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12 settembre 2024

Doppio Metzmacher

   Il gran palinsesto della tournée estiva 2024 della Gustav Mahler Jugendorchester, ormai in dirittura d’arrivo dopo aver attraversato mezza Mitteleuropa, è stato proposto nella sua interezza dal pubblico del Teatro Verdi di Pordenone, che da diversi anni è una delle residenze dell’orchestra. Una doppia portata servita nelle serate di lunedì 2 e mercoledì 4 settembre, che si è rivelata assolutamente intrigante per almeno due ragioni. La prima è puramente programmatica, con la scelta di un repertorio vario per estensione geografica e temporale eppure assemblato con coerenza rigorosa e originalità, non solo nella selezione dei brani, ma anche nella disposizione degli stessi, con le due combinazioni Wagner-Nono-Wagner e Beethoven-Schönberg-Beethoven dipanate in un unico fiato, senza soluzione di continuità, con un effetto tanto straniante quanto illuminante per insospettabile affinità.

foto Luca A. d'Agostino / Phocus Agency

   La seconda attrattiva è il ritorno sul podio della GMJO di Ingo Metzmacher, che si conferma un eccellente preparatore d’orchestre e concertatore, con la sua propensione più illustrativa che esplicativa della pagina. È il modo, piuttosto che del direttore interprete, del direttore maieuta, interessato ad estrarre quel che c’è nella partitura, aderendovi il più possibile, e nei musicisti che ha di fronte, cui lascia una notevole libertà d’azione. Un approccio che emerge fin dal gesto a mani nude, che assicura un pilotaggio saldo del macchinario orchestrale tanto nel controllo di pesi ed attacchi, quanto nella calibratura degli stacchi di metronomo.

   L’esito è appunto un dominio del suono e degli equilibri assoluto ma per così dire neutrale, che non investiga il singolo particolare a scapito dell’altro, ma che proietta dinanzi all’ascoltatore la pagina, mantenendo un al tempo stesso una pasta doviziosa e laccata dell'amalgama ma anche l'intelligibilità di ogni linea, pur con un’orchestra enorme e tutt’altro che timida nelle sonorità. Non c’è dunque l’estrema ricerca del colore e della varietà, né della cifra personale del pioniere, ma innanzitutto un proposito di chiarezza e compattezza, sia nell’esporre la struttura complessiva, sia nel dare pari dignità a ogni mattone che la compone.

   Nei due estratti dal Parsifal (il Preludio e l’Incantesimo del Venerdì Santo) - intervallati dal rarissimo A Carlo Scarpa, architetto, ai suoi infiniti possibili di Luigi Nono, nelle cui rarefazioni echeggiano universi musicali alieni - pennella un lirismo che si adagia morbidamente grazie al prezioso legato dei (tantissimi) archi e si addensa, senza ma offuscarsi, quando il dettato impone un suono più turgido.

   È una chiave che ritorna nel Bruckner della Terza sinfonia, proposta nella sua versione originale del 1873, che trabocca di wagnerismi più o meno espliciti. Quello di Metzmacher, benché finemente cesellato negli equilibri e nelle gradazioni dinamiche, non è il Bruckner sminuzzato in ogni frammento, ma piuttosto un Bruckner denso e dicotomico, sbalzato tra gli afflati cantabili delle frasi più distese, meravigliosamente intese dagli archi della GMJO, e il gigantismo impetuoso che li separa. È proprio in questo versante più austero che Metzmacher marca la differenza rispetto alla tradizione, imprimendovi, anziché il canonico sound organistico, una quadratura implacabile e per certi versi tagliente che sembra anticipare, con il suo rigore, lo Šostakovič della Sinfonia n. 8 in Do minore op. 65.

   Sinfonia eseguita nella seconda serata che si rivela il momento più alto del doppio appuntamento e quello in cui il “modus” di Metzmacher e l’elettricità incontenibile della Gustav Mahler Jugendorchester sembrano meglio sposarsi con la scrittura. Forse non solo per la vocazione “novecentesca” del maestro, ma perché la sua capacità di lasciare che sia la partitura a disvelarsi si estrinseca al massimo livello in un lavoro che è concepito divinamente sia nell’orchestrazione, così ricca e minuziosamente guidata, sia nella gestione del suo sviluppo orizzontale. Quel controllo totale della dinamica e degli equilibri si installa in un capolavoro di ingegno musicale che trabocca di idee e umori, dalle frasi struggenti degli archi in apertura agli echi guerreschi (Šostakovič la scrive, trentaseienne, nel 1943), dalle fanfare popolaresche agli assalti ruggenti, dal sarcasmo del terzo movimento fino a quei lunghi, distesi sussurri dell’orchestra su cui hanno piena libertà di svilupparsi i soli. Senza far torto agli altri, si cita quello a mezzavoce del corno inglese nella seconda parte dell’ampio movimento che apre la sinfonia, prossimo al prodigio sia per la bravura dell’esecutore, sia per la delicatezza dell’orchestra che lo accompagna.

