26 settembre 2024

Daniele Gatti porta in Italia la Staatskapelle Dresden

   Promette meraviglie l’incontro tra la Staatskapelle Dresden e Daniele Gatti, che di fatto inaugura la sua investitura a direttore principale dell’orchestra con una tournée europea che ha toccato, tra le tante destinazioni, anche il Teatro Filarmonico di Verona, che come ogni anno in questo periodo ospita il Settembre dell’Accademia, un festival che porta in città alcuni degli interpreti e delle formazioni più prestigiosi a livello internazionale.

foto Studio Brenzoni

   Che il sodalizio tra il direttore italiano e l’orchestra tedesca possa condurre a vette di reciproca esaltazione lo si poteva immaginare conoscendo le rispettive caratteristiche, ma alla prova dell'ascolto emerge inequivocabilmente. Da un lato c’è una compagine sontuosa per qualità e risorse timbriche, con un’identità definita ma altresì abbastanza duttile da piegarsi alle sollecitazioni di una personalità musicale forte, dall’altro un direttore che ama sviscerare partitura e suono e che ha un’idea precisa su come mettere a frutto una tale ricchezza.

   È qualcosa che emerge già dal rapporto con gli archi nella Verklärte Nacht di Arnold Schönberg, proposta nel giorno in cui ricorreva il centocinquantesimo anniversario dalla nascita del compositore. Una Notte che davvero si trasfigura continuamente, modellata in ogni linea dalle mani di un direttore dominante e, per certi versi, ipercontrollante sull’orchestra, che plasma ogni battuta pilotando contemporaneamente le diverse sezioni, esasperando le tinte, i rapporti di peso, e scavando minuziosamente in cerca del dettaglio da illustrare, inatteso, di fronte all’ascoltatore. È una prova tecnicamente sbalorditiva, concretizzata da un comparto archi straordinario per qualità d’insieme e delle prime parti, in cui la cura per l’infinitamente piccolo non va mai a scapito di un’esposizione avvincente della pagina.

   Lo stesso dominio totale della partitura - a memoria - c’è nel Mahler della Prima sinfonia, che è radiografato nel più minuscolo chiaroscuro fin dall’incipit quasi stravinskiano, con i legni che pigolano su un tappeto tenebroso degli archi. Quel che a parole potrebbe sembrare un esercizio narcisistico di concertazione, è in realtà un vero e proprio processo esegetico: è come se Gatti, esaltando la fantasia di scrittura e orchestrazione, riuscisse ad evocare immagini, a raccontare mondi, a restituire il percepito intimo di quelle reminiscenze popolaresche che hanno ispirato il compositore stesso.

   Ci arriva non magnificando l’afflato tardoromantico, ma piuttosto forzando certe scelte di articolazione e fraseggio - originalissimo ad esempio quello nel grande tema struggente del finale - ed estremizzando il contrasto caratteriale tra le diverse sezioni che compongono ciascun movimento. Il terzo tempo, Feierlich und gemessen, ohne zu schleppen, con il canone che cede il passo a una sezione centrale di bucolica tenerezza per ritornare come corrotto in dissonanze sinistre da carillon arrugginito è al tempo stesso commovente per potenza suggestiva e illuminante per originalità dell’analisi.

   Quello di Gatti è un approccio all’opera di Mahler per certi versi estremo, ancorché non sorprendente per chi l’abbia già ascoltato in passato, ma perfettamente sostenuto anche nelle scelte dei tempi e del loro sviluppo. Resta infine da dire di un’orchestra, la Staatskapelle di Dresda, non meno che straordinaria per qualità dei singoli e per capacità di esprimere un legato d’insieme magicamente acquoso, leggermente penalizzata tuttavia dall’acustica della sala che tende a soffocare il suono e creare una strana frattura tra archi e fiati.

Pieno successo a fine concerto e pubblico salutato con un Intermezzo dalla Manon Lescaut straordinariamente pennellato proposto come bis.


12 settembre 2024

Doppio Metzmacher

   Il gran palinsesto della tournée estiva 2024 della Gustav Mahler Jugendorchester, ormai in dirittura d’arrivo dopo aver attraversato mezza Mitteleuropa, è stato proposto nella sua interezza dal pubblico del Teatro Verdi di Pordenone, che da diversi anni è una delle residenze dell’orchestra. Una doppia portata servita nelle serate di lunedì 2 e mercoledì 4 settembre, che si è rivelata assolutamente intrigante per almeno due ragioni. La prima è puramente programmatica, con la scelta di un repertorio vario per estensione geografica e temporale eppure assemblato con coerenza rigorosa e originalità, non solo nella selezione dei brani, ma anche nella disposizione degli stessi, con le due combinazioni Wagner-Nono-Wagner e Beethoven-Schönberg-Beethoven dipanate in un unico fiato, senza soluzione di continuità, con un effetto tanto straniante quanto illuminante per insospettabile affinità.

