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11 settembre 2025

Manfred Honeck e Renaud Capuçon tornano alla GMJO

   Ci sono due aspetti complementari che rendono l’incontro tra Manfred Honeck e la Gustav Mahler Jugendorchester per la tournée estiva del 2025 uno dei più intriganti nella storia recente del progetto. Il primo è proprio la qualità dell’orchestra, che sì, vanta un livello medio che anno dopo anno si attesta costantemente tra l’eccellente e lo straordinario, ma poche volte si è ascoltata esprimere una simile plasticità e pulizia nella struttura dell’amalgama, a servizio della miracolosa identità timbrica sempre uguale. Osservare nella Quinta Sinfonia di Čajkovskij diciotto violini primi che sciorinano con esattezza millimetrica le semicrome staccate del Valse come fossero un ensemble da camera è qualcosa che toglie davvero il fiato.

   E poi c’è la totale responsività al podio. Al suo gesto, che è chiarissimo ma assai flessibile ed esigente in termini di rubato e fraseggio, all’entità dell'impegno fisico che impone ai musicisti e anche alle sue idee musicali, che sono in molti casi estreme. Estreme non in quanto forzate o eccentriche, ma poiché sollecitano scarti e transizioni spinosi (non tagliati di netto, ma disegnati da movimenti fini e pertanto ancor più sfidanti), dinamiche amplissime con pianissimi sussurrati e forti impetuosi, colori sempre perfettamente gradati e bilanciati, cosa tutt’altro che banale per un organico che supera i centodieci elementi e che si esibisce ogni sera in una sala diversa.

Foto Luca D'Agostino


   Insomma alla fine dei due concerti che segnano il ritorno della Gustav Mahler Jugendorchester sul palco del Verdi di Pordenone per il summer tour 2025, dopo otto date in giro per l’Europa, spiace che non ce ne sia un terzo a seguire. In occasione del doppio appuntamento che sancisce il decimo anniversario della collaborazione con il teatro friulano l’orchestra non si è esibita da sola, ma accanto a Renaud Capuçon, virtuoso del violino tra i più interessanti della sua generazione con un passato da spalla proprio nella Mahler.

   Nel Concerto in re maggiore di Korngold colpisce la totale sinergia tra solista e direttore, sia nella concezione estetica dell’opera, la cui cantabilità notturna non è mai forzata verso spigolosità ma mantiene una sorta di inesausto, cullante, legato d’insieme, sia in un balancing che consente al violino di non spingere mai il suono, poiché sostenuto senza prevaricazioni da un accompagnamento incredibilmente delicato a fronte delle dimensioni dell’organico.

   Una comunanza che nel Concerto n. 3 in sol maggiore, K 216 di Mozart proposto nella seconda serata trova diversa declinazione ma pari efficacia, con un'orchestra ridotta e ulteriormente ingentilita da articolazioni in punta di fioretto che ne alleggeriscono il peso.

   Se oggi è frequente ascoltare i concerti per violino di Mozart spinti al parossismo nella caratterizzazione, con sonorità graffianti e, non di rado, un approccio barockettaro allo strumento, Capuçon lo affronta con la stessa levigatezza di suono che riserva al lirismo di Korngold: un’omogeneità della bellezza timbrica che si conserva lungo tutta l'estensione, senza aculei né increspature. Ma soprattutto - ed è forse la peculiarità più sorprendente in Mozart - Capuçon possiede una qualità artistica difficilmente circostanziale a parole, la capacità di “cantare” le note con una limpidezza di dizione mai disgiunta da un’idea sottostante di legato e fraseggio, anche quando si tratta solamente di piccole cellule musicali o figurazioni ritmiche.

