5 dicembre 2024

Note su note: Carlos Kleiber Complete Recordings on Deutsche Grammophon

   Se le presenze di Carlos Kleiber su di un podio si diradarono progressivamente negli ultimi due decenni di carriera, assumendo i contorni di vere e proprie apparizioni tanto incerte quanto irripetibili, il suo rapporto con la sala di registrazione fu ancor più inquieto. Un’incostanza diretta emanazione di un’indole patologicamente anelante alla perfezione ma altresì consapevole della sua intengibilità che portò ad esiti affascinanti ma spesso controversi. Benché già dai primi anni ‘70 i producer della Deutsche Grammophon si siano prodigati per approntare una serie di incisioni con quello che già allora veniva percepito come uno dei direttori più dotati in circolazione, non di rado dovettero scontrarsi con le bizze di un carattere imprevedibile e, probabilmente, poco interessato al mezzo. 

cofanetto Carlos Kleiber Complete Recordings on Deutsche Grammophon

   Non stupisce che l’esito del sodalizio non sia che una manciata di dischi, equamente suddivisi tra titoli di repertorio sinfonico e opere. Altri progetti purtroppo non videro mai la luce, come nei casi noti dell’Imperatore di Beethoven con Arturo Benedetti Michelangeli, che si interruppe durante le prove, e della Bohème con i complessi della Scala, che non andò mai oltre al primo quadro, costringendo i discografici a dirottare gli sforzi produttivi verso quello che sarebbe diventato il primo Requiem verdiano in studio di Claudio Abbado. Si capisce bene che le teste dell’etichetta si siano fatte progressivamente più circospette all’idea di investire in progetti ad alto rischio di fallimento e che abbiano messo in atto delle contromisure che d’altro canto portarono al definitivo naufragio dei rapporti, cosa che avvenne durante le sessioni del Tristan Und Isolde dei primi anni 80 con la Staatskapelle di Dresda. Una produzione che Kleiber, com’era ormai abitudine, decise di abbandonare dopo aver registrato i primi due atti ed essere quasi arrivato alle mani con il protagonista René Kollo e che l’etichetta “completò” utilizzando per il terzo delle tracce riprese di nascosto durante le prove, mandando il direttore su tutte le furie. 

   È questo il contesto di un catalogo nato tra mille difficoltà e che probabilmente all’ascoltatore odierno lascia scorgere una certa estraneità del direttore con il mezzo, soprattutto se le pur ottime incisioni “ufficiali” vengono messe a confronto con i tanti live, più o meno autorizzati, che sono emersi negli ultimi anni e che sembrano catturare in maniera più autentica la vena vitalistica e l’incredibile flessibilità della bacchetta. Tuttavia, benché il genio di Kleiber probabilmente non trovasse nello studio di registrazione l’ambiente ideale per esprimersi, il suo lascito rimane una pietra miliare della discografia del Novecento ed è oggi disponibile in un unico cofanetto realizzato in occasione del ventennale dalla scomparsa. Vi sono incluse le poche sinfonie (5 e 7 di Beethoven, 4 di Brahms, 3 e Incompiuta di Schubert), ma anche le opere che, pur soffrendo in alcuni casi dei peccati editoriali d’uso all’epoca, come i tagli scriteriati, manovre di editing non ben camuffate e alcune scelte di distribuzione rivedibili, mantengono il loro rilievo come imprescindibili testimonianze dell’arte di uno dei massimi interpreti del secolo scorso (oltre al citato Tristan, La Traviata, Der Freischütz e Die Fledermaus). Completano il box due Blu-ray che racchiudono l’intera collezione, altrimenti spalmata su 12 CD, in alta definizione.



4 dicembre 2024

L'Otello di Francesco Meli alla Fenice

   È stata un’inaugurazione di stagione tribolata quella del Teatro La Fenice, con la prima recita di Otello cancellata per lo sciopero indetto dai lavoratori a causa di divergenze con la dirigenza che purtroppo sembrano lontane dal trovare una via d’incontro, e il debutto di Francesco Meli nella parte rimandato di una manciata di giorni.


   Quello di Meli, che ha l’intelligenza di cantare la parte con la propria voce, è chiaramente un Otello di ascendenza lirica, quindi non si accoda né alla tradizione dei tenori drammatici di pasta scura, né a quella delle trombe d’argento con un registro acuto sfavillante, ma risulta più a suo agio nei passaggi cantabili e centrali, in cui si chiede all’interprete di pennellare la frase, piuttosto che negli sfoghi in alto, che riescono cauti se non - come nel caso del do della “cortigiana” - difficoltosi.

   Dunque sì, manca un po’ di “punta” nell’"Esultate" o nell’"Ora e per sempre addio", ma d’altro canto sono assai felici i momenti più introspettivi come “Dio, mi potevi scagliar” e il finale, ben cesellati nella dinamica e nel legato. Se la prova della resistenza vocale in una parte così pesante può dirsi superata con successo, si apprezza altresì la cifra personale nella caratterizzazione del personaggio nel suo lato più umano che guerriero, con l’ineluttabile condanna a un doloroso precipizio verso l’abisso.

