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1 dicembre 2016

Wayne Marshall e Filarmonica della Fenice

“Signor Gershwin, la musica è musica”. Così parlò Alban Berg che come molti ammirava profondamente il compositore americano e che godeva, forse più di ogni altro, di una sincera stima reciproca. Non deve sorprendere il fatto che uno dei padri della dodecafonia, tra i massimi esponenti della seconda scuola di Vienna, mostrasse posizioni tanto benigne verso un linguaggio senz’altro distante dal proprio ma al quale era accomunato dall’urgenza di esplorare nuovi orizzonti, sia pure in direzioni differenti.


Gershwin, tornato a New York dall’Europa, fece incorniciare una foto di Berg che appese a una parete di casa accanto a quella di Jack Dempsey, pugile campione dei pesi massimi tra il 1919 e il ‘26, e a un sacco da boxe. Non solo, quando il compositore statunitense si diede al teatro con Porgy and Bess aveva ben chiara in testa la lezione dell’austriaco, in particolare il suo Wozzeck cui dedicò più di un riferimento.

Inutile dire che Berg vide lontano, ma non fu il solo. La prima di Rhapsody in blue alla Aeolian Hall di New York nel 1924 si guadagnò un consenso pressoché unanime – in sala erano presenti personalità del calibro di Stokowski e Rachmaninov, entusiasti – e non meno calorosa fu l’accoglienza nel Vecchio Mondo, ove i vari Stravinskij, Ravel, Schoenberg e, appunto, Berg, salutarono con favore questa musica nuova.

Al di là dell’approvazione, sia pur autorevolissima, dei suoi contemporanei, l’importanza dell’opera di Gershwin va riconosciuta anche per l’influenza che ha avuto sulla scuola compositiva americana, ma non solo, del XX secolo. Tra gli epigoni, benché con alterna costanza e convinzione, ci fu anche Leonard Bernstein che pur non risparmiando qualche critica al lavoro del suo ingombrante predecessore ne fu un autorevole interprete.

Pertanto abbinare in un unico programma le produzioni più note di questi due musicisti non può che rivelarsi una scelta vincente, sia per le relazioni storiche, sia per le palesi affinità di linguaggio.

Quella che potrebbe essere fraintesa come musica semplice, tanto per l’immediatezza e la spontaneità comunicativa quanto per il suo affondare le radici anche nei generi più popolari (si tratti di jazz, swing, o le Song di inizio Novecento), è in realtà una materia estremamente complessa da maneggiare e insidiosa, sia tecnicamente, sia per le peculiarità stilistiche che richiede all’esecutore.

Non solo, questa è musica in cui, per riuscire convincenti, bisogna credere profondamente. E Wayne Marshall ci crede con tutto se stesso. Anche per tale ragione il concerto che l’ha visto protagonista, nella doppia veste di pianista e direttore sul podio dell’Orchestra Filarmonica della Fenice, è esitato in un successo clamoroso.

Nella Rhapsody in blue Marshall ci mette molto di suo, omaggiando proprio la prima esecuzione del ‘24 con un Gershwin in veste di pianista facile all’improvvisazione. Non di meno riesce a trovare un pregevolissimo equilibrio dinamico tra il pianoforte solista e l’orchestra, ben sapendo che, come ci sono passaggi in cui il solista ha il dovere di emergere con forza, in altri dev’essere capace di farsi gregario e calarsi tra gli orchestrali, quasi confondendovisi. Se il calore del tocco e la plasticità dei tempi rivelano la perfetta consuetudine con le specifiche del jazz (il segreto del ritmo sta nel ritardo, diceva qualcuno, e in questo repertorio sembra più vero che altrove), mai c’è la concessione a un manierismo o ad effetti a buon mercato, anche quando Marshall si concede certi rallentandi tiratissimi. Dall’orchestra, che è solida spalla per tenuta ritmica e qualità di suono, emergono le ottime parti prime, in particolare l’eccellente il clarinetto di Vincenzo Paci.

Nel poema sinfonico An American in Paris, pur passando dal pianoforte al podio, l’approccio di Marshall rimane il medesimo: estrema vivacità, attenzione ai colori e agli impasti, il tutto unito ad una pregevolissima mutevolezza di dinamiche. Gli scarti ritmici sono netti, gli interventi dei singoli ben esposti ma soprattutto, al di là del grande mestiere nel tenere insieme il tutto, ci sono una vitalità e una gioia di suonare che rapiscono il pubblico.

