Ci pensavo l'altra sera ascoltando il terzo atto di quella bella Frau ohne Schatten che Vladimir Jurowski diresse ad Amsterdam parecchi anni fa. Si può storcere il naso di fronte al suo modo eccentrico di fraseggiare e articolare, così libero rispetto allo scritto e alla tradizione - nella Frosch si prende certe licenze curiose che non aiutano nemmeno i cantanti, tant'è che pronti via e Barak si perde una frase intera - però la personalità è innegabile. Il suo Čajkovskij, che sto passando a setaccio in questi giorni, non è diverso. Sviluppa le linee con un piglio anticonvenzionale che ora mi entusiasma, ora mi turba, forse proprio perché sono abituato a qualcosa di completamente diverso, ma che almeno rende appetitosa l'ennesima integrale sinfonica dopo altre mille tutte identiche. Più che un epigono del romanticismo, questo Čajkovskij è il padre dei sinfonisti russi del Novecento: cupezze timbriche tenebrose, tutti gli spigoli bene in vista, secchezza meccanica nei passaggi marziali (Prokof'ev è lì, dietro l'angolo), una tensione sbrigativa quando l'orchestra dovrebbe cantare appassionata, certo scalpitare nervoso, se non ironico, nei momenti in cui siamo abituati ad ascoltare la bellezza in trionfo. Non immagino una Quinta più antiedonistica e scorbutica di questa: nel quarto movimento sembra che tutto sia sul punto di saltare per aria, è quasi irritante fisicamente, proprio nel senso che trasmette irrequietezza.
L'effetto è spiazzante, almeno su di me lo è stato, al punto che non so dire se il Čajkovskij di Jurowski mi piaccia del tutto. Di sicuro ci avverto la mancanza di qualcosa, ne colgo la frammentarietà e la parzialità, le forzature, però ne sono anche molto affascinato. Uno degli ascolti più stimolanti in queste giornate piene di musica.
Il suono lontano è un contenitore disordinato che raccoglie recensioni teatrali e discografiche di musica classica, sia cameristica che sinfonica, e opera lirica.
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23 marzo 2020
26 agosto 2019
La trilogia dapontiana di Currentzis
Ascolto e riascolto questi dischi da quando sono usciti e ancora non riesco a orientarmici. All'inizio mi hanno travolto con tutta l'adrenalina che Currentzis ci butta dentro, poi ho iniziato a trovarli stucchevoli e ripetitivi, oggi sono a metà strada. Sono affascinanti e pieni di idee, ma frammentari e calligrafici: c'è una continua ricerca del dettaglio minuscolo, dell'estremo, un balzare da un campo medio a un primo piano, eppure mi manca una visione complessiva. Sarà che io concepisco i Mozart/Da Ponte come massima espressione dell'ambiguità e del non detto, e qui è tutto bianco o nero. Solo da poco ho capito la grandezza vera di Giulini nei suoi dischi fatti di vie di mezzo e sfumature.
Ieri riascoltavo le Nozze di Currentzis. L'ingresso di Antonio - un bifolco con la voce sporca alla Louis Armstrong - è sensazionale per il modo in cui l'orchestra commenta ogni frase (dal balcone? in giardino?), così come sono interessantissimi i recitativi, anche se molto eccentrici, con certi gesti musicali esasperati (non son mali da donne triviali, e il fortepiano si fa volgarissimo).
Nessuno traduce in dinamica il moto ondoso del Terzettino del Così Fan Tutte come fa lui e tante altre cose. Ah, e nessuno come lui - e Tiliakos - centra il "male di vivere" del Don Giovanni. Però boh.
Piccola nota gossipara: Malena Ernman, la Dorabella di questi dischi, è la mamma di Greta Thumberg.
Ieri riascoltavo le Nozze di Currentzis. L'ingresso di Antonio - un bifolco con la voce sporca alla Louis Armstrong - è sensazionale per il modo in cui l'orchestra commenta ogni frase (dal balcone? in giardino?), così come sono interessantissimi i recitativi, anche se molto eccentrici, con certi gesti musicali esasperati (non son mali da donne triviali, e il fortepiano si fa volgarissimo).
