Se molte formazioni storicamente informate sono nate e hanno sviluppato la propria identità intorno a una guida direttoriale carismatica, l’Orchestra of the Age of Enlightenment ha seguito il percorso inverso. Un'orchestra senza direttore stabile, che approfitta di ogni collaborazione per arricchire un eclettismo di repertorio e stile che ha pochi paragoni nel panorama mondiale: è una libertà svincolata da paradigmi fissi che si apprezza anche solo osservando la complicità tra i musicisti, l'immediata reciproca comprensione, il respiro condiviso nel fare musica.
C'è una seconda caratteristica che distingue l'OAE dalle cugine: la bellezza del suono. Un suono che non ha gli spigoli aguzzi e il tintinnio metallico della gran parte degli ensemble “ba-rockettari”, non ne ha neanche il furore adrenalinico, ma una tornitura e una limpidezza da orchestra moderna.
Se n'è avuta esperienza nel concerto interamente costruito intorno alla figura di Franz Joseph Haydn che ha segnato il debutto degli inglesi sul palco del Teatro Nuovo Giovanni da Udine, accanto a Sir András Schiff, uno dei tanti Principal Artists che vi cooperano regolarmente.
Un accostamento curioso. Non tanto nel Concerto per pianoforte e orchestra in Re maggiore, eseguito su una copia di un fortepiano Anton Walter del 1795, che chiaramente ha sound più ficcante e secco ma anche meno versato all'espansione e ai colori dei corrispettivi contemporanei. Non qui, si diceva, perché Schiff fa esattamente quello che ci si aspetta da un artista poliedrico ed enciclopedico come lui, adeguando stile e tecnica a un'esecuzione “d'epoca”, ma schivando altresì il rischio della meccanicità che simili approcci tendono a portarsi dietro.
Lo è di più nei brani marcatamente sinfonici, in cui si misura una differenza tra l'orchestra da sola - in una gioiosa e flessibile Sinfonia Concertante in Si bemolle maggiore, che mostra quattro prime parti che si rimpallano temi ed “emozioni” musicali come fossero quattro teste e otto mani di uno stesso corpo - e le due sinfonie, in cui Schiff sale sul podio. Lo fa imbrigliando l’esuberanza dei musicisti in tempi comodi e in una narrazione non seriosa ma nemmeno galvanizzante, quanto piuttosto filtrata da una serenità crepuscolare. È in definitiva, sia nella Sinfonia n. 39 in Sol minore, sia nella Sinfonia n. 102 in Si bemolle maggiore, un Haydn più contegnoso che eccentrico, più signorile che atletico.
Successo caloroso per tutti con bis, ovviamente haydniano, del pianista.

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