   Chi convince senza riserva alcuna è Luca Micheletti, che fa uno Jago splendidamente cantato, forte di un'omogeneità di emissione e di timbro che non si incrina neanche negli scomodissimi passaggi in acuto della scrittura, in cui molti baritoni finiscono per impiccarsi, e di un controllo del fiato da manuale che gli consente di filare in mezzavoce il mi “dolcissimo” del “Sogno”. La prova vocale maiuscola è tuttavia solo un aspetto di una presa di personaggio totale, in ogni inflessione e gesto e nel dominio della parola scenica.

   La Desdemona di Karah Son è un mezzo mistero. La voce ha timbro peculiare e uno strano vibrato stretto cui ci si abitua a fatica, e tende a espandersi con grande volume solo in alcune note dell'ottava alta, che poi sono quelle su cui battono gli sfoghi drammatici della parte. Ciò premesso, è innegabile che il soprano sappia il fatto suo, come dimostrano un “Salce” e un’Ave Maria finemente cesellati nella dinamica, fin nei pianissimi ad alta quota, che si giovano dello splendido accompagnamento ordito da Myung-Whun Chung, il quale riaffronta l’opera a Venezia per la quarta volta negli ultimi undici anni.

   Rispetto ai precedenti, tuttavia, il direttore in quest'occasione dà la sensazione di unire all’esuberanza bruciante dei passi più concitati, come l’uragano, il finale secondo o il concertato che chiude il terzo atto, dipanati con un virtuosismo tesissimo, una più intima ampiezza di respiro nei tempi lenti.

   È proprio grazie alla sensibilità nello sbalzare i contrasti e alla capacità di rendere il dato descrittivo della musica che Chung riesce a dettare in prima persona lo sviluppo drammaturgico e psicologico dei personaggi, e quindi la regia stessa, intesa come ritmo teatrale della narrazione. Come si osserva ormai da molti anni, con il maestro coreano sul podio l’Orchestra della Fenice si esprime al massimo delle proprie potenzialità, sia per brillantezza d’amalgama, sia per duttilità in termini di dinamiche e di palette timbrica.

   Per quanto riguarda la regia vera e propria invece, che porta la firma di Fabio Ceresa, il lato più interessante è proprio l'esplorazione dell'evoluzione caratteri maschili principali, soprattutto di quello di Otello - un Otello "bianco", scelta a quanto pare molto divisiva -, con il suo progressivo vacillare in balia dei tranelli di Jago e l’adombrarsi della sua lucidità fino a perdere il senno.

   Per il resto lo spettacolo si inserisce nello scaffale della tradizione. La vicenda è esposta in modo chiaro e lineare, senza particolari guizzi, al netto di un gruppetto di danzatori che danno forma, in modo piuttosto didascalico, ai tarli demoniaci che vanno annidandosi nella mente del protagonista, a sua volta mimato da una sorta di doppio con le sembianze del Leon di Venezia. I rimandi alla città sono presenti anche nella scenografia di Massimo Checchetto, che si ispira alle decorazioni della Basilica di San Marco, evocata dal pannello fisso a tre archi che divide il palco in due porzioni, una anteriore e una posteriore rialzata, dai figuranti che ne citano l'iconografia e dai costumi di Claudia Pernigotti.

   Tuttavia, per appagare l'occhio, un impianto così ambizioso avrebbe richiesto una realizzazione più dettagliata e doviziosa, soprattutto per quanto riguarda le videoproiezioni che scorrono sullo sfondo richiamando ora il cielo stellato, ora gli stessi mosaici bizantini.

   Tornando al cast, sono alterne le parti di fianco. Francesco Marsiglia è un Cassio corretto ma ingessato, Enrico Casari un Roderigo più che convincente. Positive le prove di Anna Malavasi, Emilia, Francesco Milanese, Lodovico, e di William Corrò, Montano. È affidabile Antonio Casagrande negli interventi dell’araldo. Serata decisamente da ricordare per compattezza e precisione per il Coro della Fenice di Alfonso Caiani così come è lodevole il contributo dei Piccoli Cantori Veneziani, preparati da Diana D’Alessio ed Elena Rossi.

Successo pieno per tutto il cast e protagonista giustamente festeggiato al suo debutto nella parte anche dal pubblico.

18 novembre 2024

Pappano e Chamayou nel Novecento

   C’è tutto un filone di repertorio che, benché sia entrato correntemente nelle stagioni canoniche di quella che Bernstein chiamava "musica esatta", ha peculiarità borderline che lo avvicinano alla produzione disimpegnata e popolare da cui sono fiorite tutte le diramazioni di jazz, blues, ragtime e così via. Ed è un repertorio estremamente insidioso perché, più che il virtuosismo strumentale, o per meglio dire oltre al virtuosismo strumentale, richiede tutta una grammatica espressiva peculiare, fatta di suoni biascicati e sporchi, ora graffiati, ora notturni, e una gestione trascinata ai limiti dell’incuranza del ritmo. Per questo molti ci si perdono, trattandolo con una forbitezza fuori luogo, come a volerlo nobilitare, o semplicemente perché incapaci di coglierne quel dato informale e sbadiglione che ne anima la pulsazione.