Nessuno traduce in dinamica il moto ondoso del Terzettino del Così Fan Tutte come fa lui e tante altre cose. Ah, e nessuno come lui - e Tiliakos - centra il "male di vivere" del Don Giovanni. Però boh.
Piccola nota gossipara: Malena Ernman, la Dorabella di questi dischi, è la mamma di Greta Thumberg.
18 novembre 2018
Gioventù mia, tu sei morta
Io conobbi questa Bohème - e il signor Carlos Kleiber che sta sul podio - registrandola su un’audiocassetta dalla Filodiffusione. Si sentiva da cani ma prima che internet spopolasse bisognava ingegnarsi in qualche modo. Ci ho pensato qualche giorno fa mentre un elegante signore mi raccontava di quando Kleiber lo invitò a colazione. Tra le altre cose gli disse che il valzer di Musetta dovrebbe esprimere il rimpianto e la malinconia, e anche secondo me è così. Non è forse il finale di Secondo Quadro il momento più straziante dell’opera? È l’ultimo raggio di felicità abbagliante e di spensieratezza, l’estremo respiro di gioventù prima che la vita presenti il conto (Così presto? Chi l’ha richiesto?). Da quel momento inizia la vita vera, quella in cui si deve lavorare per mangiare, in cui ci si scopre mediocri, in cui ci si ammala e si muore. Ficcarlo in un tripudio di bambini e soldati festanti è cosa da puro genio, è una sorta di “sabato del villaggio” all’ennesima potenza.
Il sipario successivo si alza su lattivendole e spazzini che sfidano il gelo per due soldi, il grande pittore è finito a fare l’imbianchino e la cantante dà lezioni ai passeggeri, i due innamorati hanno litigato e lei sta crepando. La bella età di inganni e d’utopie se n’è andata per sempre.
Il sipario successivo si alza su lattivendole e spazzini che sfidano il gelo per due soldi, il grande pittore è finito a fare l’imbianchino e la cantante dà lezioni ai passeggeri, i due innamorati hanno litigato e lei sta crepando. La bella età di inganni e d’utopie se n’è andata per sempre.
14 novembre 2018
Anna Moffo per me
Anna Moffo. Oggi molti giovani la amano, io per primo. Non nel senso che io sia giovane, ma che me ne sono innamorato da ragazzino, al primo ascolto (Musetta), senza nemmeno sapere quanto fosse bella. Difficile dire qualcosa di una cantante mai incontrata dal vivo, ma ci provo. Non penso che la Moffo fosse un genio musicale o di introspezione, non so come suonasse la sua voce a teatro ma immagino che non avesse niente di trascendentale. Eppure.
Andrea Bomben mi faceva notare quanto sia “vera” la sua Butterfly in rapporto alle contemporanee, in particolare alla Scotto (la Callas lasciamola fuori, gioca in un campionato a parte) così sono andato a riascoltarmele. Beh, ha ragione. La Moffo è pulita, asciutta, è sincera di una genuinità adolescenziale. Non matroneggia e non sbrodola mai in “oversinging”, non camuffa la voce, non gonfia, non ricerca colori su colori per sottolineare questa o quella sillaba o per far vedere che "lei sì che sa cantare”. È così com’è. Qualche traccia di birignao e un po’ di polvere ci stanno, d’altronde sono passati 60 anni.
E pensare che la Moffo è sempre stata sminuita proprio per questo suo non avere niente di speciale. Ma non è vero che non avesse niente di speciale, non aveva niente di troppo. Tempo fa mi è capitato di pensare la stessa cosa ascoltando la sua Susanna con Giulini: in mezzo all'ampollosità di Taddei e ai ricami della Schwarzkopf, così adorabilmente fasulli, lei sembra cinquant’anni avanti. Mi immagino gli ormoni del povero Cherubino, di fronte a una bonazza del genere.
Nonostante tutto, è anche l’unica che si avvicina in qualche modo al mio ideale di una Carmen dalla sensualità inconsapevole e dal sorriso disarmante alla Julia Roberts. Peccato che sia arrivata tardi e in un contesto deprimente. Poi ci sarebbero un migliaio di però, sì vabbè, ma, anche se... Ma “L’amo, l’amo e non ragiono!”
