico-espressivo.

   Anastasia Bartoli, Elvira, ha uno strumento un po' sordo in basso che esplode in un’ottava alta vigorosa, che lei controlla bene e che esibisce con gran sfarzo e con qualche occasionale fissità, ma non trasmette che in parte la ricchezza musicale e drammatica del personaggio, anche perché ingabbiata nei suoi momenti più distesi da un accompagnamento strettamente ossequioso al metronomo.

   Chi ci lascia le penne è Ernesto Petti, il cui Don Carlos è un enigma. Al baritono non fanno difetto né il volume, e ne dà prova nell'aria della terza parte, né le buone intenzioni, perché se c'è da alleggerire alla mezzavoce o da osare qualche legato più scoperto non si tira indietro. Però questi pochi momenti di bel-canto cedono il passo a continue forzature e suoni "grattati" che esitano giocoforza in cali di intonazione e crepe nella timbratura. Non è memorabile nemmeno il contributo dei comprimari, a eccezione della buona Giovanna di Rosanna Lo Greco.

Foto Silvestri

Quando i limiti si distribuiscono trasversalmente, viene il sospetto che la responsabilità di quel che c'è stato, ma soprattutto di ciò che mancava, sia del podio. La direzione di Riccardo Frizza, che pur alla Fenice negli ultimi anni ha lasciato tanti ottimi ricordi, è al solito impetuosa e trascinante, ma in questo caso avara di delicatezza. Approfittando di una compagnia di buone canne, Frizza tiene il volume dell'orchestra tendenzialmente alto e imprime al battito una serratezza che va a vantaggio della tensione teatrale ma non sempre del canto. Non che l’orchestra sia sciatta, anzi, la concertazione e gli equilibri interni sono efficaci anche quando il direttore alza la manopola del volume e sollecita le percussioni, eppure c'è un assente ingiustificato: tutto quell’insieme di sottigliezze che assicurano varietà, colori e pregnanza drammatica allorché c’è da modellare musica e parola l’una sull’altra.

   Non è in serata di meraviglie neanche il Coro della Fenice preparato da Alfonso Caiani, che ogni tanto scappa al podio e che sembra aver smarrito la compattezza dei giorni migliori.

   A fine spettacolo successo caloroso per tutta la compagnia.


5 aprile 2022

I Lombardi tornano alla Fenice

  Nei 178 anni che sono passati dalla prima e unica volta de I Lombardi alla prima crociata al Teatro La Fenice, datata 1844, un po' di cose sono cambiate. I Lombardi sono diventati una setta di fanatici cristiani, forse dei giorni nostri, forse di un futuro distopico non troppo lontano. Pagano è la pecora nera della famiglia "bene" che sta a capo di questa congrega di invasati violenti. Lui è un mezzo hippie con l'aria da vichingo de noaltri, loro dei santoni di bianco vestiti che se non impugnano un crocefisso è solo perché la mano è occupata da un kalashnikov, e se non c’è nemmeno un kalashnikov va bene anche una mazza da baseball. Dall'altra parte ci sono i nemici, ovviamente i musulmani, il cui profilo è grossomodo uguale e contrario. Semplificando, Valentino Villa, regista della produzione, la vede più o meno così. Dico semplificando perché in realtà di carne al fuoco Villa ce ne mette parecchia, probabilmente troppa. È vero che la trama dell'opera è improbabile, che il libretto zoppica e che i personaggi, nel loro integralismo curiosamente elastico, non offrono molti appigli, però Villa, per cavare un goccio di sangue dalla rapa lombarda, finisce per intasare il flusso narrativo con tanta di quella roba che la metà basterebbe per due produzioni.


  C'è il filo conduttore di Caino e Abele, condivisi dalle scritture cristiane e coraniche, che nascono, crescono e muoiono sulla scena in corso d'opera. Il parallelo con i fratelli protagonisti è lapalissiano, ma la pantomima biblica non aggiunge proprio niente alla drammaturgia dell’opera. Villa ci spiega poi che il fanatismo religioso spesso sfocia nel razzismo e il razzismo nella violenza, e che le guerre danno la stura ad abusi e ruberie. Tutto vero, manca però un disegno coerente nel mettere in fila i pezzi. La presa di Gerusalemme ad esempio, che diventa una razzia brutale a un minimarket-kebab di quelli tipicamente gestiti da immigrati orientali, anziché condurre all’acme della tensione, come avrebbe potuto essere, rimane un episodio incidentale totalmente avulso da quel che lo precede e lo segue. Il problema è che a metterci questo e quello, e poi quell'altro e quell'altro ancora, il filo si ingarbuglia. Qualcosa si coglie, molto passa via. È come se il regista cercasse di distogliere l’attenzione dall'immobilismo dell’opera, purtroppo inesorabile, riempiendo i vuoti d’azione con spunti su spunti, controscene e violenza gratuita, per altro realizzata in un modo che non è mai davvero disturbante, ma talvolta involontariamente comico. Quanto al lavoro di regia vera e propria, Villa fa quel che può, e d'altronde è difficilissimo dinamizzare l’azione in un'opera in cui il coro è quasi costantemente in scena. Massimo Checchetto disegna un ambiente indefinito per i primi due atti, un hangar cementato che si apre a fondo scena con una feritoia cruciforme, mentre gli ultimi due si svolgono sullo sfondo di un ambiente di ispirazione mediorientale. I costumi di Elena Cicorella assolvono a una funzione identificativa delle fazioni in campo.