   Se nella veste di accompagnatore Honeck ha l’intelligenza di dare agio al solista di esprimersi al meglio, non arretrando ma tenendo il motore dell’orchestra sempre a bassi giri, nelle due grandi pagine sinfoniche ne saggia i limiti estremi, spremendo dai musicisti ogni goccia di energia. È una scommessa elettrizzante ma rischiosa - doppiamente elettrizzante e rischiosa se si ha a che fare con un ensemble giovanile - che ripaga in una Sinfonia n. 5 in mi minore di Čajkovskij suonata da una GMJO in stato di grazia.

   Una Quinta pennellata in ogni piccolo inciso dalla bacchetta di Honeck, che bilancia l’amore per il dettaglio con la fluidità d’insieme, dando sviluppo al continuo modellamento di frasi e di dinamiche, di accelerazioni e distensioni, senza frammentare il discorso musicale né incagliarsi in leziosismi. È un’impostazione tanto affascinante quanto ambiziosa, poiché necessita di un’orchestra duttile ed elastica che sappia animare l’andamento orizzontale senza creare cesure nel suono né nelle transizioni, e ovviamente senza sfaldarsi di fronte ai guizzi del gesto.

   Nella Sinfonia n. 9 in re minore l’inventiva è convogliata verso un'impetuosità apocalittica, lontana dal tono monumental-sacrale della tradizione poiché più mobile e varia nell’incedere. Non è un Bruckner (solo) maestoso e uniformato al sound organistico - che pure in certi passaggi non manca - né contemplativo, ma fremente e sbalzato nei contrasti, nelle articolazioni dei diversi caratteri che compongono la scrittura e pervaso da una drammaticità incoercibile che può rivelarsi straziante ma anche terrorizzante (lo Scherzo!), squarciare abissi di vertigine o indicare una luce di speranza.

   A fronte di un’innegabile potenza evocativa, quello di Honeck è un approccio alla musica tassante che esige moltissimo dall’orchestra in termini di sforzo fisico, generosità e concentrazione, e che, nel caso del concerto pordenonese, paga dazio in un terzo movimento in cui la fatica - soprattutto tra i fiati - si fa sentire. Però che vitalità!

   Trionfo con bis “bissati” a furor di popolo nelle sue serate: la ninna nanna catalana “Canto degli uccelli” nella trascrizione di Pablo Casals e il Mattino dalle musiche di scena di Peer Gynt di Edvard Grieg.

12 settembre 2024

Doppio Metzmacher

   Il gran palinsesto della tournée estiva 2024 della Gustav Mahler Jugendorchester, ormai in dirittura d’arrivo dopo aver attraversato mezza Mitteleuropa, è stato proposto nella sua interezza dal pubblico del Teatro Verdi di Pordenone, che da diversi anni è una delle residenze dell’orchestra. Una doppia portata servita nelle serate di lunedì 2 e mercoledì 4 settembre, che si è rivelata assolutamente intrigante per almeno due ragioni. La prima è puramente programmatica, con la scelta di un repertorio vario per estensione geografica e temporale eppure assemblato con coerenza rigorosa e originalità, non solo nella selezione dei brani, ma anche nella disposizione degli stessi, con le due combinazioni Wagner-Nono-Wagner e Beethoven-Schönberg-Beethoven dipanate in un unico fiato, senza soluzione di continuità, con un effetto tanto straniante quanto illuminante per insospettabile affinità.

foto Luca A. d'Agostino / Phocus Agency

   La seconda attrattiva è il ritorno sul podio della GMJO di Ingo Metzmacher, che si conferma un eccellente preparatore d’orchestre e concertatore, con la sua propensione più illustrativa che esplicativa della pagina. È il modo, piuttosto che del direttore interprete, del direttore maieuta, interessato ad estrarre quel che c’è nella partitura, aderendovi il più possibile, e nei musicisti che ha di fronte, cui lascia una notevole libertà d’azione. Un approccio che emerge fin dal gesto a mani nude, che assicura un pilotaggio saldo del macchinario orchestrale tanto nel controllo di pesi ed attacchi, quanto nella calibratura degli stacchi di metronomo.

