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18 novembre 2024

Pappano e Chamayou nel Novecento

   C’è tutto un filone di repertorio che, benché sia entrato correntemente nelle stagioni canoniche di quella che Bernstein chiamava "musica esatta", ha peculiarità borderline che lo avvicinano alla produzione disimpegnata e popolare da cui sono fiorite tutte le diramazioni di jazz, blues, ragtime e così via. Ed è un repertorio estremamente insidioso perché, più che il virtuosismo strumentale, o per meglio dire oltre al virtuosismo strumentale, richiede tutta una grammatica espressiva peculiare, fatta di suoni biascicati e sporchi, ora graffiati, ora notturni, e una gestione trascinata ai limiti dell’incuranza del ritmo. Per questo molti ci si perdono, trattandolo con una forbitezza fuori luogo, come a volerlo nobilitare, o semplicemente perché incapaci di coglierne quel dato informale e sbadiglione che ne anima la pulsazione.


   C’è poi una necessità ineludibile, condivisa dalla gran parte delle espressioni artistiche improntate a un’apparente semplicità e alla leggerezza: bisogna saperle eseguire divinamente, perché qualsiasi sciatteria mortifica l’esito complessivo volgarizzando o, peggio ancora, banalizzandone le radici.

   E “divinamente” è come suona la Chamber Orchestra of Europe, nei soli spettacolari delle prime parti - si citano clarinetto e corno francese, senza far torto agli altri - e in una qualità d’insieme che, al solito, si apprezza soprattutto negli scarti più rapidi a dinamica soffusa. E c’è poi Antonio Pappano, il quale non mira tanto a un andamento strascicato e a una gestione scostante e pigra del tempo, ma piuttosto a una pulsazione ritmica serrata, che non sgarra neanche nelle frasi più malinconiche, ammantate di un sentimentalismo che non è mai dissimulato né elegantizzato, ma autenticamente di cuore.

   Se il Concerto per pianoforte e orchestra in Sol maggiore di Ravel è quel lavoro meraviglioso che tutti conoscono, in cui orchestra e pianista dialogano spartendosi una scrittura raffinatissima e cangiante, che il solista Bertrand Chamayou e la COE rendono al meglio, entusiasmano anche le pagine affiancate. La Création du mond di Darius Milhaud e le variazioni da I got Rhythm di George Gershwin danno altresì modo alla formazione di esprimersi in organici e nuances diversi, più sofisticata e salottiera la prima, più trascinante la seconda. È tecnicamente formidabile anche l’esecuzione del balletto Fancy Free, opera non tra le più note di Leonard Bernstein che, benché renda evidente la sua fantasia d’orchestratore, appare più manierata di altri suoi lavori più celebri e interessanti.

   Chiamato agli straordinari, e dunque protagonista per quattro pezzi su quattro, Bertrand Chamayou si conferma un pianista sublime anche in questo repertorio, per l’esattezza e il nitore del tocco, per la tenuta ritmica, per la totale assenza di retorica anche nelle pagine più languide e, nondimeno, per la capacità di dialogare con l’orchestra facendosi accompagnatore quando necessario e prendendosi la scena nei momenti in cui i riflettori puntano sul pianoforte.

Successo calorosissimo per tutti.

8 dicembre 2022

La Turangalîla-Symphonie secondo Esa-Pekka Salonen

  È curioso, e nondimeno elettrizzante, ascoltare la strana accoppiata Esa-Pekka Salonen e Wiener Philharmoniker. Lui limpido e cristallino come il ghiaccio, minimalista e razionale, loro idiomatici e voluttuosi. Lui un contemporaneista, uno dei massimi esponenti della scuola direttoriale che è andata imponendosi negli ultimi decenni, loro che viceversa incarnano un’istituzione tra le più tradizionaliste e conservatrici sul panorama mondiale. Il risultato, a differenza di quanto si potrebbe temere, non è un incontro a metà strada, ma una reciproca esaltazione. Una comunione che funziona anche in un repertorio non immediatamente associabile ai Viennesi, ma stabilmente nel repertorio e nella sensibilità del direttore, che ci torna sopra sin dall’incisione giovanile realizzata con la Philharmonia nell’86: la Turangalîla-Symphonie di Olivier Messiaen. Spulciando la cronologia dei Wiener infatti, l’opera compare nei cataloghi in una sola occasione, nell’estate del 2000, a oltre cinquant’anni dal debutto, avvenuto a Boston nel 1949 sotto la direzione di Leonard Bernstein. In quell’unico ciclo di concerti, che per altro transitò anche da Lucerna, sul podio c’era Zubin Mehta e al pianoforte Yvonne Loriod, la vedova di Messiaen.

Esa-Pekka Salonen dirige la Turangalîla-Symphonie
© Peter Fischli/Lucerne Festival

  Lavoro ciclopico, anzi, una “cosmologia sonora” che è una vera e propria summa del sinfonismo e del percorso di ricerca musicale di Messiaen nella prima metà del Secolo. Un inno alla gioia e all’amore, alla creazione e all’agire del tempo sul mondo e sulla vita pensato per un’orchestra dall’organico eccentrico - le stravaganze riguardano soprattutto le percussioni - e due soli: pianoforte, nel caso Bertrand Chamayou, subentrato in extremis a Yuja Wang, e Onde Martenot, affidato a Cécile Lartigau.

