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5 aprile 2016

L’inconcludente Bruckner di Michel Tabachnik al Malibran


Più che la strada per l’inferno, spesso sono i vicoli ciechi a essere lastricati di buone intenzioni. Non c’è infatti niente di infernale nel Bruckner di Michel Tabachnik, tutt’altro – alcuni passaggi sembrano ispirati da una luce celestiale – ma una sfilza di pregevoli propositi che rimangono appena abbozzati o completamente disattesi. Tanti bei momenti dunque ma anche parecchia discontinuità, soprattutto nel tenere insieme i pezzi e l’orchestra.

L’approccio del direttore svizzero alla Sinfonia n. 7 in mi maggiore avrebbe in realtà un qualche fascino: l’alleggerimento del suono ed un certo gusto per la trasparenza e la morbidezza sarebbero carte buone da giocare se calate in un contesto più coerente e definito. Però nel complesso la sinfonia zoppica.

A un Primo movimento che mescola estrema pulizia e raffinatezza a qualche pasticcio di coesione, segue un Adagio inconcludente e sghembo in cui i diversi momenti faticano a fondersi. È proprio qui, nel cuore della Settima, il lungo, devastante addio a Wagner, che il meccanismo si inceppa. Il quadro è (più o meno) corretto e pulito ma desolatamente asettico: i pianissimi sono assai suggestivi e limpidi ma hanno tutti lo stesso colore, i passaggi più drammatici invece esplodono con una brillantezza esteriore che pare totalmente avulsa dal resto. Tabachnik sembra destarsi nello Scherzo, dove indovina un’esposizione tesa e serrata che riesce spiazzante perché inattesa ma si spegne nuovamente in un Finale debole e chiuso malamente.

Insomma se davvero c’è in questa sinfonia qualcosa di lacerante e tormentato, Tabachnik lo lascia tra le pagine della partitura limitandosi a un pregevole ma incostante esercizio di calligrafia. Spiace perché l’Orchestra della Fenice si conferma, per lunghi tratti, ad alti livelli.

La Marcia Funebre di Sigfrido che apre il concerto scivola via in una sostanziale correttezza.

Pubblico tiepido e confuso.
Paolo Locatelli
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2 marzo 2016

L’Ottava di Bruckner secondo Inbal al Teatro La Fenice

Più che a ieri guarda a ier l’altro il Bruckner di Eliahu Inbal. La cosa non sorprende né, in fin dei conti, ridimensiona il giudizio, dal momento che il passato di cui si fa alfiere l’ottantenne maestro israeliano rappresenta una parte fondamentale della storia dell’interpretazione bruckneriana. Tuttavia la sua Sinfonia n.8 in do minore – lo scorso fine settimana al Teatro La Fenice – non scansa, qua e là, l’impressione anacronismo che un po’ commuove e un po’ infastidisce.

Perché c’è tanto suono, spesso troppo, per lo più uniforme nelle tinte e nelle intenzioni. È un Bruckner preso estremamente sul serio che vive di certezze granitiche. Imperioso e magniloquente, denso come magma ma cupo. Tutto è ingigantito e sottolineato con l’evidenziatore: la tragicità espressa con violenza, i tratti volgari dello Scherzo marcati con vigore, l’Adagio poi viene restituito con una corposità di suono impressionante ma quasi stucchevole, con gli archi chiamati ad esasperare il vibrato.

Non che il quadro risulti piatto o sbiadito, tutt’altro: le dinamiche sono variegate e meditate, i toni carichi e travolgenti. L’orchestra è costantemente sollecitata a impastare i timbri nella ricerca di un amalgama vischioso, il che comporta un ovvio sacrificio della trasparenza in favore di una compattezza di suono sbalorditiva ma tuttavia incostante, soprattutto nei fortissimi che non escono sempre equilibrati e che, nel finale, tendono a sfuggire al controllo del podio.

Al di là delle considerazioni sull’impostazione generale, non si può dire che il disegno non sia definito e perseguito con perizia. Ciò che ne esce è chiarissimo e dimostra la grande familiarità di Inbal con il repertorio bruckneriano e con questo lavoro in particolare, proposto nella versione del 1887. La sua Ottava emerge sì come un monumento imponente, uno sforzo titanico dalla drammaticità esasperata, ma non di meno evidenzia un’autorità musicale fuori dall’ordinario, non tanto nella fantasia quanto nella capacità di dare coerenza e tensione alla narrazione. Fatta la tara delle perplessità e delle riserve sul gusto e di una certa prevedibilità del disegno, questa Ottava non manca di mestiere e consapevolezza. Le fa difetto, forse, un po’ di poesia.

Merita una lode l’Orchestra del Teatro La Fenice che si comporta molto bene reggendo l’intera prova senza sbavature e assecondando, nei limiti del possibile, le continue sollecitazioni di Inbal a inspessire le sonorità.

Applausi entusiastici ma frettolosi a fine concerto.

10 dicembre 2015

Teatro La Fenice: Jeffrey Tate apre la stagione sinfonica

Dopo il recentissimo Idomeneo Jeffrey Tate torna sul podio dell'Orchestra del Teatro La Fenice per un'altra inaugurazione, quella della stagione sinfonica che vedrà assoluto protagonista Anton Bruckner. Si parte dalla sua Seconda sinfonia affidata appunto – accanto alla Piccola di Schubert – al Maestro inglese il quale appare tuttavia, rispetto all'esaltante prova mozartiana e al Mahler di alcuni mesi fa, assai meno ispirato.

