30 novembre 2025

La clemenza di Tito apre la stagione del Teatro La Fenice

   Sono giorni turbolenti quelli che sta vivendo il Teatro La Fenice, dove prosegue la protesta dei lavoratori contro la nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale. Una protesta non più consentita all’interno della sala e pertanto messa in atto sulla scalinata d’ingresso prima della recita e fatta propria anche dal pubblico, che ha accompagnato gli applausi finali con una pioggia di volantini. La richiesta, inascoltata, continua a essere la stessa da settimane: rispetto per il teatro e per chi lo fa vivere, a fronte di una decisione imposta dall’alto di cui si faticano a comprendere le motivazioni artistiche.

La clemenza di Tito al Teatro La Fenice con Ivor Bolton e Paul Curran
La clemenza di Tito al Teatro La Fenice

   Nel mezzo è andata in scena La clemenza di Tito, che mancava sul palco veneziano dal 2014 e che ha fatto il suo ritorno con uno spettacolo complessivamente centrato, grazie a un buon cast, a un allestimento raffinato che punta su eleganza e pragmatismo e a un’eccellente direzione.

   La firma Ivor Bolton, il quale fa un Mozart che, per sonorità e stile, ha interiorizzato le conquiste della prassi storicamente informata e che si snoda su tempi tendenzialmente più rapidi di quanto si sia soliti ascoltare, ma mai imbrigliati in un’intelaiatura rigida.

   Si ascolta viceversa una narrazione serrata ma plastica, modellata nelle tinte e illuminata sin dall’Ouverture da accelerazioni garbate, al prezzo di qualche sacrificio in termini di legato e di “respiro”, cosa che forse non va a vantaggio dei cantanti, i quali sono tuttavia molto bravi a non farlo notare.

   A una concezione musicale di grande efficacia teatrale dà forma un’orchestra in splendida serata per duttilità del suono e pulizia, che regge su archi impeccabili per velluto e fiati in grande spolvero. Senza fare torto agli altri, meritano di essere menzionate le ottime prove del primo clarinetto, Vincenzo Paci, e del corno di bassetto, Nicolas Palombarini, che nell’aria di Sesto e nel Rondò di Vitellia hanno una centralità da coprotagonisti.

   È di un’asciuttezza neoclassica anche il taglio imposto da Paul Curran, al netto di un paio di escamotage evitabili che poco aggiungono alla riuscita della produzione. Quella di Curran è una Clemenza in abiti contemporanei - perché la Clemenza racconta il potere, amministrato o bramato, che è un tema attuale oggi come ai tempi di Mozart o di Metastasio - ma in fondo tradizionale nello svolgimento della drammaturgia e nel taglio dei caratteri.

   Le scene di Gary McCann, ben valorizzate dal disegno luci di Fabio Barettin, riproducono le stanze di un palazzo in cui l’ambientazione romana è solo evocata, austero e immacolato nel primo atto, in macerie nel secondo, almeno finché il perdono finale, in un atto di ripristino della luce della ragione, ricompone ordine e materia. La recitazione dei solisti risulta altresì ben curata e indovina anche qualche momento suggestivo: su tutti la tensione disperata degli amoreggiamenti proibiti ma irrefrenabili che anticipano la separazione tra Annio e Servilia (“Ah perdona al primo affetto”) o il finale primo, con i corpi privi di sensi delle vittime dell’incendio trascinati di peso fuori dal Campidoglio in fiamme.

   Nel cast si impone il Sesto di Cecilia Molinari, che ha un controllo esemplare del fiato e del canto sia dal punto di vista puramente strumentale, sia nella forza espressiva della parola, cesellata, rifinita e assaporata in ogni gradazione di mezzavoce.

   Il Tito Vespasiano di Daniel Behle si inserisce nel filone delle voci non bellissime e poco interessate ad articolare i versi con pronuncia impeccabile che da decenni imperversano nella parte. Per il resto, il tenore convince sia nella caratterizzazione, pur infiammata da qualche intemperanza nei recitativi secchi, sia nella pulizia del canto spianato.

   Anastasia Bartoli è una Vitellia con tutte le note della parte; una parte infida, che esige solidità e controllo ad ogni altezza della tessitura, sfoghi drammatici, agilità (che ci sono, e buone) e pianissimi seducenti (che invece latitano), ma tende a forzare alcuni acuti e zoppica per quanto riguarda l’espressività, soprattutto nei recitativi, meno chiaroscurati di quanto si vorrebbe.