   C’è poi una necessità ineludibile, condivisa dalla gran parte delle espressioni artistiche improntate a un’apparente semplicità e alla leggerezza: bisogna saperle eseguire divinamente, perché qualsiasi sciatteria mortifica l’esito complessivo volgarizzando o, peggio ancora, banalizzandone le radici.

   E “divinamente” è come suona la Chamber Orchestra of Europe, nei soli spettacolari delle prime parti - si citano clarinetto e corno francese, senza far torto agli altri - e in una qualità d’insieme che, al solito, si apprezza soprattutto negli scarti più rapidi a dinamica soffusa. E c’è poi Antonio Pappano, il quale non mira tanto a un andamento strascicato e a una gestione scostante e pigra del tempo, ma piuttosto a una pulsazione ritmica serrata, che non sgarra neanche nelle frasi più malinconiche, ammantate di un sentimentalismo che non è mai dissimulato né elegantizzato, ma autenticamente di cuore.

   Se il Concerto per pianoforte e orchestra in Sol maggiore di Ravel è quel lavoro meraviglioso che tutti conoscono, in cui orchestra e pianista dialogano spartendosi una scrittura raffinatissima e cangiante, che il solista Bertrand Chamayou e la COE rendono al meglio, entusiasmano anche le pagine affiancate. La Création du mond di Darius Milhaud e le variazioni da I got Rhythm di George Gershwin danno altresì modo alla formazione di esprimersi in organici e nuances diversi, più sofisticata e salottiera la prima, più trascinante la seconda. È tecnicamente formidabile anche l’esecuzione del balletto Fancy Free, opera non tra le più note di Leonard Bernstein che, benché renda evidente la sua fantasia d’orchestratore, appare più manierata di altri suoi lavori più celebri e interessanti.

   Chiamato agli straordinari, e dunque protagonista per quattro pezzi su quattro, Bertrand Chamayou si conferma un pianista sublime anche in questo repertorio, per l’esattezza e il nitore del tocco, per la tenuta ritmica, per la totale assenza di retorica anche nelle pagine più languide e, nondimeno, per la capacità di dialogare con l’orchestra facendosi accompagnatore quando necessario e prendendosi la scena nei momenti in cui i riflettori puntano sul pianoforte.

Successo calorosissimo per tutti.

30 ottobre 2024

Ariadne auf Naxos all'Olimpico di Vicenza

   Il Teatro Olimpico di Vicenza, sede ormai da diversi anni del Vicenza Opera Festival, offre un’esperienza di fruizione del melodramma unica per almeno due ragioni. La prima è la dimensione e l'organizzazione degli spazi, con le gradinate a circondare buca e palco, che sono un tutt’uno, cosa che accorcia le distanze e rende più intimo il rapporto con gli artisti. La seconda è dettata dall’assenza di vere e proprie quinte e di tecnologie sceniche avanzate, che costringe le produzioni a deviare verso forme per così dire rudimentali di messa in scena, come a riallacciare il filo con l’origine stessa del teatro.



   Quando questo lavoro di sottrazione e apparente semplificazione, che in realtà semplificazione non è, funziona con tutti i crismi, si assiste a qualcosa di prodigioso, com’è nel caso dell Ariadne auf Naxos di quest’edizione. Un’Ariadne ibrida nella costruzione editoriale, che va in scena senza il Prologo, sostituito da una suite delle musiche di scena de Le bourgeois gentilhomme ad accompagnare una deliziosa pantomima cui partecipano, oltre ai cantanti, anche i musicisti della Budapest Festival Orchestra, che si dividono la scena recitando, danzando e, incidentalmente, continuando a suonare divinamente.

   Al di là dell’eccentricità delle scelte, lo spettacolo funziona perché Iván Fischer e la co-regista Chiara D’Anna rispolverano il carattere genuino della commedia dell’arte senza rinunciare al suo lato grottesco e quasi naive, ma cavalcandolo, aiutati dall’armamentario scenico leggerissimo e cartoonesco di Andrea Tocchio, che riesce a fare tanto con poco, e ai bei costumi di Anna Biagiotti. Ne sortisce un meccanismo teatrale di inesausto dinamismo, in cui i cantanti-attori e un paio di mimi, ma anche il direttore, animano un palcoscenico su cui c’è quasi nulla, restituendo quella mutevolezza di registri propria dell'opera, in cui il comico cede il passo ora al patetico, ora al grottesco, ora a un  erotismo schietto.

   Dal punto di vista squisitamente musicale le cose vanno ancor meglio e il merito è innanzitutto di un’orchestra al solito prodigiosa per duttilità e calore, che suona con la delicatezza di un quartetto e la possanza di un organico mahleriano. Il tutto pilotato dall’eleganza antiretorica e dall’ironia di Fischer, un direttore che si pone sempre come intermediario tra la pagina e il suono e che mai dà l'impressione di voler attirare su di sé i riflettori anteponendo la propria indiscutibile personalità alle ragioni della musica.

   Emily Magee, nei panni della protagonista, firma una prova in crescendo sotto il piano vocale, pur con qualche tensione negli acuti, ma è solidissima nella caratterizzazione di una Ariadne divorata da uno straziante dolore interiore.