Andrea Bomben mi faceva notare quanto sia “vera” la sua Butterfly in rapporto alle contemporanee, in particolare alla Scotto (la Callas lasciamola fuori, gioca in un campionato a parte) così sono andato a riascoltarmele. Beh, ha ragione. La Moffo è pulita, asciutta, è sincera di una genuinità adolescenziale. Non matroneggia e non sbrodola mai in “oversinging”, non camuffa la voce, non gonfia, non ricerca colori su colori per sottolineare questa o quella sillaba o per far vedere che "lei sì che sa cantare”. È così com’è. Qualche traccia di birignao e un po’ di polvere ci stanno, d’altronde sono passati 60 anni.
E pensare che la Moffo è sempre stata sminuita proprio per questo suo non avere niente di speciale. Ma non è vero che non avesse niente di speciale, non aveva niente di troppo. Tempo fa mi è capitato di pensare la stessa cosa ascoltando la sua Susanna con Giulini: in mezzo all'ampollosità di Taddei e ai ricami della Schwarzkopf, così adorabilmente fasulli, lei sembra cinquant’anni avanti. Mi immagino gli ormoni del povero Cherubino, di fronte a una bonazza del genere.
Nonostante tutto, è anche l’unica che si avvicina in qualche modo al mio ideale di una Carmen dalla sensualità inconsapevole e dal sorriso disarmante alla Julia Roberts. Peccato che sia arrivata tardi e in un contesto deprimente. Poi ci sarebbero un migliaio di però, sì vabbè, ma, anche se... Ma “L’amo, l’amo e non ragiono!”
9 novembre 2018
Salva me, fons pietatis
Verdi, come tutti i grandi, si lascia capire un po’ come siamo capaci di fare e ci concede di leggere dentro alla sua opera qualcosa di noi. La spiritualità laica del Requiem per me è questa cosa qua. Nella furia degli ottoni e del coro maschile che invoca martellando un “Rex tremendae maiestatis” più impaurito che terrificante, ecco la luce di un’arcata vocale che parte dal basso e passa al soprano, al mezzo e poi al tenore: “Salva me, fons pietatis”. Una speranza che pare sollevarsi dalla tenebra. Le voci cercano una quadra, si rincorrono e si frammentano finché non si ritrovano, tutte insieme, su un do. La pietas, che intendo nella sua accezione più immanente e terrena, è la salvezza. E per me la pietas è l’amore al massimo grado, poiché totalmente disinteressato: il rispetto per l’altro, la disponibilità a pensarsi al suo posto ed entrare nei suoi patimenti, ad accettarne la fallibilità. Un’utopia probabilmente. Per chi ci crede è qualcosa che ha a che fare con la religione, io, ateo, la chiamo umanità.
Ho appena finito di ascoltare questa incisione di Gardiner: una meraviglia di rispetto al dettato e, una volta tanto, ai metronomi segnati in partitura. Consigliatissima
Ho appena finito di ascoltare questa incisione di Gardiner: una meraviglia di rispetto al dettato e, una volta tanto, ai metronomi segnati in partitura. Consigliatissima
17 ottobre 2018
Fra gli amplessi
Così fan tutte è l'opera che salverei dalla fine del mondo. Quel balzo dei violini dal mezzo forte al piano passa via inosservato (solo Solti nella sua prima incisione - peraltro bruttarella - lo fa sentire bene, e credo di averle ascoltate quasi tutte), eppure è una manifestazione assoluta del genio mozartiano. Dopo che Fiordiligi cede ("Fa di me quel che ti par") attacca un Andante: i due innamorati si sono scelti ed è il momento di passare dalle parole ai fatti. C'è un primo, timido tentativo di avvicinarsi, di toccarsi, poi un secondo, infine le linee iniziano a rincorrersi e intrecciarsi, quel che succede è inequivocabile. Però questo scarto, due battute, è ancor più sottile. È uno slancio istintivo che viene immediatamente represso, un avvicinarsi titubante ma irrefrenabile, è quel "che faccio, vado o non vado?" che ci siamo chiesti tutti almeno una volta. È una dinamica musicale che si fa dinamica psicologica, emotiva e teatrale. Così fan tutte non è un'opera, è un manuale di istruzioni dell'essere umano.
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