   È molto buona la prova del controtenore Nicolò Balducci, che veste i panni di Annio, così come convince totalmente Francesca Aspromonte, che presta a Servilia una linea di canto nobile e raffinata. Si rivela invece inadeguato il Publio del giovane Domenico Apollonio. All’altezza della situazione per compattezza e coesione il Coro della Fenice preparato da Alfonso Caiani, che pur si perde (per una dimenticanza del direttore?) l’attacco di “Che del ciel, che degli dei”.

Applausi molto calorosi per tutta la compagnia a fine recita e ovazioni per l’orchestra, festeggiata dal pubblico al cenno di Bolton verso la buca.

Paolo Locatelli

22 novembre 2025

Requiem di Verdi a Pordenone: debutto sul podio di Emmanuel Tjeknavorian

   C’è una qualità che cattura subito l’attenzione in Emmanuel Tjeknavorian, ed è la maturità. Maturità interpretativa ovviamente, ma anche l’assoluto pragmatismo tecnico e l’assenza di ostentazione, che sorprende ancor più in un’opera contrastata e ad alto impatto emozionale come il Requiem verdiano portato al Teatro Verdi di Pordenone prima delle recite milanesi. Non è un Requiem in cerca dei massimi sistemi, né forzatamente estremizzato, ma piuttosto indagato con un’eleganza da veterano e un’attenzione sia alla concertazione, sia alla quadratura tra le masse e i solisti, pressoché ineccepibile. Il tutto dipanato da un gesto paradigmatico per chiarezza, efficacia e congruità, che scansa ogni inutile “coreografismo”.

Emmanuel Tjeknavorian dirige il Requiem di Verdi al Teatro Verdi di Pordenone con l'Orchestra Sinfonica di Milano
Requiem di Verdi, Emmanuel Tjeknavorian – Teatro Verdi di Pordenone

   Ci sono ovviamente momenti più raccolti e introspettivi accanto ad altri, come i tanti ritorni del "Dies Irae", in cui le articolazioni sono marcate allo spasimo, ma senza la brama di strappare il facile effetto né la pericolosa tendenza a frammentare l’arco narrativo.

   Certo, si avverte che quella che si ascolta non è una lettura definitiva ma una prima, appassionata, esplorazione, che qualche inciso ha margine per essere ulteriormente lavorato e che ci sono numeri musicali in cui è possibile spingersi più in là - ad esempio nell'esaltare i colori in "Lux Aeterna" - ma forse è proprio questa sensazione di perfettibilità e di ricerca a rendere il debutto di Tjeknavorian nell'opera tanto affascinante.

   Se l’Orchestra Sinfonica di Milano è protagonista di un’eccellente prova per nitore, precisione e duttilità dinamica, anche il quartetto dei solisti si rivela ben amalgamato e adeguato ad assecondare il disegno musicale del podio.

   Chiara Isotton, soprano, mette in mostra una vocalità luminosa, che svetta soprattutto negli slanci drammatici come l’impressionante finale. È notevolissima la prova di Szilvia Vörös, mezzosoprano dal colore nobile e grande espressività nel porgere la frase.

   Il basso Manuel Fuentes, trent’anni ancora da compiere, ha un timbro baciato dalla natura; gli resta solo da rifinire la chiarezza della parola. Mostra qualche opacità nel passaggio e affanno nei gravi il tenore, Raffaele Abete, che pure si difende negli scomodi slanci in acuto della scrittura. Maiuscola la prova del Coro Sinfonico di Milano, che in fondo è il vero protagonista della Messa, preparato da Massimo Fiocchi Malaspina.

Grande successo a fine concerto.

di Paolo Locatelli

14 novembre 2025

Così fan tutte al Teatro Del Monaco di Treviso

 Con la sua ambiguità e quel patetismo sempre in bilico tra la farsa e l'autentica tragedia, Così fan tutte è un'opera come poche in grado di scandagliare i chiaroscuri, le turbolenze e le contraddizioni dell'animo umano, soprattutto quelle che nessuno vorrebbe mai ammettere in primo luogo a se stesso.

Così fan tutte di Mozart al Teatro Del Monaco di Treviso
Così fan tutte al Teatro Del Monaco di Treviso

   C’è però un fatto strano. Lunga esperienza suggerisce che tutto ciò emerga con forza incommensurabilmente superiore in quegli allestimenti che per convenzione vengono etichettati come “moderni”, in definitiva quelli in cui il pubblico riesce a immedesimarsi con maggior agio riconoscendo nei protagonisti le proprie debolezze e i propri affetti sotterranei. Insomma quelli che lasciano il contesto e la trama, con le sue improbabili vicissitudini, sullo sfondo, puntando il faro sulle dinamiche psicologiche innescate dalle relazioni.