   Nella prima parte della stessa serata, come accennato, le due Ouverture Coriolano e Leonore No.3 di Beethoven, opulente nel suono ma implacabili nella nettezza della pulsazione ritmica, hanno fatto da prologo ed epilogo, senza pausa, ai Cinque pezzi per orchestra op. 16 di Arnold Schönberg.

   Successo calorosissimo a termine di entrambi i concerti per direttore e per un’orchestra che ad ogni rinnovamento di organico mantiene, oltre all’assoluta qualità strumentale, un’identità timbrica distinguibile tra mille.

9 settembre 2017

Un doppio inno all'amore (per la musica)

Partiamo dalla fine, dalla Turangalîla-Symphonie di Olivier Messiaen. L’inno alla vita e all’amore, alle forze creatrici e distruttrici, che fonde linguaggi antichi e remoti – vi si trovano richiami a soluzioni ritmiche della tradizione balinese, ai tāla indiani, alla musica popolare andina – con le conquiste più audaci della prima metà di Novecento, ma che guarda senza sospetti anche al pop o al jazz e, certo non ultima, alla nascente elettronica. Un’opera universale e mastodontica, per ampiezza di vedute e respiro, per ambizione e – oggi possiamo dirlo! – rilevanza storica.

Il nome stesso del lavoro, ispirato all’abbraccio di significati del wagneriano Liebestod, è un incastro sanscrito complesso e sfuggente: Lîla definisce il gioco dell’azione divina sul cosmo, in positivo e negativo, e, unita a Turanga (la misura del tempo e del movimento, il ritmo), riconduce a un moto cosmologico perenne che si fa amore, gioia e dolore, vita e morte, e così via. Tutto ciò si collega alla religiosità di Messiaen e alla sua concezione di una divinità immanente che permea la natura e che in essa si manifesta continuamente.

Anche per quanto riguarda la struttura e l’orchestrazione Turangalîla ha proporzioni colossali e rivoluzionarie: lo sviluppo in dieci movimenti ridisegna la forma della sinfonia tradizionale, l’organico mastodontico, grazie all’ampliamento della sezione percussioni e all’integrazione di una serie di strumenti inconsueti, oltre chiaramente dell’Ondes Martenot, (una sorta di theremin a tastiera creato nel ‘27 da Maurice Martenot, ingegnere e musicista), spalanca le porte verso risorse timbriche finora impensabili.

Non sorprende quindi che Ingo Metzmacher e le alte sfere della Gustav Mahler Jugendorchester, nello stilare il programma del tour estivo, siano partiti da lì, da Turangalîla, che doveva essere il centro attorno a cui costruire tutto il resto, non solo perché si tratta di uno dei massimi capolavori del secolo scorso, che il pubblico merita di conoscere ed ascoltare, ma soprattutto perché in esso, nella sua complessità e stratificazione di linguaggi e stili, si può ritrovare una sorta di condensato della musica che è stata prima e di quella che sarebbe venuta. Insomma, se la grande musica classica è sempre contemporanea, Turangalîla forse lo è un po’ di più.

Al Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone quest’anno si è deciso di fare le cose in grande e di spalmare l’inaugurazione della stagione su un doppio appuntamento con protagonista appunto la Gustav Mahler Jugendorchester, che ormai possiamo ritenere l’orchestra di casa. Così, dopo una prima serata dedicata al “Novecento spettacolare”, è toccato proprio all’operona di Messiaen suggellare il progetto.

Inutile aggiungere altre parole a quanto già detto sulle qualità della GMJO che è sì, nominalmente, un’orchestra giovanile, eppure si conferma in grado di reggere i massimi paragoni in termini di perfezione tecnica, struttura del suono e identità timbrica. Ormai a Pordenone la conosciamo bene eppure ogni ritorno riesce a ridefinire, in positivo, il ricordo che se ne aveva (a maggior ragione considerando la difficoltà del duplice programma di quest’anno).