   L’esito è appunto un dominio del suono e degli equilibri assoluto ma per così dire neutrale, che non investiga il singolo particolare a scapito dell’altro, ma che proietta dinanzi all’ascoltatore la pagina, mantenendo un al tempo stesso una pasta doviziosa e laccata dell'amalgama ma anche l'intelligibilità di ogni linea, pur con un’orchestra enorme e tutt’altro che timida nelle sonorità. Non c’è dunque l’estrema ricerca del colore e della varietà, né della cifra personale del pioniere, ma innanzitutto un proposito di chiarezza e compattezza, sia nell’esporre la struttura complessiva, sia nel dare pari dignità a ogni mattone che la compone.

   Nei due estratti dal Parsifal (il Preludio e l’Incantesimo del Venerdì Santo) - intervallati dal rarissimo A Carlo Scarpa, architetto, ai suoi infiniti possibili di Luigi Nono, nelle cui rarefazioni echeggiano universi musicali alieni - pennella un lirismo che si adagia morbidamente grazie al prezioso legato dei (tantissimi) archi e si addensa, senza ma offuscarsi, quando il dettato impone un suono più turgido.

   È una chiave che ritorna nel Bruckner della Terza sinfonia, proposta nella sua versione originale del 1873, che trabocca di wagnerismi più o meno espliciti. Quello di Metzmacher, benché finemente cesellato negli equilibri e nelle gradazioni dinamiche, non è il Bruckner sminuzzato in ogni frammento, ma piuttosto un Bruckner denso e dicotomico, sbalzato tra gli afflati cantabili delle frasi più distese, meravigliosamente intese dagli archi della GMJO, e il gigantismo impetuoso che li separa. È proprio in questo versante più austero che Metzmacher marca la differenza rispetto alla tradizione, imprimendovi, anziché il canonico sound organistico, una quadratura implacabile e per certi versi tagliente che sembra anticipare, con il suo rigore, lo Šostakovič della Sinfonia n. 8 in Do minore op. 65.

   Sinfonia eseguita nella seconda serata che si rivela il momento più alto del doppio appuntamento e quello in cui il “modus” di Metzmacher e l’elettricità incontenibile della Gustav Mahler Jugendorchester sembrano meglio sposarsi con la scrittura. Forse non solo per la vocazione “novecentesca” del maestro, ma perché la sua capacità di lasciare che sia la partitura a disvelarsi si estrinseca al massimo livello in un lavoro che è concepito divinamente sia nell’orchestrazione, così ricca e minuziosamente guidata, sia nella gestione del suo sviluppo orizzontale. Quel controllo totale della dinamica e degli equilibri si installa in un capolavoro di ingegno musicale che trabocca di idee e umori, dalle frasi struggenti degli archi in apertura agli echi guerreschi (Šostakovič la scrive, trentaseienne, nel 1943), dalle fanfare popolaresche agli assalti ruggenti, dal sarcasmo del terzo movimento fino a quei lunghi, distesi sussurri dell’orchestra su cui hanno piena libertà di svilupparsi i soli. Senza far torto agli altri, si cita quello a mezzavoce del corno inglese nella seconda parte dell’ampio movimento che apre la sinfonia, prossimo al prodigio sia per la bravura dell’esecutore, sia per la delicatezza dell’orchestra che lo accompagna.

   Nella prima parte della stessa serata, come accennato, le due Ouverture Coriolano e Leonore No.3 di Beethoven, opulente nel suono ma implacabili nella nettezza della pulsazione ritmica, hanno fatto da prologo ed epilogo, senza pausa, ai Cinque pezzi per orchestra op. 16 di Arnold Schönberg.

   Successo calorosissimo a termine di entrambi i concerti per direttore e per un’orchestra che ad ogni rinnovamento di organico mantiene, oltre all’assoluta qualità strumentale, un’identità timbrica distinguibile tra mille.