   Andrew Staples, Bacco, non ha un timbro baciato dalla natura ma si beve con irridente facilità una parte breve ma infida come poche. Come accade spesso, Zerbinetta è la trionfatrice della serata e in questo caso non sorprende: Anna-Lena Elbert non è un usignolo che recita ma un’attrice che canta da usignolo, con voce sì voce piccolina ma omogenea e comoda in ogni registro.

   È niente meno che eccellente il contributo delle quattro maschere: Gurgen Baveyan è un Arlecchino esuberante, Stuart Patterson disegna Scaramuccio da gran caratterista, Daniel Noyola (Truffaldino) lascia scorgere una voce di basso di prima qualità e Juan de Dios Mateos è un Brighella di sorprendente squillo.

   Sono altresì ottimamente distribuite per caratteristiche timbrico-vocali e per purezza della linea di canto le tre ninfe: Samantha Gaul (Naiade), Olivia Vermeulen (Driade) e Mirella Hagen (Eco).

   Trionfo a fine recita con battimani ritmati da parte del pubblico che si sono conclusi solo quando Fischer ha congedato orchestra e artisti.

26 settembre 2024

Daniele Gatti porta in Italia la Staatskapelle Dresden

   Promette meraviglie l’incontro tra la Staatskapelle Dresden e Daniele Gatti, che di fatto inaugura la sua investitura a direttore principale dell’orchestra con una tournée europea che ha toccato, tra le tante destinazioni, anche il Teatro Filarmonico di Verona, che come ogni anno in questo periodo ospita il Settembre dell’Accademia, un festival che porta in città alcuni degli interpreti e delle formazioni più prestigiosi a livello internazionale.

foto Studio Brenzoni

   Che il sodalizio tra il direttore italiano e l’orchestra tedesca possa condurre a vette di reciproca esaltazione lo si poteva immaginare conoscendo le rispettive caratteristiche, ma alla prova dell'ascolto emerge inequivocabilmente. Da un lato c’è una compagine sontuosa per qualità e risorse timbriche, con un’identità definita ma altresì abbastanza duttile da piegarsi alle sollecitazioni di una personalità musicale forte, dall’altro un direttore che ama sviscerare partitura e suono e che ha un’idea precisa su come mettere a frutto una tale ricchezza.

   È qualcosa che emerge già dal rapporto con gli archi nella Verklärte Nacht di Arnold Schönberg, proposta nel giorno in cui ricorreva il centocinquantesimo anniversario dalla nascita del compositore. Una Notte che davvero si trasfigura continuamente, modellata in ogni linea dalle mani di un direttore dominante e, per certi versi, ipercontrollante sull’orchestra, che plasma ogni battuta pilotando contemporaneamente le diverse sezioni, esasperando le tinte, i rapporti di peso, e scavando minuziosamente in cerca del dettaglio da illustrare, inatteso, di fronte all’ascoltatore. È una prova tecnicamente sbalorditiva, concretizzata da un comparto archi straordinario per qualità d’insieme e delle prime parti, in cui la cura per l’infinitamente piccolo non va mai a scapito di un’esposizione avvincente della pagina.

   Lo stesso dominio totale della partitura - a memoria - c’è nel Mahler della Prima sinfonia, che è radiografato nel più minuscolo chiaroscuro fin dall’incipit quasi stravinskiano, con i legni che pigolano su un tappeto tenebroso degli archi. Quel che a parole potrebbe sembrare un esercizio narcisistico di concertazione, è in realtà un vero e proprio processo esegetico: è come se Gatti, esaltando la fantasia di scrittura e orchestrazione, riuscisse ad evocare immagini, a raccontare mondi, a restituire il percepito intimo di quelle reminiscenze popolaresche che hanno ispirato il compositore stesso.

   Ci arriva non magnificando l’afflato tardoromantico, ma piuttosto forzando certe scelte di articolazione e fraseggio - originalissimo ad esempio quello nel grande tema struggente del finale - ed estremizzando il contrasto caratteriale tra le diverse sezioni che compongono ciascun movimento. Il terzo tempo, Feierlich und gemessen, ohne zu schleppen, con il canone che cede il passo a una sezione centrale di bucolica tenerezza per ritornare come corrotto in dissonanze sinistre da carillon arrugginito è al tempo stesso commovente per potenza suggestiva e illuminante per originalità dell’analisi.

   Quello di Gatti è un approccio all’opera di Mahler per certi versi estremo, ancorché non sorprendente per chi l’abbia già ascoltato in passato, ma perfettamente sostenuto anche nelle scelte dei tempi e del loro sviluppo. Resta infine da dire di un’orchestra, la Staatskapelle di Dresda, non meno che straordinaria per qualità dei singoli e per capacità di esprimere un legato d’insieme magicamente acquoso, leggermente penalizzata tuttavia dall’acustica della sala che tende a soffocare il suono e creare una strana frattura tra archi e fiati.

Pieno successo a fine concerto e pubblico salutato con un Intermezzo dalla Manon Lescaut straordinariamente pennellato proposto come bis.