Chi invece debutta sul palcoscenico del Verdi è Ingo Metzmacher, il quale affronta questo capolavoro con l’approccio che non ci si aspetterebbe da uno “specialista” del repertorio novecentesco come lui, almeno in parte. Il suono non mira a una limpidezza analitica ma è sempre caldo, denso, quasi tardoromantico. Non che questo comporti la riduzione dell’amalgama orchestrale a una poltiglia indistinta, tutt’altro: pur nella pienezza degli impasti, Metzmacher sa sempre distillare con la necessaria trasparenza le sonorità e, soprattutto, sa dosare i volumi delle diverse sezioni in modo che nessuna finisca mai per sovrastare le altre, né per togliere spazio o risalto agli interventi solistici.

L’unico limite riguarda le dimensioni di sala e orchestra: il Verdi non è un auditorium vero e proprio e non può offrire spazi in grado di accogliere al meglio il suono oceanico dell’orchestra di Messiaen, tanto più che Metzmacher non si tira certo indietro se si tratta di scatenare i volumi o picchiare forte sulla grancassa. E in fondo è giusto così, la grandiosità dell’orchestrazione non va nascosta e non ne vanno stemperati gli spigoli, che infatti sono sempre ben in vista. Né chiaramente si rinuncia alla delicatezza, laddove necessaria (quel punteggiarsi di clarinetti, Onde Martenot, vibrafono e contrabbasso solo a inizio del Terzo movimento è pura magia, così come cattura la bellezza del Jardin du sommeil d'amour, quasi sussurrato dai musicisti).

L’approccio all’agogica, tendenzialmente rigido, è in perfetta linea con il disegno del Maestro, più versato ad esaltare l’architettura piuttosto che a pennellare i dettagli e, in tal senso, aderisce come meglio non si potrebbe al turgore del suono.

Cosa chiedere di più? Certo, ci si potrebbe aspettare qualche azzardo più deciso nell’evidenziare quel lato grottesco che in fondo qua e là ci sarebbe, o si potrebbe desiderare qualche carezza più tenera nei passaggi di lirismo, ma sono inezie. Metzmacher fa la sua Turangalîla-Symphonie e riesce, in tal senso, perfettamente coerente e compatto. Il pubblico lo capisce e lo saluta con un trionfo forse inatteso ma sacrosanto.

Valerie Hartmann, poi, è un’autorità all’Ondes Martenot e se ne capisce facilmente il motivo. Il suono straniante ed ectoplasmatico di questo proto sintetizzatore nelle sue mani si piega ad una miriade di effetti e mezzetinte. Jean-Yves Thibaudet allo Steinway è un lusso, eccezionale per virtuosismo e personalità.

Andando a ritroso lungo il cammino della doppia inaugurazione di stagione del teatro pordenonese, e passando dalla seconda serata alla prima, si fa un saltello all’indietro anche nella cronologia, pur restando in pieno XX secolo. Da Messiaen a Ravel, per rimanere in Francia, ma anche Schönberg, Gershwin e Bartók.

Anche qui Metzmacher non raffredda il suono ma piuttosto, se così si può dire, lo coccola e lo omogenizza, cercando – o incespicandovi incidentalmente, chissà – un filo conduttore che raccolga sotto un unico tetto lavori che non hanno molto in comune l’uno con l’altro.

Con Il Mandarino meraviglioso, Suite per orchestra op. 19 di Béla Bartók si tocca la vetta più alta del primo concerto. In questo repertorio Metzmacher dà prova di essere innanzitutto un mago della concertazione: gli equilibri interni all’orchestra sono millimetrici, non c’è strumento che non sia sempre perfettamente distinguibile, anche nei momenti più concitati, e la tenuta ritmica e tecnica dell’insieme non teme la minima sbavatura. Metzmacher non sviscera la partitura – o almeno non la viviseziona mettendone in evidenza il singolo particolare - ma la racconta, senza risparmiarsi le necessarie ruvidezze, dove richieste. A questo prodigio esecutivo si sommano una tensione espositiva e una pienezza di suono che producono il salto di qualità tra l’ottima esecuzione in la grande interpretazione.

Allo stesso livello la Musica di accompagnamento per una scena cinematografica op. 34 di Arnold Schönberg che apre il concerto.