Oltre a Gershwin, si diceva, c’è spazio anche per Leonard Bernstein e le sue Symphonic Dances, una selezione di danze estrapolate dal musical West Side Story, appositamente riorchestrate dal compositore stesso per una grande compagine sinfonica.

Dopo un Prologo piuttosto guardingo, Marshall si scatena e infiamma con un entusiasmo travolgente quell’orgiastica fusione di ritmi e colori che sono le Danze sinfoniche, in uno sviluppo sempre serrato, quasi burrascoso. Pur mantenendo invariate la tensione e l’energia per l’intera durata del lavoro, e concedendosi qualche sonorità di sfacciata esuberanza, tutto è sempre sotto controllo, gli attacchi puliti e precisi, i suoni ben amalgamati anche quando il volume è consistente. Qualche nota sporca qua e là, qualcuna sollecitata, qualcun’altra che ci scappa per sbaglio, non fanno che accrescere il fascino jazzistico della lettura. Ovviamente se ogni cosa riesce con tanta facilità i meriti principali sono dell’orchestra che, anche in un repertorio così distante dalle frequentazioni più abituali, si comporta alla perfezione.

Se non sorprendono la pulizia e il bel colore degli archi, che ormai sono una piacevolissima costante della Filarmonica della Fenice, lasciano di stucco le eccellenti percussioni, vera spina dorsale delle Danze Sinfoniche. Senza far torto ai colleghi di sezione, merita un elogio la splendida prova di Dimitri Fiorin, giustamente acclamato dal pubblico.

I legni e gli ottoni, sollecitatissimi, non sono da meno e concorrono all’ottima riuscita dell’esecuzione, dimostrandosi duttili nell’assecondare la peculiare tavolozza timbrica della scrittura, qualità che emerge forse ancor più nettamente in Gershwin.

Sulla stessa, entusiasmante linea l’infuocata Ouverture da Candide dello stesso Bernstein.

Biglietti esauriti, trionfo sacrosanto e pubblico in delirio. Dopo un primo bis (Promenade di Gershwin, in cui Marshall dà l’attacco e si defila lasciando i Filarmonici soli sul palco), direttore e orchestra si devono arrendere all’entusiasmo del teatro e replicare a furor di popolo l’Ouverture di Candide, prima di congedarsi tra gli applausi.

19 giugno 2016

Mario Brunello dirige la Filarmonica della Fenice

Sul fatto che suonare uno strumento e dirigere un'orchestra siano faccende diverse ci sono pochi dubbi. Per quanto eccezionali siano la sensibilità musicale e la cultura di un artista, il passaggio da un lato all'altro della barricata può presentare qualche problematicità, o quantomeno una disomogeneità di rendimento. Difficile che in entrambi i campi la maestria tecnica raggiunga il medesimo livello, tale da garantire la realizzazione dell'idea interpretativa e musicale con perfezione e forza persuasiva eguali.



Il caso di Mario Brunello, protagonista del terzo appuntamento stagionale dell'Orchestra Filarmonica della Fenice con un programma interamente schumanniano, è in tal senso emblematico. Impegnato nella doppia veste di solista e direttore, appare evidente la discrepanza degli esiti, non tanto nell'impostazione e nei propositi, quanto proprio nella compiutezza esecutiva.

L'approccio di Brunello al Concerto per violoncello sarebbe di per sé non dissimile da quello alla Prima sinfonia ma, mentre nel primo caso la solidità della tecnica strumentale gli consente di restituire un'interpretazione compatta e coerente, una volta posato l'archetto e impugnata la bacchetta (in questo caso metaforica, Brunello dirige con le mani) qualche limite nel tenere insieme i pezzi, qua e là emerge.

Come accennato, nel Concerto per violoncello e orchestra in la minore, op. 129 le cose vanno benissimo. Colpisce la cantabilità che Brunello sa trarre dallo strumento: tutto è estremamente fluido e spontaneo, gli espedienti retorici sono dosati con sapienza sicché ogni colore, ogni sfumatura trova un proprio significato all'interno del tutto. Anche i passaggi risolti con maggiore veemenza, persino i suoni sporchi, hanno una ragione in una lettura che è sì appassionata, ma mai esteriore. Allo stesso modo l'impeto del virtuosismo nel finale mantiene un'espressività che non è mai stucchevole o compiaciuta.