  Venendo alla musica, il dato saliente è la prima rappresentazione assoluta dell’edizione critica della partitura pubblicata da The University of Chicago Press. Una tappa significativa nella storia dell’interpretazione contemporanea del genere, anche se nel caso specifico la rilevanza dell’aspetto culturale non è pareggiata dall’efficacia teatrale. Fa un buon lavoro Sebastiano Rolli, che è un “nerd” verdiano e si sente. Si sente il lavoro in sala coi cantanti, che accentano e sfumano la dinamica, si sente la concertazione accurata - e infatti l'Orchestra della Fenice è in ottima serata e suona bene assai -, si sente anche un'attenzione affettuosa ma non servile al palco. Però il lavoro dei cantanti non è solo studio e preparazione, c'è anche quell’ineffabile “in più” che fa tutta la differenza del mondo.


  Roberta Mantegna ad esempio, ha tutte le note di Giselda. Ha voce di bel timbro raggiante che rispetto al passato ha ulteriormente acquisito peso e anche una notevole sicurezza nell'affrontare ogni richiesta della scrittura, dal legato all'agilità. Solo gli estremi acuti non le riescono sempre limpidissimi. Però il suo è un canto tendenzialmente monocorde: manca di colori, di pathos, persino dell’audacia di rischiare il suono magari meno pulito ma teatralmente più pregnante.

  Il Pagano di Michele Pertusi è viceversa molto chiaroscurato e vario, secondo un gusto decisamente debitore alla tradizione italiana. La voce, del colore nobile che ben conosciamo, acquisisce timbratura man mano che sale, trovando sfogo in un’ottava superiore bronzea.

  Antonio Poli, da (eccellente) tenore mozartiano, è ormai giunto al grande passo delle parti verdiane. Il suo strumento negli anni si è molto allargato, sia nel medio grave, che ha una velatura quasi baritonale, sia in acuto, mantenendo tuttavia elasticità nell'espandersi dalla mezzavoce alla massima potenza. Gli resta da limare un po' il passaggio tra i due registri, che è poi la zona su cui questo repertorio batte più insistentemente. Ottima la prova di Antonio Corianò, che è un Arvino di grande squillo e sicurezza. Per una parte tutto sommato marginale, Corianò è un gran lusso, al punto che rimane la curiosità di ascoltarlo in un impegno di maggior rilievo.

  Bastano poche frasi ad Adolfo Corrado, Acciano, per fare apprezzare un timbro di basso di tutto rispetto. È al solito affidabile Mattia Denti, Pirro, così come si comportano bene Marianna Mappa nei panni di Viclinda e Barbara Massaro, Sofia. Completa il quadro Christian Collia nel breve intervento del priore. Il Coro del Teatro La Fenice, di recente passato sotto la guida di Alfonso Caiani, non ha perso la compattezza che l’ha sempre caratterizzato, peculiarità che, unita all’ampiezza del ventaglio dinamico, lo rende un eccellente protagonista del giovane Verdi.

Buon successo per tutti, con punte di entusiasmo per Mantegna, Pertusi e Rolli.

1 ottobre 2015

L’Elisir d’Amore di Donizetti trionfa alla Scala

Sono assai belle le scene firmate da Tullio Pericoli per l’Elisir d’Amore in scena al Teatro Alla Scala di Milano, spiace quindi che Grischa Asagaroff si impegni a fondo per mortificarle. Il lavoro del regista assembla sistematicamente tutto ciò che nell’Elisir, o nell’opera buffa in generale – ammesso e non concesso che tale sia il capolavoro donizettiano – sarebbe auspicabile bandire: mossette, ammiccamenti e sottolineature del grottesco, stereotipi e luoghi comuni. Il resto è lasciato all’iniziativa dei cantanti, con alterna fortuna e poca coerenza.



Ben più convincente e compatta risulta l’esecuzione musicale, a partire della direzione attentissima e brillante di Fabio Luisi il quale compensa i limiti di fantasia con una professionalità ed un’attenzione alla narrazione assolutamente impeccabili. 

Vittorio Grigolo poi è un Nemorino notevolissimo: vocalmente teme pochi confronti, la voce è bella e ben sostenuta, il volume importante; l’interprete è estroverso, si aiuta con qualche trucchetto di seconda mano ma restituisce un personaggio vivo e travolgente. Sul palco il tenore è incontenibile, salta, balla, si dimena, esaspera ogni smorfia e concetto, sempre ai limiti – e talvolta oltre i limiti – della forzatura.

Non è meno brava Eleonora Buratto, Adina pienamente risolta nel canto, morbido e rotondo, ma più timida sulla scena, il che non è necessariamente un limite.
Se la cava con classe Michele Pertusi, Dulcamara, pur palesando qua e là qualche segno di fatica; solido e convincente il Belcore (maltrattatissimo dal regista) di Mattia Olivieri. Molto positiva la prova di Bianca Tognocchi, Giannetta.

Scala gremita e applausi convinti per tutti. Ovazioni da stadio per Grigolo.

Paolo Locatelli
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