La Suite n. 2 da Daphnis et Chloé di Maurice Ravel viene eseguita straordinariamente bene ma soffre una certa mancanza di lascivia e morbidezza nei colori e nell’agogica, approcciata con un rigore più tedesco che francese. In ogni caso sul piano esecutivo si vola alto, il maestro cura il suono, lo riscalda, lo ammorbidisce, sa sfumare e fondere le dinamiche, e non inciampa nella minima incertezza.

Chi, a conti fatti, convince di meno, è il Gershwin del Concerto in Fa maggiore per pianoforte e orchestra, che Metzmacher carica su una nave e spedisce verso la Mitteleuropa. L’impressione è che il direttore cerchi di avvicinare il lavoro dell’americano al sinfonismo tardo-ottocentesco, quasi volesse dimostrare che in fondo anche Gershwin può “suonare” come un epigono della tradizione musicale europea. L’idea potrebbe essere interessante, tuttavia non si riesce a scansare l’impressione di un’estraneità stilistica di fondo. Certo l’orchestra suona divinamente e dietro ogni nota, ogni scelta, c’è un pensiero (non c’è un’arcata che non sia perfettamente dosata, tutto è legato e morbido, ogni equilibrio è lavorato). Però non è Gershwin. Cosa manca? Lo swing innanzitutto, e poi il coraggio di rischiare e di sporcarsi le mani, di graffiare. Manca l’aria di New York, insomma.

E tutto ciò pare ancor più evidente di fronte al pianismo di Jean-Yves Thibaudet, che questa musica la sa respirare. Il suo è un virtuosismo il giusto morbido e scanzonato, flessibile sul tempo quel tanto da animare la vena jazz della scrittura di Gershwin ma anche capace, quando serve, di frustare i tasti come una perfetta macchina ritmica, il finale dell’Allegro agitato lo dimostra senza lasciare spazio a dubbi. A Thibaudet non interessa la brillantezza fine a se stessa del suono ma solletica i tasti quasi ballandoci sopra con le mani, per sviluppare la musica con l’articolazione e la plasticità del tempo, e l’effetto è quello giusto. Il pubblico lo capisce e gli tributa un successo personale.

Doppio concerto dunque e doppio trionfo, persino clamoroso per la Turangalîla-Symphonie. Probabilmente la GMJO ritornerà anche il prossimo anno, e sarebbe il quarto consecutivo, nel frattempo la aspettiamo per il tour pasquale con Vladimir Jurowski e Lisa Batiashvili (31 marzo, segnatevelo). 
Foto Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone

Foto Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone

25 agosto 2017

La residenza artistica della GMJO

A metà agosto Pordenone è stata invasa da un'orda di musicisti giovani e belli. Si tratta di un grande progetto che - si spera - proseguirà anche nei prossimi anni: la residenza artistica della Gustav Mahler Jugendorchester. Musica ovunque, performance in piazza, prove aperte al pubblico, due concerti in giro per il Friuli (ne scrivo qui) e molto altro, in attesa della doppia inaugurazione del 6 e 7 settembre. 



La Gustav Mahler Jugendorchester nacque nel 1986 da un'intuizione visionaria di Claudio Abbado. Il crollo del muro di Berlino era di là da venire e l'Europa, benché pervasa da un'aria nuova, reggeva ancora su due piedi separati da un oceano e al suo interno era spezzata da una linea ininterrotta di frontiere. In questo quadro va collocata l'idea di istituire un'orchestra che unisse giovani musicisti provenienti da ogni angolo del continente (oggi sono ventidue le nazioni rappresentate), per trovare i denominatori comuni tra culture cugine e confinanti, partendo proprio dal più universale tra i linguaggi: la musica.

Non sorprende che a oltre trent’anni di distanza dalla fondazione, e a tre dalla scomparsa del grande direttore, lo spirito originale del progetto resista inalterato, quasi fosse una missione da portare avanti per il Segretario generale Alexander Meraviglia-Crivelli, vero e proprio custode del fuoco, e il suo staff. E non è facile né scontato, in fondo quello delle grandi orchestre è pur sempre un mercato con le sue logiche e i suoi meccanismi, cui sarebbe più facile piegarsi che resistere impugnando un ideale.

