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26 dicembre 2025

Daniele Gatti e l’Orchestra Mozart in residenza al Giovanni da Udine


   Visto l’esito, ci si augura che il progetto pilota di residenza dell’Orchestra Mozart al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, che ha ospitato le prove e il concerto di debutto della mini-tournée dicembrina proseguita a Bologna e Modena, sia il primo di una lunga serie. D’altronde con Daniele Gatti sul podio non ci si può aspettare niente di diverso: punti di vista sulla musica personali ed estremi, e quindi polarizzanti, ma perseguiti con una consapevolezza e una padronanza tecnica ineccepibili.


Daniele Gatti e l’Orchestra Mozart 


   Come sempre, di fronte a Gatti si ha la sensazione di un dominio della partitura e dell'orchestra esibito con un virtuosismo quasi ostentato. Dominio assoluto delle agogiche, dei volumi e degli equilibri interni, a momenti - come nel finale del secondo movimento della Sinfonia in Do - abbadianamente rifiniti invitando i violini ad ascoltare i legni.

   È un approccio di indagine ed esposizione teso a scandagliare gli intrecci e le invenzioni più ardite della pagina, che esce dalle mani di Gatti come arricchita di una terza dimensione che si aggiunge a quella orizzontale e verticale. Lo si deve a un approfondimento meticoloso delle articolazioni, delle gradazioni dinamiche, alla vivificazione dei contrasti coloristici e a una tale profondità di dettaglio che amplifica le risorse espressive dello spartito. Gatti esalta così le tante sfaccettature nascoste nell’apparente semplicità della Sinfonia in Do di Igor Stravinskij, che quadra ritmicamente con una fluidità quasi irridente, al pari del carattere ironico-grottesco della Sinfonia n. 1 in Re maggiore, op. 25 “Classica” di Sergej Prokof’ev, non sovraccaricata ma magnificata in ogni sua piega.

   E poi c'è la Quinta di Beethoven, uno di quei banchi di prova in cui non è difficile convincere ma sorprendere. Ebbene, quella che si è ascoltata è una Quinta imprevedibile, battuta dopo battuta, e stupefacente, che non concede un attimo di tregua, talmente ricercata e spremuta da tradire, a onor del vero, certo compiacimento per l’eccentricità.

   È un Beethoven guizzante e inafferrabile nei tempi, modellati con continue accelerazioni e distensioni che raggiungono l’apice del radicalismo in un finale spinto al limite estremo della controllabilità. Ma è altresì una lettura miniata in ogni inciso, ad illuminare proposizioni note e stranote con un'intenzione sempre nuova, sin dall’ingresso dei corni che erompono come a spezzare la rincorsa precipitosa del tema introduttivo del primo movimento. Certo, è una proposta che cerca il cavillo e che, con le sue forzature, non piacerà ai più tradizionalisti, ma capace di offrire una prospettiva inedita e, in definitiva, elettrizzante. Una prospettiva che difficilmente capiterà di riascoltare.

   Se tanta audacia può trovare la via della realizzazione, lo si deve alla magica alchimia della Mozart, di cui Gatti è direttore musicale dal 2019, che raduna musicisti provenienti da tutta Europa in grado di soddisfare due esigenze tecnico stilistiche che, nel suo modo di concepire e fare musica, paiono imprescindibili: virtuosismo e duttilità ma anche potenza, non necessariamente abbinata a una bellezza del suono in quanto tale ma sempre espressivamente significativa.

Manco a dirlo, trionfo.

Paolo Locatelli

26 settembre 2024

Daniele Gatti porta in Italia la Staatskapelle Dresden

   Promette meraviglie l’incontro tra la Staatskapelle Dresden e Daniele Gatti, che di fatto inaugura la sua investitura a direttore principale dell’orchestra con una tournée europea che ha toccato, tra le tante destinazioni, anche il Teatro Filarmonico di Verona, che come ogni anno in questo periodo ospita il Settembre dell’Accademia, un festival che porta in città alcuni degli interpreti e delle formazioni più prestigiosi a livello internazionale.

foto Studio Brenzoni

   Che il sodalizio tra il direttore italiano e l’orchestra tedesca possa condurre a vette di reciproca esaltazione lo si poteva immaginare conoscendo le rispettive caratteristiche, ma alla prova dell'ascolto emerge inequivocabilmente. Da un lato c’è una compagine sontuosa per qualità e risorse timbriche, con un’identità definita ma altresì abbastanza duttile da piegarsi alle sollecitazioni di una personalità musicale forte, dall’altro un direttore che ama sviscerare partitura e suono e che ha un’idea precisa su come mettere a frutto una tale ricchezza.

   È qualcosa che emerge già dal rapporto con gli archi nella Verklärte Nacht di Arnold Schönberg, proposta nel giorno in cui ricorreva il centocinquantesimo anniversario dalla nascita del compositore. Una Notte che davvero si trasfigura continuamente, modellata in ogni linea dalle mani di un direttore dominante e, per certi versi, ipercontrollante sull’orchestra, che plasma ogni battuta pilotando contemporaneamente le diverse sezioni, esasperando le tinte, i rapporti di peso, e scavando minuziosamente in cerca del dettaglio da illustrare, inatteso, di fronte all’ascoltatore. È una prova tecnicamente sbalorditiva, concretizzata da un comparto archi straordinario per qualità d’insieme e delle prime parti, in cui la cura per l’infinitamente piccolo non va mai a scapito di un’esposizione avvincente della pagina.

   Lo stesso dominio totale della partitura - a memoria - c’è nel Mahler della Prima sinfonia, che è radiografato nel più minuscolo chiaroscuro fin dall’incipit quasi stravinskiano, con i legni che pigolano su un tappeto tenebroso degli archi. Quel che a parole potrebbe sembrare un esercizio narcisistico di concertazione, è in realtà un vero e proprio processo esegetico: è come se Gatti, esaltando la fantasia di scrittura e orchestrazione, riuscisse ad evocare immagini, a raccontare mondi, a restituire il percepito intimo di quelle reminiscenze popolaresche che hanno ispirato il compositore stesso.

   Ci arriva non magnificando l’afflato tardoromantico, ma piuttosto forzando certe scelte di articolazione e fraseggio - originalissimo ad esempio quello nel grande tema struggente del finale - ed estremizzando il contrasto caratteriale tra le diverse sezioni che compongono ciascun movimento. Il terzo tempo, Feierlich und gemessen, ohne zu schleppen, con il canone che cede il passo a una sezione centrale di bucolica tenerezza per ritornare come corrotto in dissonanze sinistre da carillon arrugginito è al tempo stesso commovente per potenza suggestiva e illuminante per originalità dell’analisi.

   Quello di Gatti è un approccio all’opera di Mahler per certi versi estremo, ancorché non sorprendente per chi l’abbia già ascoltato in passato, ma perfettamente sostenuto anche nelle scelte dei tempi e del loro sviluppo. Resta infine da dire di un’orchestra, la Staatskapelle di Dresda, non meno che straordinaria per qualità dei singoli e per capacità di esprimere un legato d’insieme magicamente acquoso, leggermente penalizzata tuttavia dall’acustica della sala che tende a soffocare il suono e creare una strana frattura tra archi e fiati.

Pieno successo a fine concerto e pubblico salutato con un Intermezzo dalla Manon Lescaut straordinariamente pennellato proposto come bis.


24 maggio 2023

Daniele Gatti porta in tournée la Gustav Mahler Jugendorchester

   Sulla carta quello tra Daniele Gatti e la Gustav Mahler Jugendorchester sembrava l’incontro perfetto. Da una parte un’orchestra con i tanti pregi e i pochi difetti della gioventù, che sono sostanzialmente generosità ed entusiasmo non disuniti da un pizzico di inesperienza, dall’altra un direttore ipertecnico e cavilloso, nella migliore accezione del termine, capace di incanalare quell’esuberanza in una traiettoria controllata. Aspettative ulteriormente attizzate dalla presenza in cartellone di un compositore che è iscritto sin dal nome nel genoma dell’orchestra e che offre a un concertatore sapiente come Gatti l’opportunità di giocare con un’orchestrazione superbamente fantasiosa e colorata.

Daniele Gatti e la Gustav Mahler Jugendorchester
Foto di Luca Valenta

   Alla prova dei fatti, cioè del concerto d’esordio al Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone, le previsioni non sono state disattese. Il programma unico del tour primaverile della Jugendorchester, lavorato e inaugurato nella sala grande dello stesso teatro, è un percorso a ritroso nell’opera mahleriana, dall’Adagio compiuto dell’incompiuta Decima sinfonia al principio, con la Sinfonia n.1 in re maggiore. Un concerto che altro non è che il primo tempo di un progetto idealmente di lungo respiro, che ripartirà ad inizio agosto sempre a Pordenone, sempre con Mahler, con la tournée estiva affidata a Jakub Hrůša (Sinfonia n.9 in Re maggiore).

   La collaborazione tra Daniele Gatti e la Gustav Mahler Jugendorchester approda dunque a una mutua esaltazione delle parti. Da una parte lui, che dell’orchestra ha un controllo pressoché assoluto e che ne determina (a memoria!) ogni accento e colore, non solo con il consueto dominio di anticipo e gesto, ma con un’attitudine che sta a metà strada tra la sfida, davvero titanica, di chi lotta per domare un organismo traboccante di vitalità e istinto, e un amore paterno per i musicisti. Di fronte lei, l’orchestra, che si fida e gli si affida, restituendogli indietro un calore e un virtuosismo che sfiorano continuamente il limite, senza infrangersi.

   L’esito è un Mahler dettagliatissimo ma pulsante, tanto perfettamente bilanciato negli equilibri interni quanto ardito nelle soluzioni. Se l’Adagio della Decima è un prodigio di legato, concertazione (come si appoggiano morbidamente gli ottoni sugli archi!) e di struggimento, pur mancando ancora di un pizzico di scorrevolezza e pulizia, la Prima Sinfonia non è solo straordinariamente suonata, ma è un capolavoro d’artista, una di quelle letture che aprono nuove prospettive su pagine ascoltate centinaia di volte.

   Con le sue aggressioni ora violente ora triviali, con quelle memorie malinconiche di una civiltà, forse di una serenità, perduta - il motivo di “Ging heut' morgen übers Feld ” velatamente nostalgico, il Trio stiracchiato a fisarmonica come facesse il verso al bon ton da osteria di campagna del barone Ochs, la plasticità del motivetto ciardeggiante del terzo movimento, il tema disperato del quarto che si avvita su se stesso incupendosi - con gli strappi brutali, terrificanti, che aprono e chiudono Kräftig, bewegt, doch nicht zu schnell e tutti quegli scarti improvvisi che l’orchestra tiene al millimetro, a costo di sacrificare qualche corda (chiedere al violino di spalla), il Mahler “giovane” della Prima dà la sensazione di essere il terreno d’incontro ideale tra questi musicisti e Gatti, che vi riversa tutta la sua fantasia “razionalizzata”, senza freni e senza quel distacco che talvolta sembra frapporre tra sé e l’orchestra.

   Non che sorprenda il livello di creatività e di dettaglio di Gatti, che è notoriamente un campione di analiticità, mentre è meno scontato che ogni frammento, spasmodicamente lavorato, riesca a trovare un senso d’insieme in un disegno coerente, come è in questo caso. È un Mahler avvicinato con un’andatura placida che dà modo alle frasi di distendersi e articolarsi con una chiarezza e che via via si anima. I tempi più comodi consentono a Gatti di lavorare accenti e fraseggio, di aprire e chiudere ogni suono in un arco ideale e di intervenire con il gesto e con l’espressione ad aggiustare o rafforzare in corso l'idea musicale con una ricchezza di vocabolario che l’orchestra recepisce e continua a recepire anche quando il direttore si infiamma. Vederlo esasperare l’intenzione di un’arcata mimandone la pesantezza del tratto con la bacchetta, spremere una frase o preparare transizioni e passaggi scomodi, scoprirlo alternare una chiarezza didascalica da maestro di solfeggio a una comunicazione “astratta” quasi bernsteiniana è uno spettacolo extramusicale dalle implicazioni musicali talmente lampanti che lascia ammirati su due livelli. Quello della padronanza tecnica del mestiere in primo luogo e quello della traduzione del gesto non solo in suono, ma in musica.

   È facile prevedere che replica dopo replica (Vienna, Dresda, Lipsia e infine Scala, giovedì 25) il suono della Gustav Mahler Jugendorchester si farà sempre più levigato, lasciandosi alle spalle quelle piccole increspature di struttura che una formazione che suona insieme da soli dieci giorni non può non avere. Orchestra che, per inciso, anche a questo giro trabocca di talento ed esprime una qualità eccezionale sia di amalgama che nelle prime parti.

   Successo trionfale per tutti.


6 marzo 2023

Il Beethoven di Rudolf Buchbinder e Daniele Gatti

  Un paio d'ore dopo l'annuncio delle dimissioni di Alexander Pereira, l'Orchestra del Maggio Musicale e Daniele Gatti erano di scena a Udine. Non un debutto, né per il direttore, che tornava in Friuli a distanza di qualche anno da un memorabile concerto con l’Orchestre national de France, né per i complessi fiorentini, già ospiti in passato accanto a Zubin Mehta. Non c'era invece ancora stata un'occasione di incontro tra il pubblico del Teatro Nuovo Giovanni da Udine e Rudolf Buchbinder, pianista ormai prossimo alla dimensione di leggenda vivente, almeno in quel repertorio canonizzato cui ha dedicato decenni di devozione. Anche in un terreno che ha percorso centinaia di volte, come quello del Concerto per pianoforte e orchestra n. 4 in Sol maggiore op. 58 di Beethoven, l’anziano maestro procede con qualche minima esitazione, è vero, d’altro canto vi si dedica con la libertà del grande.