12 settembre 2024

Doppio Metzmacher

   Il gran palinsesto della tournée estiva 2024 della Gustav Mahler Jugendorchester, ormai in dirittura d’arrivo dopo aver attraversato mezza Mitteleuropa, è stato proposto nella sua interezza dal pubblico del Teatro Verdi di Pordenone, che da diversi anni è una delle residenze dell’orchestra. Una doppia portata servita nelle serate di lunedì 2 e mercoledì 4 settembre, che si è rivelata assolutamente intrigante per almeno due ragioni. La prima è puramente programmatica, con la scelta di un repertorio vario per estensione geografica e temporale eppure assemblato con coerenza rigorosa e originalità, non solo nella selezione dei brani, ma anche nella disposizione degli stessi, con le due combinazioni Wagner-Nono-Wagner e Beethoven-Schönberg-Beethoven dipanate in un unico fiato, senza soluzione di continuità, con un effetto tanto straniante quanto illuminante per insospettabile affinità.

foto Luca A. d'Agostino / Phocus Agency

   La seconda attrattiva è il ritorno sul podio della GMJO di Ingo Metzmacher, che si conferma un eccellente preparatore d’orchestre e concertatore, con la sua propensione più illustrativa che esplicativa della pagina. È il modo, piuttosto che del direttore interprete, del direttore maieuta, interessato ad estrarre quel che c’è nella partitura, aderendovi il più possibile, e nei musicisti che ha di fronte, cui lascia una notevole libertà d’azione. Un approccio che emerge fin dal gesto a mani nude, che assicura un pilotaggio saldo del macchinario orchestrale tanto nel controllo di pesi ed attacchi, quanto nella calibratura degli stacchi di metronomo.

   L’esito è appunto un dominio del suono e degli equilibri assoluto ma per così dire neutrale, che non investiga il singolo particolare a scapito dell’altro, ma che proietta dinanzi all’ascoltatore la pagina, mantenendo un al tempo stesso una pasta doviziosa e laccata dell'amalgama ma anche l'intelligibilità di ogni linea, pur con un’orchestra enorme e tutt’altro che timida nelle sonorità. Non c’è dunque l’estrema ricerca del colore e della varietà, né della cifra personale del pioniere, ma innanzitutto un proposito di chiarezza e compattezza, sia nell’esporre la struttura complessiva, sia nel dare pari dignità a ogni mattone che la compone.

   Nei due estratti dal Parsifal (il Preludio e l’Incantesimo del Venerdì Santo) - intervallati dal rarissimo A Carlo Scarpa, architetto, ai suoi infiniti possibili di Luigi Nono, nelle cui rarefazioni echeggiano universi musicali alieni - pennella un lirismo che si adagia morbidamente grazie al prezioso legato dei (tantissimi) archi e si addensa, senza ma offuscarsi, quando il dettato impone un suono più turgido.

   È una chiave che ritorna nel Bruckner della Terza sinfonia, proposta nella sua versione originale del 1873, che trabocca di wagnerismi più o meno espliciti. Quello di Metzmacher, benché finemente cesellato negli equilibri e nelle gradazioni dinamiche, non è il Bruckner sminuzzato in ogni frammento, ma piuttosto un Bruckner denso e dicotomico, sbalzato tra gli afflati cantabili delle frasi più distese, meravigliosamente intese dagli archi della GMJO, e il gigantismo impetuoso che li separa. È proprio in questo versante più austero che Metzmacher marca la differenza rispetto alla tradizione, imprimendovi, anziché il canonico sound organistico, una quadratura implacabile e per certi versi tagliente che sembra anticipare, con il suo rigore, lo Šostakovič della Sinfonia n. 8 in Do minore op. 65.

   Sinfonia eseguita nella seconda serata che si rivela il momento più alto del doppio appuntamento e quello in cui il “modus” di Metzmacher e l’elettricità incontenibile della Gustav Mahler Jugendorchester sembrano meglio sposarsi con la scrittura. Forse non solo per la vocazione “novecentesca” del maestro, ma perché la sua capacità di lasciare che sia la partitura a disvelarsi si estrinseca al massimo livello in un lavoro che è concepito divinamente sia nell’orchestrazione, così ricca e minuziosamente guidata, sia nella gestione del suo sviluppo orizzontale. Quel controllo totale della dinamica e degli equilibri si installa in un capolavoro di ingegno musicale che trabocca di idee e umori, dalle frasi struggenti degli archi in apertura agli echi guerreschi (Šostakovič la scrive, trentaseienne, nel 1943), dalle fanfare popolaresche agli assalti ruggenti, dal sarcasmo del terzo movimento fino a quei lunghi, distesi sussurri dell’orchestra su cui hanno piena libertà di svilupparsi i soli. Senza far torto agli altri, si cita quello a mezzavoce del corno inglese nella seconda parte dell’ampio movimento che apre la sinfonia, prossimo al prodigio sia per la bravura dell’esecutore, sia per la delicatezza dell’orchestra che lo accompagna.

   Nella prima parte della stessa serata, come accennato, le due Ouverture Coriolano e Leonore No.3 di Beethoven, opulente nel suono ma implacabili nella nettezza della pulsazione ritmica, hanno fatto da prologo ed epilogo, senza pausa, ai Cinque pezzi per orchestra op. 16 di Arnold Schönberg.

