Ferenc Fricsay nacque a Budapest da Berta e Richard Fricsay il 9 agosto del 1914. Richard era un musicista che dalla Boemia si era spostato nella grande città sul finire del secolo in cerca di lavoro, e qui si era costruito una buona reputazione come direttore di banda. Fu lui a instradare il figlio alla musica, dapprima iscrivendolo a un corso di pianoforte, quindi, quando Ferenc ebbe ben chiara l’idea di diventare a sua volta direttore, costringendolo a studiare uno strumento per ogni sezione dell’orchestra. Iniziò dal violino, quindi venne il clarinetto, poi il trombone e infine le percussioni. Solo così, pensava Richard, il figlio avrebbe saputo dove mettere le mani una volta che si sarebbe trovato di fronte a un’orchestra vera. Gli sviluppi sembrano dargli ragione. All’Accademia Liszt di Budapest affrontò infine la direzione vera e propria, parallelamente alla composizione, che apprese da tre numi dalle personalità complementari: il saggio Zoltán Kodály, l’appassionato Ernő Dohnányi e l’austero Béla Bartók. In quegli anni all’Accademia passavano molti dei più importanti maestri in attività, da Kleiber senior a Klemperer, da Mengelberg a Furtwängler fino a Bruno Walter, modelli che il giovane Fricsay poté osservare al lavoro da vicino, in prova e poi in concerto.
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| Ferenc Fricsay |
Gli inizi
La consacrazione definitiva avvenne nel 1947, quando dovette sostituire in corsa l’indisposto Otto Klemperer a Salisburgo per la prima di Dantons Tod di Gottfried von Einem. Il successo fu tale che l’Opera di Vienna lo mise sotto contratto per una serie di sessanta recite, che alla lunga lo sfiancarono. Non era tipo da salire sul podio senza prove, fosse pure per l’aurea routine della Staatsoper: per lui la musica era una fede e la performance una celebrazione religiosa, non un mestiere.
Più dell’incipriata Vienna, pareva adatta al suo temperamento la Berlino del 1948. Una città in ginocchio, distrutta dalle bombe e dalle spartizioni dei vincitori, con una gloriosa tradizione musicale sepolta sotto le macerie della guerra, quando non pesantemente compromessa dalla lunga mano della propaganda di regime. Un rinnovatore colto e ossessivo, devoto ai grandi del passato ma affamato di futuro era l’uomo giusto per defibrillare quella storia alla luce di una sensibilità nuova.
Il successo in Germania
Proprio in quell’anno gli vennero affidate le chiavi della Städtische Oper (oggi Deutsche Oper), dove esordì con un Don Carlos di cui fortunatamente rimane traccia, prima del doppio debutto sul podio dei Berliner Philharmoniker e con l’orchestra che più di ogni altra ha legato il proprio destino a Ferenc Fricsay, quella della RIAS, fondata dalle forze di liberazione americane l’anno precedente che sarebbe divenuta poi Radio-Symphonie-Orchester Berlin nel ‘56 e infine, nel 1993, Deutsches Symphonie-Orchester Berlin, nome con cui opera tuttora sotto la guida di Robin Ticciati. Alla testa della RIAS Fricsay ripeté, in grande, il miracolo di Seghedino. Con cultura del lavoro e perfezionismo maniacale costruì da zero una macchina perfetta che in pochi anni raggiunse livelli di virtuosismo degni delle formazioni europee più blasonate.Le sue ambizioni andavano però ben oltre la qualità esecutiva dei concerti, ma includevano anche una visione ad ampio raggio della vita culturale della città. L’orchestra doveva guardare alla musica contemporanea con la stessa serietà che riservava al grande repertorio e aprirsi alle possibilità offerte dai nuovi media. Sul finire degli anni ‘40 infatti Fricsay strinse un contratto con la Deutsche Grammophon che nel decennio a venire lo portò in sala d’incisione con una frequenza da superstar. La Nona di Beethoven incisa nel 1958 con i Berliner fu la prima registrazione stereofonica dell’etichetta tedesca e rimane tutt’oggi una pietra miliare nella storia della discografia. Tuttavia la produzione di Fricsay non si limitò ai classici come Brahms, Liszt o Verdi, riletti con un’inedita freschezza, ma espanse gli orizzonti del mercato affrontando compositori che fino ad allora l’industria del disco aveva ignorato o lambito appena, dai suoi maestri Bartók e Kodály al suddetto Einem, fino a Martin, Hartmann, Glière, Falla, Henze, Hindemith e così via.
Nella sua traiettoria, in sala come dal vivo, Fricsay fu anche un pioniere nel rinnovamento dello stile esecutivo, come testimonia meglio di ogni altro esempio il suo Mozart, che sembra in anticipo di decenni sul gusto comune, quasi presagisse le conquiste filologiche che verranno. Egli lo amava e soprattutto lo capiva nel profondo. Lo considerava “uno dei più grandi uomini mai apparsi sulla Terra” e ne sposava la natura fortemente positiva: Mozart era, secondo lui, “l’ottimista per excellence, l’unico in cui si sente, anche nei momenti più tragici e dolenti, un luccichio dell’oro, un sentimento di gioia”, tratti a suo dire assenti nei grandi che verranno dopo, Beethoven compreso, la cui scrittura dialettica non lascia mai intravedere “un sorriso spensierato, un cenno di conforto”. Questa ambiguità, o meglio questa compresenza di opposti affetti, di contraddizioni, sono vivide nel lascito discografico di Fricsay, sorprendentemente svincolato dall’austerità seriosa o dal furore luciferino dei suoi contemporanei più celebri. L’asciuttezza e il rigore para-toscaniniani in Fricsay si ammorbidivano nella flessuosità di una gestione delle linee e dell’agogica sempre imprevedibile ed elastica.
La sua parabola fu troncata brutalmente da un cancro dello stomaco nel febbraio del 1963, che gli impedì di salire sul podio durante tutto l’anno precedente. Diede l’ultimo concerto nell’inverno del 1961.
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| Ferenc Fricsay, Complete Recordings on Deutsche Grammophon |


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