   Viceversa, per qualche oscura ragione, il rispetto del testo e del contesto crea una sorta di distacco nella partecipazione a favore del lato buffo, che poi sarebbe quello prominente, se non altro nelle indicazioni degli autori che licenziarono l'opera come “dramma giocoso”, una definizione su cui si è tanto speculato ma che rimanda al reame della pura e semplice commedia.

   Se n'è avuta conferma al Teatro Mario Del Monaco di Treviso, dove l'ultimo capitolo della trilogia dapontiana è andato in scena nella versione firmata da Stefano Vizioli, con le belle scene di Milo Manara, già recensito in occasione del debutto a Jesi e delle recite di Pisa, che pur senza ossequiare il verbo settecentesco alla lettera si accoda alla tradizione. Una tradizione dunque buffa o quantomeno spiritosa, in cui il gioco dei travestimenti - tanto eloquente proprio perché può crederci solo chi vuole crederci ciecamente - prevale sui lambicchi interiori di personaggi che si rendono conto di cambiare ma faticano a riconoscerne e accettarne le ragioni.

   Tradizionale è dunque la regia, intesa come concertazione di movimenti, taglio dei caratteri e come concezione del registro comico, ma non rinunciataria, tanto più a fronte di un disegno scenico, che chiaramente rimanda al mondo del fumetto colto, che offre alla mano di Vizioli pochi appigli per escogitare qualcosa di davvero originale.

   Jordi Bernàcer, sul podio di un'Orchestra di Padova e del Veneto diligente e precisa, ricerca innanzitutto il rispetto degli equilibri, con una deferenza verso il palco forse persino eccessiva. Tuttavia si apprezza una direzione curata e attenta al canto, flessibile ma senza smancerie né esibizioni di un furore effettistico e tendenzialmente poco frenetica nei tempi, scelta che aiuta la quadratura tra tutte le parti ma appesantisce la narrazione sul lungo percorso.

   Quanto alle voci, Irina Lungu risolve con mestiere una parte insidiosa come poche, che impone di coniugare vertiginosi salti di registro e sfoghi drammatici con la limpidezza della linea di canto mozartiana. Soffre un po’ in basso, come d’altronde la gran parte delle Fiordiligi, ma mostra altresì un solido dominio musicale e dei passaggi di agilità.

È splendida la Dorabella di Francesca Di Sauro, che vanta voce dal timbro caldo e omogeneo, di buon volume ad ogni altezza della scrittura, e perfetta padronanza sia dei fiati, sia dell'espressività del canto e della parola. È ben calato nella parte anche il Guglielmo dalla brillante vocalità baritonale di Biagio Pizzuti.

   Il Ferrando di Andrew Kim alterna momenti apprezzabili, con buone mezzevoci e slanci appassionati, a perniciosi slittamenti di intonazione nelle due arie "Un’aura amorosa" e "Tradito, schernito". È invece sacrificata, come da consumata tradizione, "Ah lo veggio", decisione in linea con la politica editoriale della produzione, che adotta grossomodo i tagli che si incontrano nella gran parte dei Così fan tutte.

   Paola Gardina fa una Despina ben cantata e di grande verve, calcando la mano sul lato comico del personaggio, mentre Lucio Gallo marca i tratti più cinici e umanamente spregevoli di Don Alfonso, enfatizzandone colori ed accenti.

   Adeguati gli interventi del Coro Lirico Giovanile A.Li.VE, preparato da Paolo Facincani, dislocato - non si sa se per esigenza o per scelta - nei palchi di barcaccia.

Teatro stipato in ogni ordine di posti che ha salutato calorosamente tutta la compagnia.

di Paolo Locatelli

4 novembre 2025

Il Don Giovanni di Iván Fischer al Vicenza Opera Festival

   È in tutto e per tutto il Don Giovanni di Iván Fischer quello proposto al Teatro Olimpico per il Vicenza Opera Festival. Lo è nella concezione e nell’esecuzione musicale, che ricalca esattamente quanto ci si aspetta dal meno narcisistico tra i grandi direttori, un servitore della musica ancor prima che dello spartito. Tratto che si manifesta nella predilezione per la chiarezza dell’articolazione rispetto all’effetto, per la pulizia e la qualità del suono rispetto alla scarica adrenalinica, e nell’adozione di tempi distesi che danno agio a ogni nota di uscire ben pesata dalle mani degli splendidi professori della Budapest Festival Orchestra e dalle gole dei solisti, anche in quei momenti in cui tante esecuzioni ci hanno abituato a cascate di semicrome che si affastellano confuse.