   Successo calorosissimo a termine di entrambi i concerti per direttore e per un’orchestra che ad ogni rinnovamento di organico mantiene, oltre all’assoluta qualità strumentale, un’identità timbrica distinguibile tra mille.

3 luglio 2024

Ariadne auf Naxos al Teatro La Fenice

   Scorrendo il programma di sala si scopre con sgomento che il nome di Richard Strauss mancava dai cartelloni del Teatro La Fenice da un’Elektra del 2008 e Ariadne auf Naxos dalla primavera del 2003, quando andò in scena al Malibran in una produzione firmata da Paul Curran. Sorprende dunque che sia lo stesso regista scozzese a riportare l’opera a Venezia, in una spettacolo semi-nuovo che, pur debuttando sul palco della Fenice, si è già visto di recente a Bologna e Trieste. Va da sé che il maggior richiamo per questa terza ripresa, più che lo spettacolo stesso - che in verità si conferma assai riuscito - fosse in particolare la presenza di due primedonne che in Italia non capita di ascoltare spesso.

Ariadne auf Naxos al Teatro La Fenice
foto Michele Crosera

   Sara Jakubiak, americana di carriera prevalentemente tedesca - alla Deutsche Oper ha affrontato davvero di tutto - si rivela infatti una splendida Ariadne tanto per i mezzi vocali, che sono di prim’ordine, quanto per la capacità di scolpire ogni parola unendo alla chiarezza del declamato un’emissione sempre alta e in controllo.

   Non è meno entusiasmante Erin Morley, Zerbinetta, che come spesso avviene finisce per essere la trionfatrice della serata: voce sì leggera, ma di timbro ambrato, e pulizia strumentale del canto ineccepibile, sia nei funambolici virtuosismi della grande scena, accolta trionfalmente dal pubblico, sia laddove il canto si fa più arioso e spianato.

   Molto solida la prova del tenore John Matthew Myers, timbro non baciato dalla natura ma grande sicurezza in quella zona di passaggio su cui batte la tessitura “spremipolmoni” di Bacco. A deludere è invece il Komponist di Sophie Harmsen, che si impegna molto nel dare espressività al personaggio ma che pare in difficoltà nel sostegno della mezzavoce e negli acuti.

   Tra le ottime maschere (Mathias Frey è Scaramuccio, Szymon Chojnacki Truffaldino ed Enrico Casari Brighella), ruba la scena il giovane baritono Äneas Humm, che fa un Arlecchino scioltissimo in scena - come d’altronde i suoi compari - ma, soprattutto, splendidamente cantato. Markus Werba si beve con irridente facilità la parte del Maestro di Musica, Blagoj Nacoski è molto bravo a risolvere in modo credibile un Tanzmeister volutamente macchiettistico.

   Eccellente la prova delle tre ninfe, Jasmin Delfs, Marie Seidler e Giulia Bolcato, rispettivamente Najade, Dryade ed Echo, che oltre a cantare assai bene si rivelano ben amalgamate per caratteristiche timbrico-vocali. È ineccepibile il contributo delle tante parti di contorno che intervengono nel Prologo, da Nicola Pamio (Ein Offizier), Matteo Ferrara (Ein Lakai) e Francesco Milanese (Ein Perückenmache) fino all’attore Karl-Heinz Macek (Der Haushofmeister).

   Il cast trova una perfetta spalla nell’Orchestra delle Fenice che, nel formato ridotto richiesto dalla strumentazione, si produce in una prova maiuscola per qualità dei singoli e d’insieme. Markus Stenz dal canto suo assicura un saldo controllo del palcoscenico e un’attenta cura nella concertazione ma la sua direzione risulta in fondo trattenuta laddove potrebbe abbandonarsi a un maggior trasporto e ad alleggerimenti del suono più spinti, considerando che l’acustica della sala tende a privilegiare la buca.

   Quanto allo spettacolo di Curran, la ripresa veneziana conferma le ottime impressioni lasciate in passato. L'impianto scenico di Gary McCann, che firma anche i costumi, cala la vicenda in un salone di chiara ambientazione contemporanea - quello della villa “dell’uomo più ricco di Vienna” ovviamente - in cui si addensa un gran via vai di gente, scene e controscene e qualche elemento mobile che modifica di quel tanto che basta il contesto con il procedere della recita.

   Il resto sta in un eccellente lavoro di regia costruito, come dovrebbe essere sempre nell'opera, sulla musica e nella caratterizzazione ortogonale delle due compagnie che fa dei commedianti un gruppo di tamarri sfrontati e degli artisti dell’opera seria degli snob sussiegosi, con i primi forzati verso il registro comico e gli altri a officiare parodisticamente la “heilige Kunst”.