foto Luca A. d'Agostino / Phocus Agency

   La seconda attrattiva è il ritorno sul podio della GMJO di Ingo Metzmacher, che si conferma un eccellente preparatore d’orchestre e concertatore, con la sua propensione più illustrativa che esplicativa della pagina. È il modo, piuttosto che del direttore interprete, del direttore maieuta, interessato ad estrarre quel che c’è nella partitura, aderendovi il più possibile, e nei musicisti che ha di fronte, cui lascia una notevole libertà d’azione. Un approccio che emerge fin dal gesto a mani nude, che assicura un pilotaggio saldo del macchinario orchestrale tanto nel controllo di pesi ed attacchi, quanto nella calibratura degli stacchi di metronomo.

   L’esito è appunto un dominio del suono e degli equilibri assoluto ma per così dire neutrale, che non investiga il singolo particolare a scapito dell’altro, ma che proietta dinanzi all’ascoltatore la pagina, mantenendo un al tempo stesso una pasta doviziosa e laccata dell'amalgama ma anche l'intelligibilità di ogni linea, pur con un’orchestra enorme e tutt’altro che timida nelle sonorità. Non c’è dunque l’estrema ricerca del colore e della varietà, né della cifra personale del pioniere, ma innanzitutto un proposito di chiarezza e compattezza, sia nell’esporre la struttura complessiva, sia nel dare pari dignità a ogni mattone che la compone.

   Nei due estratti dal Parsifal (il Preludio e l’Incantesimo del Venerdì Santo) - intervallati dal rarissimo A Carlo Scarpa, architetto, ai suoi infiniti possibili di Luigi Nono, nelle cui rarefazioni echeggiano universi musicali alieni - pennella un lirismo che si adagia morbidamente grazie al prezioso legato dei (tantissimi) archi e si addensa, senza ma offuscarsi, quando il dettato impone un suono più turgido.

   È una chiave che ritorna nel Bruckner della Terza sinfonia, proposta nella sua versione originale del 1873, che trabocca di wagnerismi più o meno espliciti. Quello di Metzmacher, benché finemente cesellato negli equilibri e nelle gradazioni dinamiche, non è il Bruckner sminuzzato in ogni frammento, ma piuttosto un Bruckner denso e dicotomico, sbalzato tra gli afflati cantabili delle frasi più distese, meravigliosamente intese dagli archi della GMJO, e il gigantismo impetuoso che li separa. È proprio in questo versante più austero che Metzmacher marca la differenza rispetto alla tradizione, imprimendovi, anziché il canonico sound organistico, una quadratura implacabile e per certi versi tagliente che sembra anticipare, con il suo rigore, lo Šostakovič della Sinfonia n. 8 in Do minore op. 65.

   Sinfonia eseguita nella seconda serata che si rivela il momento più alto del doppio appuntamento e quello in cui il “modus” di Metzmacher e l’elettricità incontenibile della Gustav Mahler Jugendorchester sembrano meglio sposarsi con la scrittura. Forse non solo per la vocazione “novecentesca” del maestro, ma perché la sua capacità di lasciare che sia la partitura a disvelarsi si estrinseca al massimo livello in un lavoro che è concepito divinamente sia nell’orchestrazione, così ricca e minuziosamente guidata, sia nella gestione del suo sviluppo orizzontale. Quel controllo totale della dinamica e degli equilibri si installa in un capolavoro di ingegno musicale che trabocca di idee e umori, dalle frasi struggenti degli archi in apertura agli echi guerreschi (Šostakovič la scrive, trentaseienne, nel 1943), dalle fanfare popolaresche agli assalti ruggenti, dal sarcasmo del terzo movimento fino a quei lunghi, distesi sussurri dell’orchestra su cui hanno piena libertà di svilupparsi i soli. Senza far torto agli altri, si cita quello a mezzavoce del corno inglese nella seconda parte dell’ampio movimento che apre la sinfonia, prossimo al prodigio sia per la bravura dell’esecutore, sia per la delicatezza dell’orchestra che lo accompagna.

   Nella prima parte della stessa serata, come accennato, le due Ouverture Coriolano e Leonore No.3 di Beethoven, opulente nel suono ma implacabili nella nettezza della pulsazione ritmica, hanno fatto da prologo ed epilogo, senza pausa, ai Cinque pezzi per orchestra op. 16 di Arnold Schönberg.

   Successo calorosissimo a termine di entrambi i concerti per direttore e per un’orchestra che ad ogni rinnovamento di organico mantiene, oltre all’assoluta qualità strumentale, un’identità timbrica distinguibile tra mille.