Visualizzazione post con etichetta Michael Sanderling. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michael Sanderling. Mostra tutti i post

7 febbraio 2026

Pordenone, Nikolai Lugansky e in concerto al Teatro Verdi

Michael Sanderling e la Luzerner Sinfonieorchester
   
   Capita spesso che in tournée orchestre e direttori, anche tra i più blasonati, mettano il pilota automatico per assestare il tenore della performance su di un’aurea routine che assicuri un buon trionfo senza troppa fatica. Viceversa, il debutto della Luzerner Sinfonieorchester sul palco del Teatro Verdi di Pordenone è stato tante cose, ma niente che assomigli neanche vagamente alla routine. Si è ascoltata invece un’orchestra plasmata con meticolosità dal suo direttore principale, Michael Sanderling, che ha idee forti e non necessariamente allineate alla tradizione, ma soprattutto si è percepito un lavoro di fino a monte, sia nella concertazione, sia nel taglio interpretativo.

   Che il direttore riservi un’attenzione particolare per il suono lo si capisce già dalle diverse espressioni dell’orchestra in ciascun movimento nel Concerto n.1 in mi minore di Fryderyk Chopin - con l’incipit ben calcato, l’attacco del Larghetto sbalzato tra le differenze timbriche degli archi e quello del terzo tempo articolato con nettezza - e dal tessuto perfettamente modellato per accogliere le mani benedette di Nikolai Lugansky.

   Il quale è, come noto, un solista dalla meccanica spaventosamente perfetta, che pare in grado di controllare il peso delle dita in ogni singola nota e altresì di fraseggiare con una quadratura che poco concede al sentimentalismo. Non fa dunque uno Chopin da rubacuori, ma più asciutto e assertivo, sottile nella cantabilità come nella gestione della dinamica e giustamente apprezzato dal pubblico in sala.

   Nella Sinfonia n. 4 in fa minore, op. 36 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, Sanderling ha potuto imporre una cifra più personale, e probabilmente polarizzante nel suo rompere il patto con certe aspettative del pubblico, con equilibri interni soppesati al grammo, fraseggi antiretorici e dinamiche accuratamente calibrate che restituiscono una visione più analitica che appassionata.

   È una Quarta sviscerata nella concertazione - che suggestivi i dialoghi tra legni e archi, sempre a fuoco anche nei pianissimi! - e iper-definita, con un’attenzione al dettaglio che tuttavia non estingue il lato più irruente della partitura, ma finisce piuttosto per traslarlo in una chiave modernista: c’è un che di prokofeviano nell’incedere spigoloso e ossessivo del primo movimento, ma ci sono presagi di Novecento anche nell’ironia parodistica dei temi popolareschi del terzo e nel finale affilato.

   La fisionomia degli eccellenti Symphoniker di Lucerna li avvicina al filone delle orchestre trasparenti piuttosto che di quelle dense: ne esce dunque un Čajkovskij radiografato, che non esprime un legato cremoso “alla russa” ma che predilige la scomposizione alla fluidità, risultando anche per questa ragione estremamente intrigante.

Successo calorosissimo.

Paolo Locatelli

10 febbraio 2015

Konzerthausorchester Berlin a Udine

La Konzerthausorchester di Berlino è  poco nota al pubblico italiano, surclassata per fama ed accesso al mercato discografico dalle compagini germaniche più antiche e blasonate. Sorprende non poco scoprire, all'ascolto dal vivo, che si tratta di un'orchestra, se non di primissimo livello, dalle mirabili qualità, priva di debolezze eclatanti e tecnicamente solida. Il concerto che l'orchestra berlinese ha tenuto al Giovanni da Udine, guidata da Michael Sanderling, si è rivelato l'ennesima conferma in merito alla bontà della stagione musicale del teatro. Aggiungeva fascino alla serata la presenza del bravo Martin Helmchen, giovane pianista dalle indiscutibili doti di virtuoso che spalleggiava la Konzerthausorchester in un programma interamente dedicato alla musica russa del XX secolo.



La Suite n. 1 da Cenerentola op. 107 di Sergej Prokof'ev è risultata il momento più debole della serata: non che si sia trattato di un'esecuzione mediocre, tutt'altro, l'orchestra ha suonato con precisione e buona varietà di dinamiche. Non altrettanto varia risultava la gamma di sfumature cromatiche e soprattutto agogiche, a causa d'un podio talvolta incline ad eccedere nel rigore metronomico (in particolar modo nel Walzer).

Martin Helmchen dava del Concerto n. 2 in sol minore op. 16 per pianoforte e orchestra di Sergej Prokof'ev una lettura estroversa ed epidermica, convincente per brillantezza e luminosità del suono ma poco incline all'approfondimento. Il pianista giocava le sue carte migliori nel rigore ritmico, tradotto in scansione bruciante, grazie ad un approccio vigoroso alla scrittura ma mai pesante, fluido e brillante. La povertà dei colori tuttavia faceva sì che alla lunga l'esaltazione per il virtuosismo tecnico lasciasse spazio a qualche perplessità circa la monotonia del disegno interpretativo. L'orchestra sosteneva il pianoforte con buona qualità di suono ma non senza sbavature ritmiche nell'accompagnamento.

La seconda porzione di concerto, dedicata alla Sinfonia n. 5 in re minore op. 47 di Dmitrij Šostakovič, si collocava su livelli superiori, probabilmente in virtù di una maggiore confidenza dell'orchestra con il lavoro in programma. Sanderling ne esaltava lo spirito per così dire reazionario, accentuandone il lato più tragico e serioso piuttosto che ricercarvi gli stilemi propriamente novecenteschi, in termini di impasti timbrici e sottolineature armoniche. Ne usciva una lettura coerente e compiuta, retta senza cedimenti nel suo sviluppo. Il largo del terzo movimento ad esempio, pur staccato con un tempo molto lento, era sostenuto alla perfezione ed impreziosito da dinamiche leggerissime. L'impostazione interpretativa comportava necessariamente la rinuncia a qualcosa in termini di grottesco, di esaltazione dei contrasti, a sfiorare soltanto le novità di scrittura che un approccio più analitico avrebbe messo altrimenti in luce.

Molto buona l'accoglienza del pubblico udinese che ha salutato gli artisti con applausi calorosi.