A fine recita successo caldo per tutta la compagnia

10 giugno 2024

Kirill Petrenko dirige la Gustav Mahler Jugendorchester

   Pochi autori riescono a mettere a nudo l’abilità esplicativa di un direttore d’orchestra, intesa come capacità di penetrare nella struttura compositiva per svelarla all’ascoltatore, al pari di Anton Bruckner. Eppure, per tradizione o semplicemente per abitudine, spesso la tentazione di lucidare i blocchi marmorei che costituiscono gli elementi costruttivi delle sue maestose cattedrali sonore prevale sullo sforzo di enuclearli ad uno ad uno per illustrare come si incastrino nel generare un'architettura complessa. Sottrarsi alla sfida dell’analiticità, preferendo la strada della compattezza e dell’omogeneità, ha l’ovvia conseguenza di irrigidire il gioco a intreccio tra le cellule compositive che formano il corpo di quell’organismo pantagruelico che è una sinfonia bruckneriana, congelando i mille spunti musicali in un monolite tanto imponente quanto statico.

foto Luca d'Agostino

   Che Kirill Petrenko, al debutto sul podio della Gustav Mahler Jugendorchester in un repertorio appena sfiorato in passato, potesse condurre a un approdo rivelatorio era ben più che un auspicio, tuttavia la prova del palco al Teatro Verdi di Pordenone, nel primo concerto della tournée primaverile, ha spalancato delle prospettive sbalorditive sulla Quinta di Bruckner.

   Quello in cui conduce Petrenko è un viaggio nella fantasia tortuosa di Anton Bruckner e nel suo procedimento compositivo. Seguendolo si è travolti dal continuo fiorire di idee che - come sono solite fare le idee - ora brulicano, ora si affastellano confusamente, ora si deformano in qualcosa di inafferrabile o mostruoso, ora si sgonfiano per svanire nel silenzio.

   Se Petrenko riesce ad animare lo sviluppo del discorso musicale sin dal pianissimo ectoplasmatico che apre il primo movimento è perché lavora su di ogni inciso conferendogli un carattere proprio e una determinazione all’interno della struttura generale. Così il corale degli archi nell’Adagio affiora inizialmente come un’onda di reminiscenze per poi ripresentarsi talmente denso da trasmettere un senso di dolore palpabile e trasfigurare ancora in altra forma, come affievolito. Tratta analogamente gli echi di Ländler nello Scherzo - attaccato con un virtuosismo spericolato - che ad ogni ritorno hanno un tono differente: triviale prima, malinconico poi, quasi frivolo e galante infine. Una dialettica che va ulteriormente evolvendo nella fuga del Finale, azzannata con violenza brutale per farsi via via più flessibile e sciolta, in un progressivo accumulare tensione che esplode nell’ineluttabile tripudio.

   In questa narrazione dalla visionarietà “fantastique”, ogni frammento musicale guizza dall’orchestra inatteso e imprevedibile come può fare solo qualcosa di autenticamente vitale e, se tale appare, è perché ogni scelta di articolazione, ogni transizione, ogni scarto ha in sé qualcosa di sorprendente. Sorprendente non per velleità narcisistiche, ma perché incanalato in una visione tanto immaginifica quanto coerente dell’opera di un autore che mai è parso tanto emancipato da quell’ampollosità monumentale di tradizione che, in fondo, benché abbia assoluta dignità nella storia interpretativa specifica, ne imbolsisce la vena creativa.

   Se il meccanismo funziona, c’è molto merito della Gustav Mahler Jugendorchester che non è solo - come si registra anno dopo anno - un’ottima orchestra, con un’identità timbrico-attitudinale che resiste alle continue rigenerazioni d’organico, ma che è altresì duttile e perfettamente responsiva al gesto del direttore, cui si dà e affida con una generosità e una concentrazione commoventi. Se già la prova al debutto è prossima all’impeccabilità per compattezza, fluidità e bilanciamento degli equilibri, al netto di qualche piccola increspatura incidentale, non si può che pronosticare un’ulteriore crescita di confidenza nel corso delle cinque repliche in programma tra Italia (Ravenna e Roma) e Spagna.

   Successo trionfale sancito dal pubblico di un Verdi tutto esaurito con dieci minuti di ovazioni ininterrotte. L’appuntamento a Pordenone con la GMJO è rimandato ad agosto con la residenza estiva e con due repliche del tour che seguirà affidato a Ingo Metzmacher (2 e 4 settembre).

1 maggio 2024

Mefistofele al Teatro La Fenice

   Messo da parte l’elemento mistico-religioso, nel Mefistofele firmato da Moshe Leiser e Patrice Caurier in scena al Teatro La Fenice, l’attimo fuggente, e con esso la salvezza per Faust, è nell’arte, attraverso cui egli riesce a sbarazzarsi del lato oscuro in cui ha cercato invano l'ebbrezza e la fuga dai dolori dell’esistenza. C'è forse un po' di moralismo, se non di vero e proprio buonismo, in questo riscatto dell'artista-intellettuale, nichilista e tormentato, nella “bellezza eterna”, ma d'altro canto bisogna ammettere che l'apoteosi finale del dottore che ascende al cielo imbracciando un violoncello nello spazio sicuro della propria stanza ha una forza evocativa cui si cede volentieri.