  Non c’è esibizionismo nel suo agire, non c’è la smania di calamitare l’interesse su di sé, ma un ripiegarsi sulla pagina per sottrazione, come volesse defilarsi di fronte al monumento musicale per lasciare che sia esso stesso il protagonista. Lo affronta con un minimalismo di gesto, di suono, di enfasi che probabilmente non appagheranno chi predilige un pianismo più esuberante, ma che rappresenta invece un approccio nobile all’opera, le cui radici vanno ben più in profondità dell’eleganza di facciata.

  Va detto che Gatti lo accompagna meravigliosamente, tenendo l’orchestra soffusa quanto basta per lasciare che le mani di Buchbinder possano cantare senza forzare, ma anche dimostrando una sapienza nella concertazione che non sono in molti a poter vantare. Qualità che emerge ancor più schiettamente in una Sinfonia n. 4 in Si bemolle maggiore che sul piano esecutivo è notevole. Gli archi hanno un suono felpatissimo e sanno interloquire con gradazioni dinamiche impressionanti, ogni attacco è preso con una morbidezza ammirabile, la bilancia tra le sezioni non scivola mai dal punto di equilibrio se non per enucleare qualche dettaglio specifico da esibire agli occhi e alle orecchie dell’ascoltatore. C'è poi un’attenzione per l’articolazione certosina, ai limiti del calligrafismo. Gatti sembra giocare con l’orchestra, stringendo lo zoom su ogni minuscolo dettaglio, balzando da un campo stretto a quello successivo, come tenesse ogni cellula musicale in punta di bacchetta.

  Cosa manca dunque? A gusto di chi scrive la spontaneità, la fluidità, la capacità di insufflare vita a un organismo puntigliosamente vivisezionato in ogni sua minuscola parte, ma che come tale resta disteso immobile sul lettino del musicista scienziato. Il Beethoven di Gatti - e della splendida orchestra del Maggio Musicale - è un prodigioso “spiegone”, colto e iper-tecnico, che però si avvita su se stesso nel costante desiderio di mettere i puntini sulle “i”.

16 gennaio 2019

Gatti spreme Schumann

Lo Schumann di Daniele Gatti non è affare per damerini. Tinte forti, passioni, un afflato quasi titanico; insomma è romantico che più romantico non si può. Il che affascina, va detto, in tempi in cui la statura d'un direttore pare essere direttamente proporzionale alla sua propensione all'analiticità e alla trasparenza, ma d'altro canto stranisce. Un po' proprio per questo andare controcorrente, un po' perché tale approccio esaspera l'effetto “polpettone” dell'orchestrazione (anzi, a tratti si ha il sospetto che certo spingere il pedale degli archi miri proprio a riequilibrare l’arroganza dei legni).



D'altro canto uno Schumann del genere bisogna saperlo fare, e a Gatti tutto si può dire tranne che non conosca il mestiere. Tiene l'orchestra in pugno con un virtuosismo che si estrinseca ovunque, soprattutto in una quadratura ritmica che è persino insolente nelle "sue" – ormai le conosciamo bene – accelerazioni: quella che stringe la chiusa del Secondo movimento della Sinfonia n. 2 in do maggiore è elettrizzante. Certe scudisciate che spezzano l'articolazione, la nettezza dei cambi di tempo e degli sbalzi, le ondate sonore dei forti sono impressionanti.

Se ne giova più la Sinfonia n. 4 in re minore per orchestra op. 120 che la Seconda, forse per il suo essere presaga di una forma che troverà sviluppo e gloria negli anni che verranno. Gatti la scolpisce in un solo blocco di marmo, quasi identificandola senza se e senza ma come poema sinfonico, cosa che le assicura tensione e coerenza, anche se spesso a discapito della leggerezza.

D'altro canto questo approccio tardo romantico, che pare leggere Schumann più come un pioniere che come uomo del suo tempo, qualcosa sacrifica ed è qualcosa di importante. La frammentazione della scrittura, quell’affastellarsi di dettagli su dettagli, di vicoli ciechi e tentativi irrisolti non traspare che in minima parte, quasi l’esuberanza dinamitarda di Gatti inglobasse ogni sfumatura o ambiguità in uno slancio iper-eroico. Ma qui si entra nella sfera dei gusti personali, che sono sempre legittimi ma mai assoluti, e come tali vanno considerati.

