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8 marzo 2015

Orfeo ed Euridice di Gluck al Teatro Verdi di Trieste

Affrontare Gluck non è facile, Orfeo ed Euridice soprattutto. I confronti sono moltissimi e spesso ingombranti, il linguaggio musicale parecchio distante dalla sensibilità contemporanea. Riuscire a dire qualcosa di originale, o quantomeno convincente, in questo repertorio è sfida molto più insidiosa di quanto si possa pensare.

Lo spettacolo allestito dal Teatro Verdi di Trieste, terzo titolo in cartellone per la stagione di opera e balletto, probabilmente non aggiunge molto alla storia esecutiva del capolavoro di Gluck ma senz’altro presenta diversi motivi di interesse. Sicuramente tra questi c’è l’allestimento firmato da Giulio Ciabatti (regia), Aurelio Barbato (scene e costumi) e Claudio Schmid (luci). Uno spettacolo che, al di là della piacevolezza estetica, si adatta perfettamente alle forme dell’opera, rispettandone ed esaltandone il carattere classico ed apollineo. La recitazione è stilizzata ed essenziale ma curata e musicale, la modernità degli abiti ha il pregio di spostare l’asse della vicenda dalla mitologia all’umano, rafforzando l’empatia del pubblico verso quella che è innanzitutto una storia d’amore totalizzante.

Luci ed ombre sull’esecuzione musicale. Laura Polverelli, cantante che si è fatta apprezzare in più d’un occasione sul palco del Verdi, soffre molto la tessitura grave di Orfeo. La voce fatica ad imporsi e a trovare quella rotondità e quel velluto che consentirebbero di cesellare il canto con una maggior ricchezza di colori e sfumature. Compensano in parte la musicalità ed il gusto nel porgere ma, allo stato attuale, Orfeo non sembra calzare perfettamente alla vocalità del mezzosoprano.

Molto buona la prova di Cinzia Forte che risolve senza patemi la scrittura di Euridice con un canto morbido e partecipe. Corretta Milica Ilic nella breve parte di Amore.

Filippo Maria Bressan chiede all’orchestra del Verdi sonorità antiche, scelta filologicamente inappuntabile. L’organico è stringato, ridottissimi gli archi (che suonano secchi e senza vibrato), i sono timbri chiari ed aguzzi. Ne esce una direzione limpida e razionale che avrà deluso i cultori del sinfonismo e del bel suono ma che aderisce come un guanto all’impostazione registica. Qualche imprecisione si sente, d’altronde l’estrema trasparenza non perdona il minimo errore e la pur ottima orchestra è poco abituata a confrontarsi con questa specifica prassi esecutiva. Spiace il taglio di buona parte della musica dei balletti. 

Molto bene il coro preparato da Paolo Vero, assoluto protagonista dell’opera.

Pubblico cortese ma freddo.

Paolo Locatelli
© Riproduzione riservata

8 settembre 2012

Un Don Giovanni in Bianco e Nero conquista Udine

Serata d’opera al Teatro Giovanni da Udine con il Don Giovanni di Mozart proposto nell’ambito del Festival Bianco & Nero. Mozart ha quel insopprimibile viziaccio di convincere sempre e comunque, anche quando la drammaturgia dell’opera sia sacrificata da un allestimento in forma semi-scenica con conseguente rinuncia a buona parte della carica teatrale del lavoro.

L’orchestra trovava posto a centro palcoscenico, abbracciata da un impianto semplice e geometrico all’interno del quale si muovevano coro e solisti, spigliati e ben coordinati da un curato lavoro di regia. Sullo sfondo, unico elemento scenografico, un’alternanza di proiezioni accompagnava l’azione suggerendo allo spettatore un’ambientazione friulana della vicenda o proponendo puntuali richiami librettistici e precisazioni drammaturgiche talora ridondanti.

Gabriele Ribis, protagonista e curatore della messa in scena, sceglie di rinunciare all’ambiguità di Don Giovanni, che pure sarebbe la cifra distintiva del personaggio, facendone un’incarnazione del male assoluto. Quello di Ribis è un Giovanni luciferino, meschino, vile, rude. Non c’è nobiltà, non c’è il poetico disincanto dell’antieroe che sceglie di annientarsi nel proprio nichilismo. È un Don Giovanni a metà strada tra la lettura manichea (e tutto sommato moralista) di stampo romantico e l’originale dicitura di “dramma giocoso” che vuole accentuato il carattere farsesco e comico del personaggio. Un’impostazione radicale che strizza l’occhio al passato e che ha il pregio di trovare un’immediatezza ed una forza teatrale d’effetto soprattutto su chi con l’opera abbia minore confidenza ma che necessariamente rinuncia ad indagare più intriganti suggestioni. In una semplificazione del capolavoro mozartiano, Giovanni è spogliato di ogni traccia di eroismo, ridotto di fatto ad un arrogante e sgraziato signorotto di campagna che ricorda da vicino il barone Ochs auf Lerchenau e la sua triste fine altro non è che la giusta condanna per la sua dissolutezza. In linea con l’impostazione drammaturgica del personaggio Ribis non ricercava il preziosismo vocale, puntando piuttosto ad un canto violento, spavaldo, temerario.

Contraltare al licenzioso protagonista sono i nobili signori da lui ingannati, depositari del bene e della giusta morale in trionfo nel finale (che pure racchiuderebbe in sé una sottile ironia accusatoria nei confronti della “buona gente”, ingiustamente trascurata). Annamaria Dell’Oste offriva la propria esperienza in una Donna Anna convincente per canto ed approfondimento psicologico, curata nel fraseggio, precisissima nell’impegnativa aria del secondo atto. Domenico Balzani era un Leporello dotato di voce sonora ed ottima musicalità, Federico Lepre un Don Ottavio remissivo come da tradizione, garbato vocalmente e sicuro nell’ardua gestione del fiato nell’aria del primo atto (purtroppo l’aria “il mio tesoro intanto” è stata sacrificata in favore del meno interessante duetto Masetto-Zerlina “per queste tue manine”). Diana Mian è cantante dotata di bella voce e solida tecnica che ha ben figurato nei panni di Donna Elvira. A completamento del cast Michele Bianchini, tonitruante ed imponente Commendatore, la vispa Zerlina di Selma Pasternak e il Masetto di Filippo Fontana.

Il maestro Filippo Maria Bressan, alla guida della buona FVG Mitteleuropa Orchestra, offriva un Mozart di gusto moderno, asciutto e curato nel dettaglio senza scadere in effetti dozzinali o languori di facile presa. Buona la prova del Coro del FVG diretto da Cristiano dell’Oste.

A termine spettacolo applausi trionfali e prolungati per tutti.