Ultimamente mi è capitato di ascoltare parecchie Turandot, più o meno quotate, più o meno centrate, ma una che reggesse la parte come Kristina Kolar non l'avevo ancora incontrata. Una colonna di voce bronzea, omogenea in tutta l'estensione, timbro ambrato e dovizioso, acuti sfolgoranti e, merce rara, la capacità di tenere bene in bocca quelle note di mezzo ("di passaggio", dicono gli espertoni) che a nove Turandot su dieci escono prossime al grido. Poi fraseggia, dice, colora, insomma un’artista vera. Peccato che nella produzione che ha inaugurato la stagione del Verdi di Trieste si sia scelto di rinunciare al finale, che con assoluta probabilità sarebbe stato l’Alfano II, perché la Kolar avrebbe potuto tirarci fuori qualcosa di interessante.
Invece no, qui l’opera sì chiude sulla morte di Liù. Una voce registrata (di cui, detto sommessamente, non si sarebbe sentita la mancanza) riprende l’arcinoto congedo toscaniniano: qui termina la rappresentazione perché a questo punto il maestro è morto e tanti saluti.
Che sia una scelta di comodo o ben ponderata poco importa, una Turandot senza finale ha un suo senso. Quelle tre pulsioni di morte autodistruttive e proiettate a un altrove impossibile – l'impossibile speranza, la chiama Liù – restano sospese in una notte che non vedrà mai l'alba, ognuna intrappolata nel proprio vicolo cieco.
Certo per i vociomani non sarebbe stato male neanche ascoltare il tenore Amadi Lagha nel finalone spremi-polmoni, perché questo giovane tenore di voce, e soprattutto di acuti, ne ha da vendere. Canta ancora un po' troppo sulla natura, coprendo poco e aprendo molto, ma gli esiti, almeno finché la voce gira a dovere, sono elettrizzanti. Il si naturale dell’aria è glorioso, il do dell’ardente d’amor persino crescente. Nel mezzo c’è qualche suonaccio ancora da incanalare per bene, ma il ragazzo ha stoffa.
Per il resto il capitolo primo dell'inaugurazione triestina è di quelli che vanno bene per non disturbare troppo il pubblico più “impolverato”. C'è un direttore esperto, Nikša Bareza, che ha un bell'impeto ma che pesta parecchio sulla grancassa – cosa che a me non dispiace, ma che costringe i cantanti a sgomitare per farsi sentire – un'orchestra in buona forma e un cast che gira a regime, soprattutto tra le parti minori. Positivo il contributo delle tre maschere (Alberto Zanetti, Saverio Pugliese e Motoharu Takei), anche se Bareza con i suoi tempi fantasiosi non sempre li aiuta a dovere. Desirée Rancatore, Liù, soffre la tessitura bassa dei primi due atti ma firma un bel finale espressivo, Andrea Comelli è un Timur cui non si può rimproverare nulla. Altoum è nientepopodimeno che Max René Cosotti.
Turandot, così come il secondo capitolo della saga inaugurale del teatro triestino, Aida, porta le firme di Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi per quanto riguarda la regia, Paolo Vitale (scene e disegno luci) e Anna Aiello (movimenti scenici e assistente alla regia). I due spettacoli condividono parte della scenografia ma soprattutto l’idea di fondo, che è quella di seguire il più possibile il libretto. Che la disponibilità di tempo e budget per mettere a punto gli allestimenti non fosse eccezionale è abbastanza evidente, tant'è che più che sul dettaglio la ricerca del consenso pare mirare al colpo d’occhio. Effetto che, stando alla risposta del pubblico, c’è eccome. Però permane un immobilismo di fondo e la sensazione sostanziale che oltre al contorno ci sia poco.
Restando ad Aida, Fabrizio Maria Carminati è sempre una garanzia. Fa suonare al meglio l’orchestra, non sbrodola mai, tiene il palco e se qualcuno si perde per strada lo recupera al volo, insomma è l’uomo ideale per garantire la riuscita musicale di uno spettacolo, tanto più se, come nel caso in questione, l’impressione generale è che di prove non ce ne siano state molte.
La protagonista della prima, Svetlana Kasyan, ha voce torrenziale negli acuti a piena potenza, ma ha anche intenzioni apprezzabili nel modulare la frase. A onor del vero bisogna dire che i piani, come spesso accade alla voci grandi, non escono proprio limpidissimi, ma tutto sommato va bene così, la sua Aida nel complesso convince.
Gianluca Terranova, Radames, desta qualche apprensione perché in più di un punto la voce pare sfiorare il limite, limite che però non viene mai oltrepassato, anzi, anche se certi suoni a mezzavoce non sono facilissimi, il tenore riesce sempre a sfogare bene in acuto e salvare la ghirba.
La Amneris di Anastasia Boldyreva è la migliore in campo. Bella voce mezzosopranile, ottime intenzioni interpretative, fraseggio forbito e splendida presenza. Certo il personaggio è disegnato, d’accordo con l’impostazione dello spettacolo, in modo decisamente convenzionale, ma scansando certi eccessi di tradizione.
Andrea Borghini, Amonasro, ha tanta voce, il Ramfis di Cristian Saitta ancora di più. Positivo il contributo di tutti gli altri.
Resta da dire del coro, al solito preparato da Francesca Tosi, e dell’orchestra, che pur sbavando qualcosa qua o là, garantiscono inappuntabile compattezza e una duttilità dinamica apprezzabilissima.
Alla fine è duplice trionfo, in Aida forse ancor più schietto.
Il suono lontano è un contenitore disordinato che raccoglie recensioni teatrali e discografiche di musica classica, sia cameristica che sinfonica, e opera lirica.