Brunello si pone di fronte alla Sinfonia n. 1 in si bemolle maggiore, op. 38 con la medesima passione – anche se con spirito diverso, decisamente più leggero e sereno - ma in questo caso il meccanismo si inceppa perché, pur restando invariate l'energia e la tensione già espresse nel concerto, qui non emerge un perfetto controllo della materia orchestrale. In una sostanziale correttezza, tuttavia ben lontana dalla perfezione, manca un salto di qualità nella concertazione che dia fluidità al discorso musicale e che riesca ad amalgamare con compattezza le sezioni. Né si può dire che il nitore del suono, soprattutto nei forti, e la pulizia degli attacchi, siano sempre irreprensibili. Si avverte insomma una prudenza di fondo che toglie spontaneità alla lettura e che, a tratti, lascia l'impressione di una certa artificiosità.

Certo nel complesso non mancano i bei momenti, anche perché la Filarmonica della Fenice si conferma all'altezza del grande repertorio sinfonico: alcuni colori degli archi e soprattutto le frasi dei legni nello Scherzo, paiono notevolissimi.

Inserita come bis, la Sarabanda bachiana dalla Suite n. 5 è un momento di grande suggestione e poesia.

Trionfo a fine concerto con ovazioni per tutti.

9 marzo 2016

Eduardo Strausser dirige la Filarmonica della Fenice

Secondo appuntamento della stagione dell'Orchestra Filarmonica della Fenice, dopo la data veneziana di lunedì 29 febbraio, fa tappa al Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone.

Sponsorizzato come “Concerto di pace” con la non originalissima etichetta-hashtag #makemusicnotwar, l'appuntamento verte intorno al lavoro, a tema, del compositore pordenonese Cristian Carrara: War Silence per pianoforte e orchestra. War Silence, ispirato alla Grande Guerra, più che ad una narrazione di fatti bellici mira a dipingere la reazione emotiva dell'individuo di fronte a queste tragedie collettive, intravedendo appunto nei “silenzi” un'oasi di speranza nel fracasso sanguinario dei conflitti. Quali siano le qualità ed il posto nella storia musicale di questa composizione sarà il tempo a stabilirlo ma senz'altro il servizio che la Filarmonica e il pianista Michelangelo Carbonara gli hanno reso è stato di prim'ordine.
Carbonara domina con sicurezza la materia, trovando una pregevole brillantezza di colori e articolando con vivacità.

Sul podio il giovane direttore brasiliano Eduardo Strausser si dimostra musicista sensibile e concertatore attento ma, allo stato attuale, ancora alla ricerca di una personalità di interprete ben definita, pregi e limiti che emergono soprattutto nei due momenti di repertorio aprono e chiudono il concerto.

La Suite da Pelléas et Mélisande, op. 80 di Gabriel Fauré convince ma non conquista. Si ammirano il nitore e la leggerezza delle sonorità, tenute costantemente su dinamiche soffuse, al pari dell'inappuntabile precisione orchestrale. Sembrano mancare tuttavia al maestro un po' di quel coraggio e di quella fantasia che trasformano la buona esecuzione in una lettura personale.

Questa timidezza interpretativa si avverte di meno nella Sinfonia n. 7 in re minore, op. 70 di Antonín Dvořák che riesce assai più tesa e compiuta. Strausser possiede un bel gesto che sa tradursi in fluidità di esecuzione: lo si percepisce al meglio nello Scherzo, ben vivacizzato da una sorprendente mobilità nell'agogica che scansa ogni metronomicità ed esalta la vena popolare che pulsa in questa musica. Più faticosa e zoppicante invece la narrazione nel secondo movimento, Poco adagio, che soffre di qualche calo di tensione.

Nel complesso gli equilibri e le dinamiche sono dosati con attenzione e le voci orchestrali calibrate con buonsenso ma non dispiacerebbe una maggiore attenzione ai colori che tendono all'uniformità.

Molto positiva – e non è una novità - la prova della Filarmonica che si conferma compagine all'altezza del grande repertorio sinfonico.

Calda l'accoglienza del pubblico a fine concerto.

15 gennaio 2016

Wellber e Midori aprono la Stagione della Filarmonica della Fenice

Come nel caso di altre illustri realtà, anche per l'Orchestra del Teatro La Fenice la costituzione di una Filarmonica ad opera dei professori d'orchestra è coincisa con una notevole evoluzione tecnica ed artistica. Più che esserne la ragione parrebbe un'ovvia conseguenza, lo sviluppo ineluttabile di una compagine che sente il bisogno di confrontarsi con il mondo sinfonico e che, alla luce delle ultime prove, dimostra di avere tutte le qualità per farlo.

