Visto l’esito, ci si augura che il progetto pilota di residenza dell’Orchestra Mozart al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, che ha ospitato le prove e il concerto di debutto della mini-tournée dicembrina proseguita a Bologna e Modena, sia il primo di una lunga serie. D’altronde con Daniele Gatti sul podio non ci si può aspettare niente di diverso: punti di vista sulla musica personali ed estremi, e quindi polarizzanti, ma perseguiti con una consapevolezza e una padronanza tecnica ineccepibili.
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| Daniele Gatti e l’Orchestra Mozart |
Come sempre, di fronte a Gatti si ha la sensazione di un dominio della partitura e dell'orchestra esibito con un virtuosismo quasi ostentato. Dominio assoluto delle agogiche, dei volumi e degli equilibri interni, a momenti - come nel finale del secondo movimento della Sinfonia in Do - abbadianamente rifiniti invitando i violini ad ascoltare i legni.
È un approccio di indagine ed esposizione teso a scandagliare gli intrecci e le invenzioni più ardite della pagina, che esce dalle mani di Gatti come arricchita di una terza dimensione che si aggiunge a quella orizzontale e verticale. Lo si deve a un approfondimento meticoloso delle articolazioni, delle gradazioni dinamiche, alla vivificazione dei contrasti coloristici e a una tale profondità di dettaglio che amplifica le risorse espressive dello spartito. Gatti esalta così le tante sfaccettature nascoste nell’apparente semplicità della Sinfonia in Do di Igor Stravinskij, che quadra ritmicamente con una fluidità quasi irridente, al pari del carattere ironico-grottesco della Sinfonia n. 1 in Re maggiore, op. 25 “Classica” di Sergej Prokof’ev, non sovraccaricata ma magnificata in ogni sua piega.
E poi c'è la Quinta di Beethoven, uno di quei banchi di prova in cui non è difficile convincere ma sorprendere. Ebbene, quella che si è ascoltata è una Quinta imprevedibile, battuta dopo battuta, e stupefacente, che non concede un attimo di tregua, talmente ricercata e spremuta da tradire, a onor del vero, certo compiacimento per l’eccentricità.
È un Beethoven guizzante e inafferrabile nei tempi, modellati con continue accelerazioni e distensioni che raggiungono l’apice del radicalismo in un finale spinto al limite estremo della controllabilità. Ma è altresì una lettura miniata in ogni inciso, ad illuminare proposizioni note e stranote con un'intenzione sempre nuova, sin dall’ingresso dei corni che erompono come a spezzare la rincorsa precipitosa del tema introduttivo del primo movimento. Certo, è una proposta che cerca il cavillo e che, con le sue forzature, non piacerà ai più tradizionalisti, ma capace di offrire una prospettiva inedita e, in definitiva, elettrizzante. Una prospettiva che difficilmente capiterà di riascoltare.
Manco a dirlo, trionfo.
Paolo Locatelli

