Con la sua ambiguità e quel patetismo sempre in bilico tra la farsa e l'autentica tragedia, Così fan tutte è un'opera come poche in grado di scandagliare i chiaroscuri, le turbolenze e le contraddizioni dell'animo umano, soprattutto quelle che nessuno vorrebbe mai ammettere in primo luogo a se stesso.
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| Così fan tutte al Teatro Del Monaco di Treviso |
C’è però un fatto strano. Lunga esperienza suggerisce che tutto ciò emerga con forza incommensurabilmente superiore in quegli allestimenti che per convenzione vengono etichettati come “moderni”, in definitiva quelli in cui il pubblico riesce a immedesimarsi con maggior agio riconoscendo nei protagonisti le proprie debolezze e i propri affetti sotterranei. Insomma quelli che lasciano il contesto e la trama, con le sue improbabili vicissitudini, sullo sfondo, puntando il faro sulle dinamiche psicologiche innescate dalle relazioni.
Viceversa, per qualche oscura ragione, il rispetto del testo e del contesto crea una sorta di distacco nella partecipazione a favore del lato buffo, che poi sarebbe quello prominente, se non altro nelle indicazioni degli autori che licenziarono l'opera come “dramma giocoso”, una definizione su cui si è tanto speculato ma che rimanda al reame della pura e semplice commedia.
Se n'è avuta conferma al Teatro Mario Del Monaco di Treviso, dove l'ultimo capitolo della trilogia dapontiana è andato in scena nella versione firmata da Stefano Vizioli, con le belle scene di Milo Manara, già recensito in occasione del debutto a Jesi e delle recite di Pisa, che pur senza ossequiare il verbo settecentesco alla lettera si accoda alla tradizione. Una tradizione dunque buffa o quantomeno spiritosa, in cui il gioco dei travestimenti - tanto eloquente proprio perché può crederci solo chi vuole crederci ciecamente - prevale sui lambicchi interiori di personaggi che si rendono conto di cambiare ma faticano a riconoscerne e accettarne le ragioni.
Tradizionale è dunque la regia, intesa come concertazione di movimenti, taglio dei caratteri e come concezione del registro comico, ma non rinunciataria, tanto più a fronte di un disegno scenico, che chiaramente rimanda al mondo del fumetto colto, che offre alla mano di Vizioli pochi appigli per escogitare qualcosa di davvero originale.
Jordi Bernàcer, sul podio di un'Orchestra di Padova e del Veneto diligente e precisa, ricerca innanzitutto il rispetto degli equilibri, con una deferenza verso il palco forse persino eccessiva. Tuttavia si apprezza una direzione curata e attenta al canto, flessibile ma senza smancerie né esibizioni di un furore effettistico e tendenzialmente poco frenetica nei tempi, scelta che aiuta la quadratura tra tutte le parti ma appesantisce la narrazione sul lungo percorso.
Quanto alle voci, Irina Lungu risolve con mestiere una parte insidiosa come poche, che impone di coniugare vertiginosi salti di registro e sfoghi drammatici con la limpidezza della linea di canto mozartiana. Soffre un po’ in basso, come d’altronde la gran parte delle Fiordiligi, ma mostra altresì un solido dominio musicale e dei passaggi di agilità.
È splendida la Dorabella di Francesca Di Sauro, che vanta voce dal timbro caldo e omogeneo, di buon volume ad ogni altezza della scrittura, e perfetta padronanza sia dei fiati, sia dell'espressività del canto e della parola. È ben calato nella parte anche il Guglielmo dalla brillante vocalità baritonale di Biagio Pizzuti.
Il Ferrando di Andrew Kim alterna momenti apprezzabili, con buone mezzevoci e slanci appassionati, a perniciosi slittamenti di intonazione nelle due arie "Un’aura amorosa" e "Tradito, schernito". È invece sacrificata, come da consumata tradizione, "Ah lo veggio", decisione in linea con la politica editoriale della produzione, che adotta grossomodo i tagli che si incontrano nella gran parte dei Così fan tutte.
Paola Gardina fa una Despina ben cantata e di grande verve, calcando la mano sul lato comico del personaggio, mentre Lucio Gallo marca i tratti più cinici e umanamente spregevoli di Don Alfonso, enfatizzandone colori ed accenti.
Adeguati gli interventi del Coro Lirico Giovanile A.Li.VE, preparato da Paolo Facincani, dislocato - non si sa se per esigenza o per scelta - nei palchi di barcaccia.
Teatro stipato in ogni ordine di posti che ha salutato calorosamente tutta la compagnia.
di Paolo Locatelli

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