Quel che invece è oggettivo è che la Mahler Chamber Orchestra, pur seguendo il direttore in ogni sua sferzata, avrebbe necessitato di qualche prova in più: certo, si parla di un’orchestra magnifica per pasta, pulita e scattante, ma certe sbavature di struttura degli archi acuti e l’imbolsimento dei pieni orchestrali sono cosa su cui si sarebbe dovuto lavorare un po’ di più.

Ultima nota, lievemente polemica: un direttore di tale statura – in realtà qualsiasi direttore, di qualsiasi statura – farebbe bene ad evitare di canticchiare, ronzare e bofonchiare per l’intera durata del concerto, ne va della sua stessa riuscita.

Pubblico del Comunale di Treviso in estasi, trionfo.

Recensione pubblicata su OperaClick

17 ottobre 2014

A Udine arrivano Daniele Gatti e l'Orchestre National De France

Secondo appuntamento della stagione musicale, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine giungeva attesissimo il maestro Daniele Gatti, direttore italiano tra i più celebri ed apprezzati a livello internazionale, per un concerto che lo vedeva protagonista alla guida della “sua” Orchestre National De France.
Gatti è senza dubbio un musicista di prim'ordine - lo testimonia la carriera che sta facendo - capace di scelte discutibili od esaltanti ma raramente banali; al di là delle preferenze personali, che possono far storcere il naso dinnanzi ad interpretazioni tanto eccentriche, in cui la ricerca del dettaglio può talvolta scadere nel calligrafismo o nell'annacquamento della narrazione musicale, è innegabile che Gatti sia in possesso di una preparazione tecnica eccellente e di una personalità non comune. L'Orchestre National De France, di cui il maestro milanese è direttore principale, è una compagine di ottimo livello, molto affiatata e, aspetto fondamentale, disposta ad assecondare il podio con fiducia cieca, in ogni suggestione agogica o dinamica – questa è l'impressione che si poteva trarre durante il concerto.

Apriva la serata Petruška, Burlesque in 4 scene di Igor Stravinskij. Daniele Gatti sceglieva un colore chiaro e tagliente, accentuando il lato grottesco della partitura con sonorità sgarbate, quasi jazzistiche, talora calcando la mano sul volume e sulle dissonanze, ma senza mai dare l'impressione di perdere il controllo dell'orchestra. Bandita ogni traccia di edonismo timbrico, il maestro puntava su una drammaticità cruda, esasperando i contrasti e delineando fraseggi brucianti. Le difficoltà della partitura mettevano in luce, accanto alla bravura tecnica di Gatti, capace di guidare l'esecuzione con assoluta concentrazione senza sbavature ritmiche o musicali, i minimi limiti dell'orchestra. Le difficoltà cui si fa riferimento riguardano una certa cautela nell'affrontare i primi quadri del balletto, risolti non senza meccanicità, ed il colore orchestrale talora eccessivamente secco e povero, soprattutto ad inizio concerto. Assolutamente splendido il finale con Gatti capace di affiancare ad accelerazioni incandescenti, ripiegamenti soffusi, impalpabili, seguito senza incertezze dall'orchestra.

Inappuntabile la seconda parte di concerto, dedicata a Richard Strauss, con il poema sinfonico Don Juan e la Suite dal Rosenkavalier. L'orchestra trovava una morbidezza ed una brillantezza di suono che in Stravinskij esano mancati, sia negli interventi solistici sia per quanto riguarda l'amalgama.
Il Don Juan alternava alle esplosioni testosteroniche dei fortissimi, sempre perfettamente a fuoco (con gli ottoni, splendenti, sugli scudi), preziosismi mai forzati o ridondanti, perfettamente inseriti nel disegno generale. Pur mancando nei pianissimi quella leggerezza magica che forse è il traguardo più arduo da raggiungere per un'orchestra, risultava evidente la cura maniacale del podio per le sfumature dinamiche e per il fraseggio, in ogni singola frase o arcata.
La Suite da Der Rosenkavalier ha segnato il vertice esecutivo della serata, sia per la bellezza e per la perfezione della resa orchestrale, sia per la compiutezza interpretativa. Gatti leggeva la composizione non senza avere in mente l'opera da cui la Suite è tratta, esaltandone il carattere malinconico e crepuscolare. Brillava per intensità poetica il motivo della presentazione della rosa, disegnato da un'orchestra delicatissima, mentre il valzer di Ochs (finale secondo nell'opera) veniva staccato con leggera ironia, senza scadere in caricature o sottolineature agogiche esagerate.

A fine concerto accoglienza trionfale del pubblico udinese, salutato con una memorabile esecuzione dell'Intermezzo dalla Manon Lescaut di Puccini.