Visualizzazione post con etichetta Orchestra Haydn di Bolzano e Trento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Orchestra Haydn di Bolzano e Trento. Mostra tutti i post

4 gennaio 2017

Kováč e Valčuha al Verdi di Pordenone

Mentre Tibor Kováč sgranava le implacabili cascate di note del Concerto n. 2 per violino e orchestra con una tenuta ritmica da macchina da guerra, pensavo che benché fosse tutto giusto, giustissimo, quella bellezza trascendentale, spietata, della musica di Béla Bartók, pretendesse di più. Forse un briciolo di carattere, di personalità o estroversione, forse di coraggio. Intendiamoci, Kováč le note ce le ha tutte - o quasi, qualche pasticcio qua o là ci scappa, me è cosa da poco - e in un lavoro di tale complessità, l’uscirne indenni è già un successo. Non solo: ci sono frasi ostiche che gli riescono con una morbidezza e una facilità di legato che lascia esterrefatti. Il suono del suo Stradivari è poi bello, luminoso, piccolo ma ficcante. C’è tuttavia nel suo gusto una stilizzazione che diventa quasi intimismo, se non timidezza, a tratti eccessiva, soprattutto per una musica tanto eclettica, varia nei caratteri e nei colori.

Certo il risultato è affascinante, perché un Bartók così pudico e trattenuto, così liricizzato, non è comune e merita di essere ascoltato, però l’impressione di un certo contegno, di un navigare a vista, a tratti c’è. Insomma Tibor Kováč è senza dubbio un eccellente, forse straordinario strumentista, ma per imporsi sul palco come solista manca qualcosa.

Chi invece sta benissimo al proprio posto, cioè il podio, è Juraj Valčuha il quale dopo aver sorretto con perizia – e una certa prudenza – le sorti del concerto di Bartók, si esibisce in un’affascinante interpretazione della Sinfonia n. 2 in re maggiore, op. 73 di Johannes Brahms, puntando più o meno nella stessa direzione classicheggiante e apollinea, ma con risultati assai più entusiasmanti. Nella lettura di Valčuha, è evidente, c’è uno studio profondo della partitura e un accorto lavoro di bulino su ogni singolo inciso, su ogni sfumatura dinamica. Ne esce per l’appunto un'esecuzione olimpica, equilibratissima e levigata in cui ogni dettaglio emerge con chiarezza e inserendosi in un disegno coerente e pensato. Il suono è perfettamente bilanciato e “giusto”, l’articolazione brillante e non priva di fantasia ma sempre nei binari dell’eleganza.

Lo scotto da pagare a una impostazione simile è la rinuncia a qualcosa in termini di abbandono e “passionalità”, ammesso e non concesso che tutto ciò ci debba essere per forza.

L’Orchestra Haydn è precisissima, trasparente, e può vantare alcune sezioni, su tutte gli archi gravi, capaci di sonorità calde e piene. Se a tratti si avverte un’eccessiva secchezza, o quantomeno una debolezza nella rotondità dell’amalgama, è cosa forse imputabile più alla concertazione cameristica e “chiara” che non a qualità intrinseche dell’orchestra.

La cortese ma tiepida l’accoglienza dopo Bartók, diventa trionfo a fine concerto.

29 settembre 2014

Lo Stabat Mater di Dvořàk apre la stagione del Verdi di Pordenone

Cercando di rincorrere i tempi e le tendenze, la direzione del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone ha scelto di marchiare la stagione 2014-15 con l'hashtag #unabellastagione. Al di là delle manovre propagandistiche, questa strategia sottintende un manifesto di intenti, la proposta di un cartellone raffinato e ricercato, se non altro nei propositi, che tuttavia temiamo possa rivelarsi in fin dei conti elitario. La decisione di puntare molto sulla musica da camera, sul barocco e, proseguendo la linea intrapresa nella scorsa stagione, sulla musica sacra è senza dubbio rischiosa in termini di consenso ed attrattiva e presuppone una predisposizione del pubblico alla curiosità che sarebbe incauto dare per scontata.



L'inaugurazione di stagione infatti, nonostante il fascino e la rarità del titolo in programma, lo Stabat Mater di Antonin Dvořák, non ha trovato quel riscontro – in termini numerici - che era lecito attendersi e molti dei posti disponibili sono rimasti invenduti. Dispiace considerando l'originalità della proposta ma anche la bontà dell'esecuzione.
La prova dell'Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, diretta da Hartmut Haenchen, convinceva per precisione e pulizia, pur mancando di quella rotondità d'impasto e di quella sospensione nei pianissimi che avrebbero restituito la partitura in tutto il suo fascino. Haenchen guidava l'orchestra con solida professionalità ma scarso senso della narrazione: al di là della correttezza e dell'abilità nel gestire con equilibrio gli oltre 130 artisti impegnati sul palcoscenico, si è sentita la mancanza di una maggiore caratterizzazione timbrica dell'amalgama e soprattutto di una diversificazione dei vari pezzi del concerto, omogeneizzati da un'irrisolta monocromia. Il direttore sapeva calibrare con mestiere i rapporti interni all'orchestra, dando giusto risalto alle parti solistiche e trovando una buona compattezza d'insieme; si percepiva tuttavia una certa meccanicità in taluni passaggi ed i fraseggi parevano poco caratterizzati.

Convinceva invece senza riserve l'ottimo Coro da Camera Sloveno di Lubiana preparato da Martina Batič, autore di una splendida prova per ricchezza di colori e finiture dinamiche ma soprattutto per l'espressività dell'eloquio.
Tra i solisti piaceva (nonostante la pessima pronuncia latina) Bettina Ranch, mezzosoprano dalla voce rotonda e brunita e dal notevole temperamento. Sabina Von Walther offriva alla parte del soprano una vocalità penetrante ma garbata e ben modulata nella linea. Il tenore Dominik Wortig ha voce piccola e priva di particolari attrattive timbriche ma è musicista preparato e veniva a capo agilmente della scrittura. Il baritono Alejandro Marco-Buhrmester affrontava la parte del basso non senza impacci nel registro grave e con una certa rigidità nel legato ma, con il salire della tessitura, acquistava di brillantezza e raffinatezza del fraseggio.
A fine concerto ottima accoglienza del pubblico in sala con punte di entusiasmo per il coro e il maestro Haenchen.