Lo evidenzia ulteriormente il concerto che ha inaugurato la stagione 2016 dell'Orchestra Filarmonica, appuntamento che vedrà i musicisti, assieme al direttore Omer Meir Wellber e alla violinista Midori Gotō, protagonisti, dopo la prima veneziana, di una breve tournée europea.

In programma due lavori pressoché contemporanei, pilastri del tardo romanticismo e del grande repertorio: il Concerto in re maggiore per violino e orchestra, op. 35 di Pëtr Il'ic Cajkovskij e la Sinfonia n. 2 in re maggiore per orchestra, op. 73 di Johannes Brahms.

Midori ha un approccio al concerto spiazzante: sin dall'ingresso nell'Allegro moderato si ascolta un suono piccolo e raccolto, tenuto su dinamiche leggerissime ed impreziosito da una gestione estremamente libera, fin quasi ai limiti della leziosità, del tempo. Le risorse espressive della violinista, piuttosto che nei colori e nel virtuosismo, vanno ricercate nella spontaneità del fraseggio e nella fluidità del discorso musicale. Non sorprende quindi che risulti assai più intensa e coinvolgente la Canzonetta che non le vorticose esplosioni dell'Allegro vivacissimo, cui difetta un po' di brillantezza o quantomeno di estroversione. Piace senza riserve invece la cura riservata ai temi più lirici, risolti con un'espressività pudica, delicata.

Wellber la sostiene mantenendo i volumi orchestrali molto soffusi, salvo concedersi alcune sfuriate nella chiusa del primo movimento e nel finale.

Più probante ed originale, per podio ed orchestra, la successiva parte di concerto. Nella Seconda di Brahms ha modo di emergere con forza la personalità eccentrica ma senz'altro affascinante di Wellber. Un Brahms estremo che spesso dimentica le buone maniere e scivola nell'eccesso ma nondimeno percorso da un'elettricità vivida. Il direttore tende ad adottare tempi ben scanditi, senza indugiare in compiacimenti ritmici ma infondendovi quelle sottili increspature che evitano di scadere nella metronomicità. Allo stesso modo ogni calligrafismo viene sistematicamente scansato in favore di un'espressività asciutta e di un fraseggio teso e nervoso. Certo si ascolta un sinfonismo abbastanza distante dalla tradizione esecutiva mitteleuropea, più garbata e levigata, ma anche dagli approcci che fanno dell'analiticità e della trasparenza i propri cardini. Quello di Wellber è un Brahms denso e magmatico, a tratti sgarbato e volgare, eppure straordinariamente compatto e coerente e, ad un ascolto attento, anche discretamente rispettoso del segno scritto.

L'Allegro con spirito è emblematico e sintetizza alla perfezione l'approccio del direttore alla materia: i contrasti dinamici vengono esasperati, con il forte che diventa fortissimo e lo sforzando che rasenta la violenza sullo strumento. Il risultato è a tratti confuso, talvolta pare sfiorare la rottura eppure prodigiosamente regge e trasmette una vitalità travolgente che conquista.

Colpisce positivamente la corposità di suono - degna di una grande orchestra - che sono capaci di esprimere gli archi, soprattutto nel secondo movimento, così come la varietà di sfumature dinamiche cui i Filarmonici sanno piegarsi. Certo il temperamento estremo di Wellber comporta più d'una criticità: alcuni forti escono grossi e squilibrati e le forzature su timpani ed ottoni potrebbero far storcere il naso ai puristi. Similmente lascia qualche perplessità la teatralità quasi caricaturale del gesto, decisamente sproporzionato al risultato. A tale esagitazione però l'orchestra risponde benissimo sia per qualità del suono, ricco e compatto, sia per precisione; gli attacchi sono puliti, gli equilibri interni rispettati. Le sbavature a ben guardare non mancano ma sono davvero veniali (qualche slittamento nell'intonazione dei violoncelli, l'intempestivo ingresso di un corno alla seconda battuta della sinfonia e poco altro).

A fine concerto accoglienza trionfale del pubblico salutato da una Quinta danza ungherese di Brahms a dir poco ammiccante.