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3 dicembre 2019
Cina o Egitto? La doppia inaugurazione del Verdi di Trieste
3 agosto 2016
Aida in piazza grande
San Vito al Tagliamento ospita ormai da diversi anni un appuntamento estivo con l’opera, accogliendo produzioni itineranti che non avranno forse le velleità delle realtà teatrali ma cui va riconosciuto il merito di promuovere una diffusione capillare della lirica sul territorio. Per la quattordicesima edizione di “Opera in piazza” la scelta è caduta su Aida, capolavoro assoluto di Verdi da sempre ritenuto, probabilmente più a torto che a ragione, opera perfetta per i grandi spazi all’aperto.
Difficile pretendere da simili operazioni finezze musicali o drammaturgiche che necessiterebbero di sforzi produttivi assai maggiori, tuttavia talvolta questi spettacoli dalla chiara impronta nazionalpopolare possono riservare delle sorprese inattese anche allo spettatore più prevenuto. Nel caso specifico il colpo che non ti aspetti si chiama Kristina Kolar ed è un soprano croato sulla quarantina, chiamata a sostituire la prevista Rebeka Lokar, nel ruolo eponimo. La Aida della Kolar si impone per la bellezza della voce e per la non comune morbidezza di emissione nonché per l’incisività del fraseggio. In un contesto ove tutti cedono alla tentazione di gonfiare il petto, risolvendo la gamma dinamica tra il forte e il mezzoforte, questa Aida non rinuncia al canto a fior di labbra, dimostrandosi per altro in possesso di splendide mezzevoci.
Se la cava con mestiere e con la solidità dei mezzi vocali Renzo Zulian, Radames affidabile e squillante ma poco incline alle sfumature. Non impeccabile Patrizia Patelmo, Amneris, che, soffrendo forse l’ampiezza degli spazi, tende spesso a forzare, perdendo così di saldezza della voce e pulizia della linea.
L’Amonasro di Mauro Buda è eccessivamente sopra le righe sia nella recitazione, sia nella vocalità che, pur impressionante per volume, è governata con esiti discutibili.
Shi Zong è un Ramfis fin troppo pallido e intimorito, Frano Lufi un Re corretto.
Sorprende la Sacerdotessa di Maria Vittoria Paba per la proiezione della voce.
Eddi De Nadai guida la non sempre irreprensibile Orchestra Città di Ferrara, che alterna ottimi momenti a qualche pasticcio di troppo, badando soprattutto a far tornare i conti e a sostenere il palco. Ben figura il Coro lirico del triveneto, soprattutto per quanto riguarda le voci femminili.
Encomiabile la prova della Filarmonica di San Vito al Tagliamento diretta da Simone Comisso.
L’allestimento firmato da Serenella Gragnani può essere ascritto nel novero dell’onesta tradizione, con una regia essenziale e tendenzialmente statica ma al sicuro dal rischio di immobilismo.
Le scene (siglate Fantasia in Re) riscoprono un’ennesima declinazione dell’Egitto da cartolina già raccontato da centinaia e centinaia di Aide prima di questa ma hanno, pur nella modestia dei mezzi, una loro piacevolezza. Molto belli i costumi, anch’essi a firma Fantasia in Re.
Pubblico festante e franco successo per tutti.
Difficile pretendere da simili operazioni finezze musicali o drammaturgiche che necessiterebbero di sforzi produttivi assai maggiori, tuttavia talvolta questi spettacoli dalla chiara impronta nazionalpopolare possono riservare delle sorprese inattese anche allo spettatore più prevenuto. Nel caso specifico il colpo che non ti aspetti si chiama Kristina Kolar ed è un soprano croato sulla quarantina, chiamata a sostituire la prevista Rebeka Lokar, nel ruolo eponimo. La Aida della Kolar si impone per la bellezza della voce e per la non comune morbidezza di emissione nonché per l’incisività del fraseggio. In un contesto ove tutti cedono alla tentazione di gonfiare il petto, risolvendo la gamma dinamica tra il forte e il mezzoforte, questa Aida non rinuncia al canto a fior di labbra, dimostrandosi per altro in possesso di splendide mezzevoci.
Se la cava con mestiere e con la solidità dei mezzi vocali Renzo Zulian, Radames affidabile e squillante ma poco incline alle sfumature. Non impeccabile Patrizia Patelmo, Amneris, che, soffrendo forse l’ampiezza degli spazi, tende spesso a forzare, perdendo così di saldezza della voce e pulizia della linea.
L’Amonasro di Mauro Buda è eccessivamente sopra le righe sia nella recitazione, sia nella vocalità che, pur impressionante per volume, è governata con esiti discutibili.
Shi Zong è un Ramfis fin troppo pallido e intimorito, Frano Lufi un Re corretto.
Sorprende la Sacerdotessa di Maria Vittoria Paba per la proiezione della voce.
Eddi De Nadai guida la non sempre irreprensibile Orchestra Città di Ferrara, che alterna ottimi momenti a qualche pasticcio di troppo, badando soprattutto a far tornare i conti e a sostenere il palco. Ben figura il Coro lirico del triveneto, soprattutto per quanto riguarda le voci femminili.
Encomiabile la prova della Filarmonica di San Vito al Tagliamento diretta da Simone Comisso.
L’allestimento firmato da Serenella Gragnani può essere ascritto nel novero dell’onesta tradizione, con una regia essenziale e tendenzialmente statica ma al sicuro dal rischio di immobilismo.
Le scene (siglate Fantasia in Re) riscoprono un’ennesima declinazione dell’Egitto da cartolina già raccontato da centinaia e centinaia di Aide prima di questa ma hanno, pur nella modestia dei mezzi, una loro piacevolezza. Molto belli i costumi, anch’essi a firma Fantasia in Re.
Pubblico festante e franco successo per tutti.
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