Il Don Giovanni di Iván Fischer al Vicenza Opera Festival
foto Róbert Zentai

   Non è in definitiva un Don Giovanni che si pone in scia alle performance che hanno fatto proprie le conquiste della prassi storicamente informata, ma pare piuttosto avulso dal tempo e dal contesto: non ha l’impeto luciferino e la densità della tradizione post-romantica né il taglio asciutto e forsennato che è andato imponendosi in tempi più recenti. È una lettura dalle sonorità corpose eppure delicatissima nei passi più lirici, dettagliata senza forzare sbilanciamenti tra le linee, canoviana negli equilibri interni e nelle proporzioni eppure tragica, soprattutto nelle apparizioni del Commendatore, in particolare in quella estrema con cui Fischer decide di chiudere l’opera.

   Il cast ruota intorno a un protagonista, Andrè Schuen, ideale per physique du rôle, carisma scenico e doti tecnico-vocali: un artista completo dallo strumento caldo e duttile, di colore scuro ed emissione timbrata ad ogni altezza, che dà sfoggio di tutto l’arsenale da liederista di razza in una serenata intonata a fior di labbra. Luca Pisaroni, timbro altrettanto nobile ma più brillante, è un Leporello di consumato mestiere, che domina ogni sillaba della parte, in particolare nei recitativi.

   Le due primedonne svedesi mostrano una certa affinità di vedute ed esiti. Sia Maria Bengtsson (Donna Anna) che Miah Persson (Elvira) si collocano nella scia delle mozartiane-Marescialle di lirismo cristallino, contegno e predilezione per il canto strumentale. La prima dà vita a un’Anna dignitosamente dolente e più chiaroscurata che drammatica, con pianissimi delicati e un controllo vocale d’alta scuola che tocca il suo vertice nell’aria del secondo atto. Anche la Persson scansa la strada del furore isterico con cui spesso viene risolto il personaggio, preferendogli una malinconia più rassegnata che amara. In entrambi i casi si registra tuttavia - almeno al debutto - qualche imprecisione di intonazione e pulizia, riconducibili alla peculiare situazione acustica piuttosto che a limiti propri delle cantanti. Da questo punto di vista anche la scelta di collocare l’orchestra in buca - una buca ben poco profonda - anziché sparpagliarla sul palco come in molte delle precedenti produzioni del festival non ha giovato al balancing tra voci e accompagnamento.

   Bernard Richter è un Ottavio dallo strumento molto ampio, troppo per essere manovrato con la necessaria morbidezza nelle note di passaggio in mezzavoce delle due arie, e, forse per la scelta di conferire un tono aulico al personaggio, in odore di eccessivo manierismo.

   Molto positiva la prova di Samantha Gaul, Zerlina, subentrata alla prevista Giulia Semenzato, la quale possiede un bel timbro luminoso e voce ben proiettata, così come è assai convincente, anche nella caratterizzazione autenticamente villereccia, il Masetto generoso di Daniel Noyola. Chiude degnamente il cast il solido Commendatore di Krisztián Cser.

   È il Don Giovanni di Iván Fischer, si diceva, e lo è anche nella messinscena, che al solito rimanda a un modo di fare teatro antico che vorrebbe ottenere tanto con poco. Tuttavia, se nell’Ariadne auf Naxos della scorsa edizione o nell’indimenticabile Falstaff di qualche anno fa il gioco riusciva a meraviglia, in questo caso qualcosa si inceppa, sia per l’immobilismo generale, sia soprattutto per la mancanza di reciprocità nelle interazioni tra personaggi. Se l’approccio deferente al testo musicale trova infatti la via della traduzione in suono in un direttore tra i più grandi in circolazione e in un’orchestra di straordinaria qualità, il Fischer regista non è in grado di trasporre allo stesso livello la fedeltà al libretto, secondo un modello che per brevità si potrebbe definire come tradizionale.

   L’idea di sfruttare l’ambientazione palladiana dell’Olimpico - anche nei begli abiti di Anna Biagiotti - moltiplicando le statue che circondano il palco con una serie di mimi “marmorizzati” che fanno un po’ tutto, dai contadinelli alle conquiste del catalogo, rimane valida sulla carta, ma zoppica nella realizzazione per via di una concertazione dei movimenti scolastica e di alcune ingenuità nella recitazione. Non aggiungono molto le scene di Andrea Tocchio, di fatto limitate a due palchetti rotanti, così come è fin troppo minimale il disegno luci.

   In un quadro complessivamente statico e povero di slanci registici, piace sottolineare il bell’effetto generato dalla separazione scenico-musicale delle tre danze del finale primo, distanziate sia nello spazio tra le bande, sia nei movimenti coreografici. Anche il Fischer regista pensa da musicista.

A fine recita successo molto caloroso per tutta la compagnia.

Paolo Locatelli