   Rinunciando, come detto, alla dimensione religiosa, il personaggio di Mefistofele diventa qualcosa di difficilmente inquadrabile. Se non è propriamente il lato Hyde di Faust, e potrebbe ben esserlo, egli è il burattinaio che muove le sue azioni più sconsiderate e autodistruttive. Per certi versi pare persino incarnare la pulsione creatrice e distruttiva dell’artista-musicista stesso, come suggerirebbe il curioso rapporto metateatrale che instaura con l’interprete, nel caso specifico il direttore d’orchestra.

   Certo la relazione di coincidenza simbiotica tra tentato e tentatore rende Faust e Mefistofele due facce della stessa personalità, come se quest’ultimo, piuttosto che un'entità vera e propria, fosse combinato disposto di una società che trabocca di inciampi e facili seduzioni e di un'anima fragile particolarmente predisposta a cedervi.

   Leiser e Caurier portano avanti questa narrazione senza nascondere, anzi, esacerbando il lato kitsch-grottesco dell’opera - Marta e Mefistofele che tubano a bordo di un maiale volante è esilarante - e d’altro canto inserendovi un discorso politico di strettissima attualità, evocata esplicitamente con i suoi orrori quotidiani che fomentano il senso di smarrimento dell’umanista Faust.

   Insomma il diavolo si annida nei dettagli... del capitalismo. Il mondo, con le sue brutture e le scappatoie (l'alcol, la droga, il sesso sfrenato), con i suoi idoli profani come lo sport e ovviamente i soldi, con la pubblicità e la televisione, ma anche con le espressioni alte dell’ingegno umano, è disseminato di trappole che Faust calpesta una dopo l'altra, un po’ per alienarsi dalla realtà, un po’ alla ricerca del senso dell’esistenza.

   Chiaramente un approccio così radicale comporta delle semplificazioni che tradiscono un paternalismo di fondo che probabilmente va ben oltre le intenzioni dei registi, i quali, al netto delle scelte drammaturgiche e del messaggio, si dimostrano professionisti di prim'ordine nel manovrare le masse e dirigere i solisti. Questo Mefistofele è altresì uno spettacolo che sul versante tecnico funziona benissimo, con un inserimento ben calibrato di figuranti e coreografie (Beate Vollack) e con un disegno luci meraviglioso (Christophe Forey). Anche le proiezioni di Etienne Guiol, a tratti didascaliche, regalano un paio di momenti toccanti: vedere nel sabba romantico la sala della Fenice avvolta dalle fiamme, seppur virtuali, ha provocato una stretta al cuore in più di qualcuno tra i presenti.

   Dati i giusti meriti al comparto scenico, va detto che lo spettacolo regge sulle spalle del protagonista Alex Esposito, che a ogni prova ridefinisce in positivo l'ottimo ricordo che se ne aveva. Esposito è ormai maturato a un rango di artista in cui canto, gesto e parola sono un tutt'uno inscindibile, espressione di un istinto teatrale infallibile. Limitarsi a dire di uno strumento dal volume dominante e malleabile, che passa dalla mezzavoce al grido per scolpire a fuoco ogni parola, sarebbe fare torto a un interprete che ormai “canta” con tutto il corpo, che balla, che non spreca un gesto neanche quando gli tocca di stare in disparte.

   Piero Pretti, messo di fronte a una parte lunga e pesante come quella di Faust, si difende con onore. Il gusto è, al solito, elegante, le note ci sono tutte così come non manca mai né il volume, né lo squillo, tuttavia alcuni passaggi patiscono una certa perdita di smalto e di precisione nell’intonazione.

   Non è nella migliore delle sue serate Maria Agresta, Margherita, che dà l'impressione di affrontare la parte con una cautela che da un lato ne ingessa l'espressività e dall'altro la tradisce nel momento topico della grande aria. Maria Teresa Leva è una Elena molto più che corretta e dotata di una voce che svetta soprattutto nell’ottava alta. Completano il cast Kamelia Kader, che ben si disimpegna nella doppia veste di Marta e di un’anziana Pantalis e Enrico Casari, Wagner/Nereo.

   Il Coro della Fenice preparato da Alfonso Caiani, dopo una partenza zoppicante, va acquisendo compattezza e precisione in corso di recita e dimostra di saper soddisfare al meglio anche le indicazioni dei registi. Eccellente sotto ogni punto di vista la prova dei Piccoli Cantori Veneziani istruiti da Diana D’Alessio.

   Dalla buca Nicola Luisotti assicura compattezza alla narrazione e tiene bene insieme, senza sbavature o scollamenti, solisti, masse corali, banda e un’orchestra in ottima forma, ma accompagna con mano tutt'altro che leggiadra e senza troppa fantasia, tanto più se si pensa a quanto si potrebbe cavare da una partitura in cui il cattivo gusto e il grottesco sono potenzialmente grandiose risorse teatrali.

   Interessante la scelta di adottare l'edizione critica di Antonio Moccia che ripercorre la versione che venne data al Teatro Rossini di Venezia nel 1876, in cui Boito aggiunse la fuga nella ridda infernale e l’aria di Margherita “Spunta l’aurora pallida” nella scena del carcere, già presente nell’edizione di Bologna del 1875.

A fine recita trionfo come se ne ricordano pochi nella storia recente della Fenice, con la platea in piedi ad applaudire entusiasticamente l’intera compagnia e in particolar modo Alex Esposito.