Interlocutoria e sbrigativa la Sinfonia n.6 in Do Maggiore di Franz Schubert che dà, sin dall'inizio, l'impressione di riuscire disomogenea e poco centrata. Sorprende che un musicista sensibile ed esperto come Tate non riesca a trovare un giusto equilibrio tra le sezioni: in particolare si ha la sensazione che, nonostante il tappeto degli archi sia piuttosto delicato, i legni siano portati a forzare oltre il necessario, perdendo così di morbidezza e fluidità. Non di meno disturba una certa pesantezza, più negli accenti che nelle sonorità, che pervade l'intera sinfonia. Al di là delle riserve non si può dire che l'orchestra suoni male, tutt'altro, malgrado gli eccessi di corposità che a tratti conferiscono meccanicità all'opera. Sullo sfondo si intravede, e talora emerge con forza, la zampata del grande artista: il primo movimento è illuminato da una serenità quasi sorridente, lo Scherzo seduce per la caratterizzazione, più dinamica che timbrica, di ogni inciso e l'abilità nel renderlo parte di un discorso musicale fluido. L'Allegro moderato è staccato con un tempo rapidissimo che, se da un lato gli conferisce un'urgenza ed un'irrequietezza brulicante, dall'altro lo rende eccessivamente confuso e, complice qualche strattone troppo marcato, lo impoverisce.

Va meglio con il Bruckner della Seconda Sinfonia in Do Minore la cui virtù più evidente è una luminosa chiarezza espositiva: Tate “spiega” alla perfezione la struttura del lavoro inquadrando ogni dettaglio in un disegno ampio, con le singole voci capaci di emergere con mirabile equilibrio nonostante la densità del suono. Un'esaltazione dell'architettura non priva di fascino dunque ma, inevitabilmente, a rischio di staticità. L'impostazione più “pensata” che istintiva comporta, alla lunga, qualche calo di tensione, complici una monocromaticità di fondo che omogenizza l'intero sviluppo ed una scansione dei tempi abbastanza rigida. Il tutto pare molto, forse troppo, monumentale e serioso ma, non di meno, è assai ben eseguito. 

Il suono è ammaliante e caldo sin dall'ingresso del tema dei violoncelli ma tende a mantenersi uniforme con minime variazioni sul tema. In sostanza il disegno di Tate prevede un'orchestra lussureggiante e levigata che sappia prestarsi ad un'infinità di sfumature dinamiche mentre per quanto riguarda la varietà di colori e inflessioni ritmiche il quadro risulta più piatto e ingessato. Alcuni momenti catturano per magia e bellezza (l'attacco dell'Andante su tutti), altri meno: il carattere popolare dello Scherzo, ad esempio, risulta marcato in modo quasi stucchevole. Resta tuttavia, sullo sfondo, l'impressione che il procedimento contemplativo tenda a sgonfiare la narrazione anche in ragione del fatto che gli spunti e i guizzi di fantasia capaci di vivacizzarla sono davvero minimi.

Merita un elogio la prova dell'Orchestra del Teatro La Fenice, assolutamente all'altezza dell'impegno sinfonico sia per precisione sia per qualità del suono.

Un appunto infine: si comprendono a fatica le ragioni di alcune scelte testuali operate dal maestro come la riapertura dei tagli in Bruckner e, soprattutto, l'amputazione (compensatoria?) dei ritornelli nella Sesta di Schubert.

Applausi di cortesia, piuttosto sbrigativi, dopo Schubert che diventano ovazioni a fine concerto.

5 settembre 2015

Herbert Blomstedt e la Gustav Mahler Jugendorchester a Pordenone

Chi c'era potrà confermarlo: è stata una gran bella apertura di stagione quella del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone. Herbert Blomstedt, glorioso maestro ormai alla soglia dei 90, e la Gustav Mahler Jugendorchester, una delle orchestre giovanili migliori al mondo.



C'è una cosa che colpisce immediatamente, bastano poche battute, nello strano sodalizio tra Herbert Blomstedt, ottantottenne direttore dalla carriera gloriosa, e la giovanile Gustav Mahler Jugendorchester: la capacità di ottenere di un'identità timbrica specifica, fortemente caratterizzata soprattutto nel calore e nella rotondità degli archi. Qualità che ben si adatta al tardo romanticismo della Sinfonia n. 8 in do minore di Anton Bruckner, opera in programma per il concerto d'inaugurazione della stagione 2015-16 del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone nonché tappa conclusiva della tournée estiva che ha portato orchestra e direttore su alcuni dei più prestigiosi palcoscenici europei.

È un Bruckner levigatissimo quello di Blomstend, calibrato in ogni dinamica ed equilibrio; non c'è passaggio che metta in difficoltà il Maestro cui basta un cenno per smorzare, suggerire, per chiedere un legato o ammorbidire un pianissimo. Tutto ciò riesce alla perfezione anche in virtù della capacità degli orchestrali di rispondere al più piccolo gesto del podio con una precisione che sarebbe sorprendente anche per professori d'orchestra adulti. Come accennato il suono orchestrale è splendido, archi e legni trovano una pastosità ed una pienezza fuori del comune, gli ottoni esibiscono tale precisione e brillantezza da far impallidire compagini ben più rodate ed esperte. Le sbavature sono minime, qualche lieve calo d'intonazione dei violini nell'attacco dell'Adagio e niente più. Herbert Blomstedt, sul podio, guida con paterna dolcezza i suoi orchestrali riuscendo ad ottenere, oltre alla pregevolissima compattezza di suono, una fluidità espositiva che dà organicità alla sinfonia, restituendo un'idea personale e consolidata sull'universo bruckneriano. 

A fine concerto accoglienza trionfale del pubblico in sala con ovazioni da stadio per Blomstedt, festeggiato anche dai musicisti della Gustav Mahler Jugendorchester.