  Per certi versi quello della Turangalîla è il Salonen che non ti aspetti. Brutale, quasi barbarico nell'esuberanza percussiva, insomma meno incline ad “alleggerire” di quanto sia solito fare, eppure quadratissimo nell'incastro delle cellule tematiche, che vanno agglutinando e squagliandosi come schegge sonore in moto continuo. Se il Chant d'amour I sembra una cavalcata nelle steppe sull'impeto di grancassa e tamburo, Turangalîla I scorre ipnotico ed acquoso, su un pulsare danzante di fondo che si addensa diventando via via più cupo. Chant d'amour II e il successivo Joie du sang des étoiles, staccato a un tempo vertiginoso, sono una gara di bravura tra direttore e orchestra. Come si diceva, quel che si ascolta non è il classico "Salonen-sound", ma qualcosa di diverso, di più vellutato e scuro, eppure egualmente intelligibile. Un delirio orgiastico, una confusione controllata da cui emergono gli infiniti preziosismi timbrici dell'orchestrazione e dell’orchestra viennese. Jardin du sommeil d'amour è uno stillicidio di suoni in purezza sin dall'attacco dolcissimo, su cui si adagia uno Chamayou che passa dall’isterismo sinistro dei due tempi precedenti a un lirismo cullante.

  Lo schiocco di Glockenspiel a tastiera e celesta a chiudere il sesto movimento, che Salonen suggerisce con una semplicissima divaricazione delle dita, è solo un banalissimo fotogramma che resta impresso di una direzione che raggiunge vertici di funambolismo e controllo quasi irridenti, non esclusivamente in corsa, ma anche nei piccoli gesti. Col suo moto danzante, il direttore aiuta l'orchestra dove necessario, preparando ogni attacco scomodo, mette in bolla ogni equilibrio e soprattutto la spinge al massimo del virtuosismo. Un virtuosismo che si fa sempre più forsennato sin dagli echi tribali di Turangalîla III, per esplodere in un Finale ritmicamente blindato.

  Successo calorosissimo ma sbrigativo.

16 maggio 2019

Le invasioni transalpine

  Il teatro è friulano, Hugh Wolff parigino di nascita e statunitense di passaporto, la cittadinanza della Belgian National Orchestra è inequivocabile, il solista francese e il repertorio spazia dall’oltralpe alla Vallonia. Una diagonale collega idealmente Udine agli States a suon di musica, specificamente quella dell’Ottocento dell’estremo ovest europeo. Si finisce così a pensare, nel bel mezzo del concerto, a quanto sia germanocentrica la nostra concezione del repertorio e quanto rigidi i riferimenti estetici se si parla di sinfonismo romantico e tardoromantico. Di musica bella e, cosa ancor più importante, originale, se ne scriveva anche altrove, non di rado scovando percorsi differenti ma, forse, più veloci nell’anticipare il futuro. Quanti presagi del Novecento meno togato ci sono nel Concerto n. 2 in sol minore op. 22 per pianoforte e orchestra di Camille Saint-Saëns, ad esempio?



  Bertrand Chamayou al pianoforte pare un fanciullo invecchiato, dalle pose a mezza via tra il posh e l’imbranato e un tocco sull’avorio schioccante. Mano leggera e garbata, di quelle che accarezzano i tasti più che affondarci, suono morbido ma cristallino, tenuta ritmica e musicale a prova di bomba. Scivola sulla tastiera con elasticità, cavandoci un bel suono perlato ancorché avaro di colori. Il suo insomma è un pianismo, se non in bianco e nero, filtrato in seppia, il che non lo rende meno entusiasmante. È tecnicamente insolente, squadrato, brillante, ma un po' monocromo e poco incline alla sfumatura e alla sterzata improvvisa. D'altro canto sa rivelarsi per altri versi illuminante: lo swing che ci mette nel Secondo movimento trasforma Saint-Saëns in una sorta di patrigno di Gershwin, spalancando dei portali temporali che lasciano intravedere in un concerto datato 1868 squarci di Dvorak, di jazz, ma anche di musica leggera.

  Più ordinario il Chiaro di luna di Debussy (bis) che parte con buone idee espressive ma si perde un po’ per strada nella ricerca di una pennellata che non arriva. È comunque trionfo personale per lui.

  La Sinfonia in re minore di César Franck è moneta corrente per la Belgian National Orchestra e si sente. Bel suono – l'orchestra non è né troppo chiara, né troppo pastosa ma ha un pregevolissimo equilibrio tra smalto e pienezza – equilibri impeccabili, pur con qualche pieno orchestrale un po' troppo offuscato, sbavature ridotte all'osso ma anche poco coraggio. Niente sbalzi né sgambetti, niente salti nel vuoto, nessun cazzotto in faccia. Suonata molto diligentemente sì, ma solo suonata, forse anche ben spiegata, ma senza mai scavallare dall’ottima routine alla grandissima interpretazione.

  Non indimenticabile l’Ouverture op. 21 Le Corsaire di Hector Berlioz che scalda i motori. Principia con qualche sbandata dei legni ma va in crescendo, accumulando via via tensione narrativa.

  Poco importa, è trionfo per tutti tra battimani ritmati e richieste di bis.