Insomma, Abbado è una sorta di padre costituente per la GMJO: egli ne tracciò i confini (anche per se stesso - ricorda Crivelli - impedendo sistematicamente che il progetto potesse diventare una sorta di giocattolo con cui dilettarsi), i caratteri e le regole, disegnò di suo pugno l’identità di quella che non doveva essere solo una macchina musicale perfetta ma ancor prima un modello di progetto artistico e culturale. Un'orchestra "senza padroni" ma aperta ad ogni collaborazione proficua e costruttiva, senza vincoli né case, tenuta insieme dal solo desiderio di fare musica ad altissimo livello. I centododici effettivi sono stati infatti selezionati da una base di partenza di oltre duemilacinquecento candidati, non è un caso che da questo pozzo attingiamo regolarmente le principali orchestre europee per rimpolpare gli organici.

Non di meno, al netto del turnover dei professori e dell'assenza di un direttore stabile, la Jugendorchester ha un suo carattere timbrico ben definito, un suono caldo e pastoso che si rinnova stagione dopo stagione e soprattutto un’energia, quella sì, unica.

Lo sa bene il pubblico del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone, che ormai è più di una tappa abituale nell’eremitaggio tra le capitali della musica della Gustav Mahler Jugendorchester, anzi, ne è diventato la vera e propria dimora. Dopo le inaugurazioni delle ultime due stagioni, un’Ottava di Bruckner diretta da Herbert Blomstedt prima e un concerto mahleriano affidato alla bacchetta di Philippe Jordan poi, il rapporto tra il teatro e l’orchestra è evoluto in una collaborazione più solida e profonda, sancita dalla residenza estiva. Ciò significa che la GMJO si è trasferita nella città per una settimana durante la quale ha preparato la tournée estiva, assieme agli artisti che ne prenderanno parte: il direttore Ingo Metzmacher, il pianista Jean-Yves Thibaudet, Valérie Hartmann-Claverie con il suo Ondes Martenot e il direttore assistente Lorenzo Viotti. Il che, com’è evidente, consente di perfezionare la qualità esecutiva delle performance (Thibaudet lo spiega bene: una settimana di prove per preparare un programma è un’occasione unica, impensabile altrove), di cementare il rapporto tra i musicisti, di cesellare, attraverso un lavoro minuzioso e ossessivo di rifinitura, ogni battuta.

Non si pensi tuttavia che il progetto si limiti alla crescita musicale ed artistica dell’orchestra, perché va ben oltre, comportando diverse opportunità collaterali per la città, la regione e soprattutto per il pubblico. Si parla di un paio di concerti diretti dallo stesso Lorenzo Viotti ad Aquileia e Tolmezzo, che ne hanno confermato la statura di interprete, di prove aperte e, nella serata conclusiva della residenza, di una serie di iniziative in piazza, con piccoli ensemble distribuiti nelle vie del centro, oltre chiaramente ai vari incontri incidentali tra il cittadino comune e i musicisti, che per giorni hanno attraversato e vissuto la città. Perché si tratta pur sempre di ragazzi che dopo una giornata di prove hanno voglia di stare insieme, di festeggiare, che nelle pause si gettano nella piazzetta davanti al ridotto per giocare a pallone e si imboscano negli angoli del foyer. Chiaramente tutto ciò dà vita a un clima di entusiasmo che si riflette nella musica e che, unito alla curiosità e alla verginità di esperienze dell’orchestra, si traduce nella possibilità di suonare senza condizionamenti e con la massima disponibilità a sperimentare, scongiurando il rischio di scivolare nella routine, o nella tradizione, che può esserci invece con le grandi orchestre stabili – lo spiega bene Lorenzo Viotti.

Insomma non si tratta di un'iniziativa autoreferenziale né di un mero, benché ambizioso, progetto artistico ma di una visione ben più ampia, che coinvolge la vita culturale della città e del pubblico, un pubblico che è sì giovane e forse talvolta scostante ma che ha voglia di musica, e la curiosità di lasciarsi condurre da un teatro che spalanca le porte e gli va incontro.

Dopo le varie tappe del tour (Bolzano, Salisburgo, Amburgo, Amsterdam, Dresda, Milano…) la GMJO tornerà a Pordenone per un doppio concerto che aprirà la stagione: il 6 settembre con musiche di Schönberg, Gershwin, Bartók e Ravel, il 7 con Turangalila di Messiaen. Pare sia in programma anche un terzo appuntamento, ancora da confermare ufficialmente, in occasione del tour pasquale. Noi ci saremo.



Foto Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone

Foto Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone

Foto Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone
Foto Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone